La ruminazione come indicatore di benessere

La ruminazione come indicatore di benessere

di Sonia Rumi

La variabilità del tempo di ruminazione è legata a molti fattori tra cui composizione della dieta, caratteristiche qualitative del foraggio, errori nella gestione della mandria, anche da un punto di vista etologico, stato riproduttivo, livello produttivo, condizioni climatiche e stato di salute dell’animale.

I ruminanti sono caratterizzati dall’avere un apparato digerente molto complesso, formato da tre prestomaci (rumine, reticolo, omaso) e da uno stomaco vero e proprio (abomaso). La digestione avviene nell’abomaso ed è preceduta da una fermentazione microbica, che avviene nei prestomaci. I ruminanti possono ingerire una notevole quantità di materiale vegetale, quasi senza masticarlo, accumulandolo nel rumine. A distanza di alcune ore dall’ingestione primaria, avviene il processo della ruminazione; riflesso mediante il quale l’animale riporta nella cavità orale il materiale vegetale per masticarlo, mescolarlo alla saliva e, una volta finemente triturato, rimandarlo nel rumine per il completamento della digestione (Figura 1).

FIGURA 1: Nel rumine, ad opera di specifici batteri, muffe e protozoi cellulosolitici, ha inizio una prima demolizione delle fibre vegetali. Il secondo dei tre prestomaci è il reticolo (il più piccolo), esso è formato da tante cellette reticolari (quadrate od esagonali), che ricordano per forma e struttura il favo delle api, ha uno sbocco sull’esofago e comunica ampiamente col rumine. Il reticolo ha un ruolo nella fermentazione e nel rimescolamento del materiale ingerito durante la ruminazione, uno dei suoi compiti primari è quello di separare dalla massa fermentante le particelle più fini, che possono proseguire nel tratto gastroenterico. L’ultimo dei tre prestomaci è l’omaso, esso permette il transito del materiale vegetale fermentato fino all’abomaso. La sua funzione principale è quella di riassorbire parte della componente liquida dell’ingesta fermentata. Le pareti interne dell’omaso hanno numerose pieghe (lamine omasali), che gli consentono di aumentare la superficie assorbente. Nell’abomaso l’ingesta fermentata viene sottoposta all’azione dei processi digestivi (succhi gastrici), analogamente a quanto avviene nello stomaco degli animali monogastrici (come l’uomo). Le sostanze vegetali digerite vengono rilasciate, tramite il pirolo, nell’ intestino tenue per la fase di assorbimento.

Negli vitelli i prestomaci sono poco sviluppati e non funzionanti. In questa fase, in cui l’alimentazione prettamente lattea non necessita di nessuna reazione fermentativa, la doccia esofagea consente al latte di passare direttamente nell’abomaso, bypassando il rumine (Figura 2).

FIGURA 2: L’apparato gastrico dei ruminanti è mediamente costituito nella prima settimana di età, per il 70-80% dall’abomaso, per il 15- 20% dall’omaso e soltanto per l’ 8-10% dal complesso rumine-reticolo; dopo lo svezzamento, per il 70-80% dal rumine-reticolo, per il 20% dall’omaso e soltanto per il 10% dall’abomaso.

Lo svezzamento è il passaggio nella dieta che ha l’obiettivo di favorire in modo equilibrato e relativamente rapido il processo di crescita del rumine, delle papille ruminali e l’instaurarsi della flora microbica, garantendo le performance di accrescimento. Dato che il sistema nervoso che controlla la motilità intestinale diviene funzionante a 10-15 giorni di vita, si considera tale data momento ideale per iniziare la somministrazione di alimento solido (mangime starter). Lo starter deve essere a base di cereali, appetibile e avere granulometria capace di stimolare la masticazione e la salivazione. Il vitello si considera svezzato quando il suo livello di ingestione di mangime non è inferiore al 2% del peso corporeo (2-2,5 kg), raggiungendo i 100 Kg di peso vivo intorno alle 9-10 settimane con un incremento medio giornaliero di 0,7-0,8 kg.

Nel bovino adulto la ruminazione è influenzata dal tipo di alimenti che costituiscono la razione e dalle caratteristiche della fibra, ma anche dalle condizioni sanitarie dell’animale, dal livello di stress e dal tipo di management aziendale. La ruminazione è parte integrante del processo di digestione dell’alimento, quindi influenza positivamente la quantità di sostanza secca ingerita. Allo stesso modo, all’aumentare del tempo che l’animale dedica ad alimentarsi e della quantità di sostanza secca ingerita, aumentano i tempi di ruminazione. Ciò che collega ruminazione, masticazione e livello di ingestione è l’NDF fisica effettiva (peNDF); ovvero la fibra che determina la risposta dell’animale in termini di attività di masticazione. Il fattore di efficienza fisica può variare da 0 (quando l’NDF dell’alimento non stimola la masticazione) a 1 (quando l’NDF dell’alimento promuove la massima attività di masticazione). Poiché il fattore di efficienza fisica è legato alle dimensioni delle particelle e alla riduzione delle dimensioni delle particelle (che è direttamente legata alla attività di masticazione), la peNDF influenzerà la stratificazione del contenuto ruminale, importante nel trattenere le particelle grosse, nella stimolazione della motilità, nella dinamica di fermentazione e transito. In contesti di allevamento in cui la somministrazione dell’alimento è ad libitum, la bovina deve spendere mediamente dai 480 ai 550 minuti al giorno (8-9 ore) ruminando. Sono riconosciute due fasi di ruminazione; diurna meno intensa e notturna più intensa. Questo processo fisiologico è molto sensibile a fattori ambientali e gestionali di stress. In caso di stress da caldo, sovraffollamento, cattiva gestione dei gruppi e cattiva interazione uomo-animale, i bovini possono bloccare volontariamente la ruminazione. Da questo si evince che la ruminazione rispecchia non solo la qualità e il bilanciamento della razione alimentare, ma anche lo stato di salute dell’animale. La variabilità maggiore si registra nella fase diurna. Una riduzione del 15% dell’attività ruminale aumenta il rischio di problemi metabolici come l’acidosi ruminale subclinica, abbassa l’assimilazione dei nutrienti, incrementa l’incidenza di zoppie e mastiti e riduce i parametri di qualità del latte. Nel periodo estivo, lo stress da caldo può ridurre il tempo di ruminazione del 30% con un impatto diretto sull’ingestione di sostanza secca.

La ruminazione rappresenta un adattamento evolutivo dei mammiferi erbivori, soggetti a forte pressione predatoria. Essa consente all’animale di accumulare in modo rapido grandi quantità di cibo nel rumine in seguito ad una grossolana masticazione dell’alimento ed una veloce deglutizione in aree di pascolo potenzialmente pericolose. Anche se non assistiamo più ad atti predatori, in quanto il bovino viene allevato in strutture idonee, i 3 punti evidenziati si manifestano ugualmente a causa della competitività esistente tra i soggetti. Il ruolo della ruminazione è fondamentale, essa consente di facilitare la macerazione dell’alimento ingerito, il rimescolamento del contenuto con la saliva, lo sminuzzamento dello stesso per facilitarne l’assorbimento, la distribuzione uniforme dei microrganismi cellulosolitici e la rimozione di parte dell’anidride carbonica e del metano derivanti dai processi fermentativi.

In condizioni di sovraffollamento, in cui viene ridotto del 40% lo spazio messo a disposizione delle bovine, il tempo di ruminazione può calare di 30 minuti al giorno; complice la riduzione del tempo di riposo durante il quale avviene la ruminazione. Anche la competizione gerarchica è un altro fattore da non sottovalutare. Alcuni studi hanno dimostrato che le vacche subordinate, che quindi subiscono la competizione delle dominanti, ruminano il 35% del tempo in meno a causa della riduzione del tempo di accesso alla mangiatoia e dell’ingestione. È dunque importante gestire al meglio gli spostamenti degli animali e assicurare loro i giusti spazi per ridurre al massimo l’instaurarsi di fenomeni gerarchici. Ci sono anche eventi fisiologici nella vita dell’animale che influenzano l’attività ruminale, come il parto o l’estro. Il giorno del parto è stata osservata una riduzione del tempo di ruminazione fino al 70% rispetto al tempo di ruminazione medio osservato durante il periodo di asciutta. Esiste infatti una finestra temporale intorno al parto in cui l’animale cala molto la ruminazione e successivamente ad esso riprende questa attività. Molti studiosi hanno sottolineato come questo potrebbe essere quindi usato come un indicatore per l’allevatore di un animale che si sta preparando al parto. È importante considerare che l’aumento del tempo di ruminazione dopo il parto si instaura molto più rapidamente (3 giorni) in bovine che hanno avuto tempi di ruminazione maggiori durante l’asciutta. Al contrario, l’aumento del tempo di ruminazione può instaurarsi solo dopo 15 giorni dopo il parto in bovine con un livello di ruminazione contenuto durante l’asciutta. È interessante notare inoltre che bovine a bassa ruminazione hanno una probabilità del 50% maggiore si avere diagnosticata almeno una patologia clinica dopo il parto (ritenzione di placenta, endometrite, chetosi, zoppie e mastite). Ciò si ripercuote sulla produzione durante il primo mese di lattazione che risulta ridotta del 25% (Rumination time around calving: An early signal to detect cows at greater risk of disease. L. Calamari, N. Soriani, G. Panella, F. Petrera, A. Minuti and E. Trevisi. Journal of Dairy Science Vol. 97 No. 6, 2014). Alla luce di questi risultati possiamo concludere che il tempo ruminazione potrebbe essere usato come indice del benessere della mandria. La recente introduzione di sistemi indiretti che consentono di misurare il tempo di ruminazione, sulla base dell’analisi di segnali sonori emessi durante tale processo, consente di creare un modello che rappresenta l’andamento dell’attività ruminale durante le 24 ore della mandria (Figura 3). Lo scostamento da questo modello è indicativo di disturbo in atto.

FIGURA 3: La tecnologia impiegata monitora e osserva 24 ore su 24 ogni singola vacca, permette di intervenire in modo preventivo sugli riducendo i tempi di intervento, i costi di gestione, ottimizzando le rese produttive e contribuendo al miglioramento dello stato di salute e del benessere animale. Gli obiettivi che giustificano l’adozione di questa tecnologia sono quelli di monitorare le vacche, sia a livello individuale che di gruppo, in modo tale da identificare precocemente gli animali più a rischio per problematiche sanitarie, ma anche di correggere e migliorare la gestione complessiva della mandria in ambiti quali la nutrizione, il cow comfort, la gestione degli spostamenti, lo stress termico. L’adozione della tecnologia di monitoraggio della ruminazione e del tempo in mangiatoia può davvero portare dei reali benefici nella gestione sia dei singoli individui che della mandria nel suo complesso concentrandosi maggiormente solo sugli individui presenti nella “lista di allarme salute”. Così anche chi opera sarà più efficiente in termini di tempo e risultati dovendosi focalizzare su animali che davvero necessitano di cure attente.

 

Le sensazioni degli animali: la vista

Le sensazioni degli animali: la vista

di Sujen Santini

INTRODUZIONE

Quando si confronta il cervello degli altri animali con quello dell’uomo, l’unica differenza evidente a occhio nudo è la maggiore dimensione della neocorteccia nell’uomo. All’interno della neocorteccia, i lobi frontali, sono la destinazione finale di tutta l’informazione trasmessa al cervello, dove viene riunita in un’unica visione d’insieme. Negli altri animali invece tutti i minuscoli dettagli sensoriali che provengono dall’ambiente rimangono separati e identificabili. Il prezzo che gli esseri umani pagano, in cambio dei loro lobi frontali così sviluppati, è un livello di disattenzione che non si riscontra negli altri animali. Facciamo un esempio: osservate l’immagine sottostante e dite la prima cosa che vi viene in mente. Probabilmente la maggior parte di voi coglierà un paesaggio, i più meticolosi un albero, un prato, un cielo nuvoloso. Una vacca coglie i singoli steli d’erba, le singole foglie che compongono il ramo, ovvero i singoli dettagli che compongono il quadro. Come sottolinea Temple Grandin nel suo libro La macchina degli abbracci: “Gli essere umani non sono astratti solo nel modo di pensare, ma anche nel modo di vedere e di udire. Gli animali non vedono una loro personale idea delle cose: vedono le cose reali. Questa è la grande differenza tra esseri umani ed animali che usano il linguaggio sensoriale”.

LA VISTA DEI BOVINI

Per i bovini, come per noi, la vista è il senso dominante, dal quale ottengono circa il 50% delle informazioni dall’ambiente. I bovini vedono però diversamente da noi: hanno una visione a 330°, prevalentemente laterale monoculare a grandi distanze, essendo un animale predato ciò permette di pascolare e ruminare per ore tenendo sotto controllo il territorio circostante.

La visione binoculare è un’area limitata di fronte loro e questo è da tenere in considerazione poiché limita la loro capacità di percepire la profondità o distanza.

Conoscere il campo visivo è importante ad esempio per avvicinarsi loro in modo corretto, ovvero di lato e lentamente evitando così di scatenare reazioni di paura e quindi comportamenti volubili, imprevedibili e potenzialmente pericolosi. Anche durante le operazioni di movimentazione è indispensabile tenere in considerazione che noi e le bovine abbiamo un campo visivo diverso e, pertanto, vediamo cose diverse. Facciamo un esempio. Quando gli animali devono essere caricati su un camion l’immagine che vede l’operatore che li guida è quella seguente:

La vacca invece ha un campo visivo più ampio e dunque può essere spaventata o infastidita da cose che noi non riusciamo a vedere.

I bovini vedono solo una piccola area di fronte a loro e non riescono a valutare bene distanza e profondità. Alcune configurazioni di passaggi o cancelli possono contrastare con la percezione della profondità di una vacca rendendo difficile spostare l’animale in modo efficiente. Ad esempio, una bovina non percepirà un’apertura ad angolo retto rispetto alla fine di un corridoio e l’animale si sottrarrà all’essere mosso in questa direzione poiché non percepisce una via di fuga o di ritorno.

A causa della loro limitazione nella visione verticale e della mancanza di capacità di mettere a fuoco rapidamente, è importante tenere in considerazione che la loro percezione di un ostacolo è diversa dalla nostra. Ad esempio un’ombra sul terreno potrebbe essere scambiata per un profondo crepaccio! E’ quindi importante evitare sul loro percorso ostacoli (veri o presunti) come ad esempio piccoli oggetti, cambiamenti di pavimentazione e di superfici, griglie di drenaggio: nel caso lasciare il tempo alla bovina di abbassare la testa, mettere a fuoco l’ostacolo e procedere nuovamente. I bovini in natura sono più attivi all’alba e al crepuscolo per cui sono molto sensibili alla luce, sono abbagliati dalla luce intensa e hanno paura del contrasto luminoso: sono meno in grado di discriminare oggetti che differiscono per intensità di luce e non riescono a vedere il contrasto del colore, percepiscono le ombre più estreme rispetto a come le percepiamo noi. Hanno una visione dicromatica, sono in grado di distinguere i colori delle lunghezze d’onda più lunghe (giallo, arancione e rosso) molto meglio delle lunghezze d’onda più corte (blu, grigio e verde). I vitelli sono in grado di discriminare tra lunghezze d’onda lunghe (rosse) e corte (blu) o medie (verdi), ma hanno una capacità limitata di discriminare tra corta e media. Per quanto possibile è quindi bene mantenere una illuminazione uniforme, diminuire contrasti e superfici riflettenti. Ad esempio, durante una operazione di movimentazione, bruschi cambiamenti di colori delle attrezzature, luci che riflettono sulle pozzanghere o su superfici metalliche possono rappresentare un elemento di disturbo sufficiente per impaurire l’animale e impedirgli di avanzare. Inoltre, questa sensibilità agli stimoli luminosi è da tenere in considerazione per la difficoltà di messa a fuoco nel passaggio buio/luce. Il passaggio da zone illuminate a zone in ombra richiede un periodo di regolazione di alcuni minuti, cosa di cui l’operatore deve tener conto quando vuol movimentare gli animali. Il fenomeno inverso è più veloce: i bovini sono attratti dalla luce se questa non è eccessivamente abbagliante. Ad esempio, in una condizione come la foto di seguito nel passaggio da un ambiente buio ad uno molto illuminato necessita di qualche minuto di adattamento della vista. Se il contrasto è particolarmente forte la luce li abbaglia rendendoli quasi cechi per qualche minuto.

E’ ovvio che in queste condizioni gli animali sono spaventati e si bloccano per questo motivo: urlare o indurli a muoversi con la forza è controproducente, meglio attende qualche istante che la visione si adatti e gli consenta di riprendere spontaneamente il movimento.

Altra curiosità legata alla visione è la loro percezione del movimento: la percezione del movimento dinamico è distorta per cui hanno paura dei movimenti rapidi che hanno un grande effetto nell’attivare l’amigdala, la parte del cervello che controlla la paura.

E’ pertanto bene muoversi con movimenti lenti per non spaventarli e non essere percepiti come potenziali predatori, così come prestare attenzione ad altri dettagli che possono spaventarli, quali abiti appesi sugli steccati, oggetti di plastica in movimento, il movimento delle pale dei ventilatori. Infine la vista è implicata in aspetti sociali e fisiologici: le bovine isolate soffrono, sono animali sociali che hanno bisogno di un contatto visivo con i loro simili, poiché sono animali predati il senso del gruppo li tranquillizza. Inoltre attraverso la vista, la ghiandola pineale registra la lunghezza delle ore di luce della giornata e regola l’asse ormonale riproduttivo, favorendo i parti in primavera.

Criptosporidiosi dei vitelli

Criptosporidiosi dei vitelli

Josephine Verhaeghe – Resp. tecnico CID LINES N.V, traduzione di Stefano Andreatta

La Criptosporidiosi è una malattia parassitaria che colpisce i vitelli dai 5 ai 35 giorni di vita e, più frequentemente, durante la seconda settimana di vita. La sua gravità dipende dalla resistenza generale del vitello e dall’intensità dell’infezione1. Lo scopo di questo articolo è quello di evidenziare l’importanza dell’ambiente e delle condizioni di igiene nella genesi e nello sviluppo di questa patologia.
L’ambiente in cui nasce e cresce il vitello è fondamentale, in particolare quando si tratta di Criptosporidiosi.
Le prime sostanze ingerite portano milioni di microrganismi in un tratto digerente sterile. Da qui l’importanza di controllare il moltiplicarsi dei patogeni attraverso l’igiene.

Di seguito alcune raccomandazioni pratiche.

1. Gestione dell’ambiente per prevenire la Criptosporidiosi
La gestione ambientale mira a ridurre il grado dell’infezione a un livello sufficientemente basso da non causare segni clinici negli animali. Le oocisti di Cryptosporidium parvum sono particolarmente resistenti e in grado di sopravvivere a temperature comprese tra -20 e +60 gradi centigradi.
La presenza di feci e altra materia organica li aiuta a sopravvivere all’essiccamento.
Il primo punto critico della gestione ambientale è quindi eliminare il più possibile la materia organica, che aiuta il parassita a sopravvivere.
Qualsiasi area a contatto con i vitelli è un probabile vettore di contaminazione, quindi, bisogna igienizzare con un protocollo validato, (prodotto * dose * tempo di contatto adeguati).

La gestione degli animali è un puntochiave:
• In un ambiente con una comprovata presenza di Criptospiridiosi, è preferibile ospitare singolarmente vitelli di età inferiore a un mese (foto 1). Si consiglia di svuotare, pulire e disinfettare le gabbiette dei vitelli prima di introdurre un nuovo animale.
• Garantire un’organizzazione per età (e non per dimensione animale, poiché un vitello più debole è un serbatoio di parassiti e altri potenziali agenti patogeni).

Assicurarsi di ridurre al minimo il rischio di trasmissione attraverso le apparecchiature e il personale:
• Mantenere un ordine logico di gestione degli animali (ad esempio: alimentare prima i vitelli più giovani, passando gradualmente ai vitelli più anziani);
• Tenere pulite e disinfettate tutte le apparecchiature mobili (secchi, bottiglie per il latte) (foto 2). Uno studio condotto in Canada ha dimostrato che i fattori di igiene e di gestione influenzavano la diffusione di Cryptosporidium parvum nell’azienda agricola2. L’uso di un detergente per pulire secchi e bottiglie è un fattore che può ridurre significativamente la contaminazione. Si consiglia di sciacquare abbeveratoi, secchi e altri materiali contenenti acqua o mangime per vitelli.

2. Uso di prodotti efficaci contro la Criptosporidiosi
Un’altra peculiarità di Cryptosporidium parvum risiede nella sua resistenza. Non è sensibile ai disinfettanti convenzionali, efficaci contro batteri, virus e funghi. Il cloro o la glutaraldeide, ad esempio, non hanno efficacia contro il Cryptosporidium parvum. Prodotti a base di ammine hanno dimostrato la loro efficacia con una diluizione del 2% e un tempo di contatto di 2 ore. Immagini al microscopio elettronico di Naciri et al.5 mostrano l’effetto delle ammine sulle oocisti: il disinfettante rompe il guscio per distruggere gli sporozoiti che si trovano all’interno (foto 3).

3. Mantenimento di un ambiente al di sotto della soglia critica
La gestione ambientale mira a ridurre il grado dell’infezione a un livello accettabile. I vitelli infestati da una quantità limitata di oocisti non mostrano sintomi, sviluppano immunità e sono progressivamente meno sensibili ai parassiti. Questo fenomeno si osserva regolarmente quando gli edifici sono puliti e vuoti all’inizio della stagione del parto. Tuttavia, dopo un certo periodo, compaiono diarrea e segni clinici. Uno studio condotto in Canada ha scoperto che i vitelli diffusori di oocisti avevano una probabilità 3 volte maggiore di mostrare segni di diarrea rispetto ai vitelli non portatori6. Infatti, oltre la soglia di 2,2 * 105 oocisti / grammo di feci, i vitelli hanno una probabilità 6 volte maggiore di avere la diarrea7.

4. Superare le prime 3 settimane
La probabilità di essere portatore di oocisti aumenta durante i giorni 5 – 23, con un picco di probabilità al giorno 147. Il contatto con la madre la quantità di colostro assunto possono essere due fattori che influenzano notevolmente l’infestazione da cripto sporidi. Uno studio scientifico ha valutato che il rischio di diarrea aumenta del 39% in caso di contatto con la madre dopo la nascita per più di un’ora7. Nello stesso studio, che considerava le aziende agricole in cui era stata convalidata la presenza di Criptosporidiosi, il mancato trasferimento dell’immunità passiva non era stato identificato come un fattore significativo associato al rischio di diarrea. L’immunità passiva influenza essenzialmente lo stato patologico e la mortalità dei vitelli. L’immunità passiva non ha dimostrato di essere importante per la resistenza ai parassiti. Naciri et al. hanno dimostrato che il titolo anticorpale non ha alcun effetto sul controllo della Criptosporidiosi9. Questi elementi confermano quindi la necessità della gestione dell’ambiente se si vuole tenere sotto controllo la quantità di oocisti che i vitelli possono assorbire nei primi giorni di vita. Allo stesso modo, è stata stabilita una correlazione negativa tra la quantità di colostro assorbita durante il primo giorno di vita e il numero di oocisti contate nelle feci dei vitelli8. In aziende agricole con un’alta prevalenza dell’agente patogeno bisogna fare attenzione all’igiene del box parto: più il vitello assumerà colostro direttamente dalla mammella della madre, più è probabile che ingerirà anche le oocisti.

Conclusione

L’ambiente e la carica microbica associata sono cruciali per i vitelli neonati. Il tratto digerente è sterile alla nascita. È colonizzato da microrganismi che vengono a contatto con il vitello nei primi giorni di vita. Il colostro svolge anche un ruolo importante nell’aiutare l’animale a difendersi prima che il suo sistema immunitario sia pienamente operativo. L’immunità passiva aiuta essenzialmente a combattere virus e batteri, ma ha scarso effetto sul Cryptosporidium parvum. È quindi ancora più importante ottimizzare le condizioni igieniche della zona del parto, delle gabbie dei vitelli e di tutti gli utensili utilizzati per nutrire gli animali. Un protocollo di pulizia regolare e rigoroso, combinato con un disinfettante con una comprovata efficacia contro il parassita, sono risorse preziose per superare il corso critico delle prime 3 settimane di vita. Per maggiori informazioni riguardanti prodotti utili per la pulizia e disinfezione di utensili e gabbie contattare il tecnico di riferimento.

Bibliografia

1. Merck veterinary manual 2. Trotz-Williams, L. A., Martin, S. W., Leslie, K. E., Duffield, T., Nydam, D. V., & Peregrine, A. S. (2008). Association between management practices and within-herd prevalence of Cryptosporidium parvum shedding on dairy farms in southern Ontario. Preventive veterinary medicine, 83(1), 11-23. 3. Quilez, J., Sanchez-Acedo, C., Avendano, C., del Cacho, E., & Lopez-Bernad, F. (2005). Efficacy of two peroxygen-based disinfectants for inactivation of Cryptosporidium parvum oocysts. Applied and environmental microbiology, 71(5), 2479-2483. 4. Shahiduzzaman, M., Dyachenko, V., Keidel, J., Schmäschke, R., & Daugschies, A. (2010). Combination of cell culture and quantitative PCR (cc-qPCR) to assess disinfectants efficacy on Cryptosporidium oocysts under standardized conditions. Veterinary parasitology, 167(1), 43-49. 5. Naciri, M., Mancassola, R., Fort, G., Danneels, B., & Verhaeghe, J. (2011). Efficacy of amine-based disinfectant KENO™ COX on the infectivity of Cryptosporidium parvum oocysts. Veterinary parasitology, 179(1-3), 43-49. 6. Trotz-Williams, L. A., Jarvie, B. D., Martin, S. W., Leslie, K. E., & Peregrine, A. S. (2005). Prevalence of Cryptosporidium parvum infection in southwestern Ontario and its association with diarrhea in neonatal dairy calves. The Canadian Veterinary Journal, 46(4), 349. 7. Trotz-Williams, L. A., Martin, S. W., Leslie, K. E., Duffield, T., Nydam, D. V., & Peregrine, A. S. (2007). Calf-level risk factors for neonatal diarrhea and shedding of Cryptosporidium parvum in Ontario dairy calves. Preventive veterinary medicine, 82(1- 2), 12-28. 8. Arsenopoulos, K., Theodoridis, A., & Papadopoulos, E. (2017). Effect of colostrum quantity and quality on neonatal calf diarrhoea due to Cryptosporidium spp. infection. Comparative immunology, microbiology and infectious diseases, 53, 50-55. 9. Naciri, M., Mancassola, R., Reperant, J. M., Canivez, O., Quinque, B., & Yvore, P. (1994). Treatment of experimental ovine cryptosporidiosis with ovine or bovine hyperimmune colostrum. Veterinary parasitology, 53(3-4), 173-190.

Suinicoltura: modello sostenibile

Suinicoltura: modello sostenibile

MODELLO SOSTENIBILE Il GOI RISparmio e COnservazione dell’azoto
nei SiStemi Agricoli suini – RISCOSSA (riscossa.crpa.it/)

di Maria Teresa Pacchioli e Sujen Santini

L’inquinamento delle risorse idriche, sotterranee o superficiali, in molti casi è dovuto ad un’eccessiva concentrazione di elementi come l’azoto e il fosforo. Utilizzati in agricoltura perché essenziali per la crescita vegetale, diventano però nocivi quando le loro concentrazioni nelle acque raggiungono livelli troppo elevati. Tipico è l’inquinamento dovuto ai nitrati, una forma minerale dell’azoto particolarmente solubile nelle acque. Anche concentrazioni di pochi milligrammi per litro di nitrati nell’acqua possono risultare tossiche per l’uomo e gli animali. Il limite di potabilità è posto a 50 milligrammi per litro. Per questi motivi, con l’uscita della Direttiva Nitrati (Dir. 91/676/CEE), l’Unione Europea ha avviato il percorso di regolamentazione dell’uso dell’azoto in agricoltura.

La protezione delle acque dall’inquinamento da azoto nelle aree con elevata concentrazione di allevamenti intensivi è una delle problematiche con cui deve confrontarsi la zootecnia italiana, localizzata soprattutto nelle regioni del Nord del Paese. L’agricoltura contribuisce in modo significativo ad aumentare il carico di nutrienti nei corpi idrici: anche se oggi si può ritenere il contenuto di nitrati nelle acque nelle regioni del nord d’Italia in genere stabile, le regioni hanno definito delle aree a rischio, indicate nel Piano tutela delle acque, e tra queste aree spiccano le zone di montagna e collina, in buona misura caratterizzate da corpi idrici in stato non buono.

Il primo fattore che regola l’escrezione di azoto da parte dei suini è evidentemente l’alimentazione proteica, cioè la quantità ed il valore biologico delle proteine che vengono somministrate all’animale. Migliore è il valore biologico delle proteine (cioè la loro fruibilità da parte dell’animale) e migliore la congruità con i fabbisogni quantitativi e qualitativi in termini di amminoacidi, migliore sarà la trasformazione delle proteine alimentari in accrescimento corporeo e quindi minore l’escrezione azotata.

Per questo motivo sia le norme che regolano la salvaguardia delle acque superficiali (D.M. 25 febbraio 2016) sia quelle che regolano le emissioni in atmosfera (Industrial Emissions Directive 2010/75/EU – Integrated Pollution Prevention and Control – Best Available Techniques (BAT) Reference Document for the Intensive Rearing of Poultry or Pigs 2017) e non ultimo le linee guida per la riduzione delle emissioni in atmosfera provenienti dalle attività agricole e zootecniche (Accordo di Bacino Padano del dicembre 2013), mettono in risalto l’efficacia di interventi sull’alimentazione tesi a: 1. adattare il tenore proteico delle diete ai reali fabbisogni dei suini migliorando il valore biologico delle proteine e ottimizzando il rapporto fra energia e proteine; 2. utilizzare diete diverse a seconda della fase di accrescimento degli animali; 3. utilizzare diete a basso tenore proteico integrate con amminoacidi di sintesi.

Questi tre interventi consentono, in ordine di efficacia crescente, di migliorare l’utilizzazione dell’azoto per l’animale, miglioramento che deve essere stimato attraverso un sistema di bilancio che tenga conto degli input (animali e alimenti in entrata nell’allevamento), degli output (animali in uscita) e delle variazioni della consistenza delle scorte vive e morte (per approfondimenti metodologici sul bilancio dell’azoto aqua.crpa.it). Il bilancio dell’azoto dell’allevamento, che rientra nel più complesso bilancio dell’azoto dell’intera azienda, è lo strumento più idoneo per stimare l’effettivo impatto ambientale di un’attività agricola e, dal punto di vista dell’allevatore può essere utilizzato non solo per dimostrare la rispondenza ai requisiti minimi previsti dalla normativa in materia ambientale, ma anche per evidenziare un impatto ambientale minore di quello standard individuato ad esempio dalla D.M. 7 aprile 2006 di recepimento della Direttiva Nitrati, e quindi la possibilità di ridurre le superfici di utilizzazione agronomica previste dal Piano di Utilizzazione Agronomica o di ridurre i quantitativi di azoto per ettaro. Questo aspetto è particolarmente importante nelle zone con acquiferi in non buono stato ed in zone vulnerabili ai nitrati.

Se da un lato si può considerare consolidato dai risultati della ricerca internazionale l’effetto positivo sull’ambiente di una riduzione del tenore proteico delle diete, gli elementi da valutare a livello di applicazione pratica sono soprattutto la costanza dei risultati nel tempo e il grado di riduzione del contenuto di proteina grezza della dieta attuabile senza che vi siano peggioramenti produttivi. Trattando la suinicoltura nazionale c’è la necessità che qualsiasi intervento sulla dieta non vada a scapito non solo della produttività in vivo ed alla macellazione, ma anche della idoneità delle carni alla produzione di stagionati di alta qualità. A questi temi è dedicata una parte delle attività del Piano per l’Innovazione RISparmio e COnservazione dell’azoto nei SiStemi Agricoli suini – RISCOSSA, realizzato nell’abito del PSR 2014-2020 REGIONE EMILIA- ROMAGNA Misura 16.1.01 – Gruppi operativi del partenariato europeo per la produttività e la sostenibilità dell’agricoltura. Il Piano è condotto dalla Fondazione CRPA Studi Ricerche (FCSR) insieme all’azienda Azienda Agricola Spaggiari Daniela, al Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (C.R.E.A.) e a Centro Ricerche Produzioni Animali (CRPA), e la collaborazione tecnica di COMAZOO che ha fornito supporto nella formulazione ed uso delle diete sperimentali. Il Piano vuole contribuire a diffondere un modello di allevamento suinicolo sostenibile, in senso ambientale ed economico, in zone della provincia di Modena dove il modello standard di suinicoltura intensiva ha fallito.

Alimentazione dei suini ed escrezione di azoto.

In sperimentazioni precedenti si è verificata la possibilità di ridurre tra il 10 e il 30% la proteina grezza dietetica dei suini attraverso un bilanciamento del suo valore biologico con l’uso crescente di amminoacidi di sintesi partendo dal primo amminoacido essenziale e limitante (lisina) fino ad arrivare all’uso di 6 amminoacidi di sintesi (lisina, metionina, triptofano, treonina, isoleucina, valina). In questo progetto si è lavorato su 3 cicli di allevamento consecutivi condotti dall’azienda Spaggiari utilizzando diete multifase per adeguare gli apporti nutritivi ai fabbisogni dei suini e, prudenzialmente, senza arrivare alla riduzione massima del tenore proteico che era stata utilizzata in prove sperimentali; Nello specifico si è posizionato il livello proteico delle diete in tutte le fasi al di sopra del valore di proteina minima equilibrata, cioè quella quantità di azoto indifferenziato necessaria agli animali per sintetizzare gli amminoacidi non essenziali. In questo caso la quantità massima di lisina presa a riferimento è stata 6,5 grammi per ogni 100 grammi di proteina grezza. Per ogni ciclo di allevamento condotto presso l’azienda Spaggiari sono stati rilevati la data di introduzione degli animali, il peso di partita, la data ed il peso degli animali eliminati o deceduti, il peso finale di tutti gli animali inviati al macello. I suini sono stati alimentati con materie prime (mais) e nuclei appositamente formulati. Di tutte le partite di mais e nucleo consegnate è stato registrato il peso e prelevato un campione per la determinazione del contenuto in azoto. Per il siero, reperito in loco autonomamente dall’Azienda agricola Spaggiari, è stato prelevato un campione a cadenza almeno bisettimanale.

Sono stati condotti tre cicli di allevamento utilizzando suini da ristallo che nei tre casi provenivano da diversi verro terminale differente per genetica: Duroc Italiano primo ciclo, Duroc Danese secondo ciclo e Larghe Withe terzo ciclo. La resa dell’azoto ottenuta nei 3 cicli è stata, rispettivamente, del 30,44%, del 38,39 e del 31, 91. L’azoto escreto negli effluenti calcolato con il metodo del bilancio è stato complessivamente di 3.480,19 chilogrammi nel primo ciclo, 3.044,51 nel secondo e 2.988,04 nel terzo ciclo. Applicando all’escreto la riduzione del 28% per volatilizzazione dell’azoto presente durante la fase di stoccaggio e distribuzione dei reflui, e il numero di cicli di allevamento attuabili nell’anno solare, si ottengono i valori di azoto al campo presentati in tabella 2. Considerando, in base all’accrescimento medio giornaliero, un numero di 1,65 cicli/anno, l’azoto annuo risulterebbe di 4138,4 kg

Come si può vedere in tabella 2, adottando un bilancio analitico dell’azoto consumato rispetto ad usare il dato tabellare in base al peso vivo medio presente fornito dall’allegato del DM 7 aprile 2006 per la redazione del Piano di Utilizzazione Agronomica dei reflui, si avrebbero notevoli risparmi di superficie per lo spandimento. Questo significa che l’adozione della dieta a ridotto tenore proteico e del calcolo di bilancio dell’azoto possono rappresentare una opportunità per risparmiare terreno impiegato per il PUA, così come permettere l’allevamento di più animali a parità di ettari disponibili.

Conclusioni

Questi primi risultati mostrano come sia possibile reintrodurre l’allevamento dei suini anche in zone collinare e montane della regione Emilia-Romagna, dove la disponibilità di terreni idonei allo spandimento dei reflui è limitata per condizioni di accessibilità e pendenza, oltre che per la fragilità dei corpi idrici. Qui la realizzazione di allevamenti di grandi dimensioni è impraticabile, ma in piccole realtà gestite con managerialità e competenza è possibile ottenere produzioni soddisfacenti e di qualità, con riduzioni importanti del tenore proteico della dieta.

Qualità della carne bovina

Qualità della carne bovina

di Davide Pozzi

La qualità della carne si costruisce in tutte le fasi che costituiscono il processo produttivo, dall’allevamento fino alla distribuzione del prodotto per il consumo. Certamente l’allevamento rappresenta un momento particolarmente importante durante il quale ogni evento, a partire dalla gestione alimentare fino alla pre-macellazione, contribuisce nella definizione delle peculiarità del prodotto finale. Ai fini dell’ottenimento di una carne che soddisfi le aspettative del consumatore, anche le fasi successive all’allevamento risultano basilari. Esse permettono di mantenere, ma anche di compromettere o esaltare, quelle caratteristiche qualitative ottenute attraverso un’opportuna gestione degli animali. La qualità può essere apprezzata sotto diversi aspetti: nutrizionali, igienico sanitari, fisici, chimici e sensoriali. A quest’ultimi spetta una maggiore attenzione; infatti, se negli anni passati non sono mai stati grandemente presi in considerazione, oggi il consumatore desidera che la carne abbia determinate caratteristiche di tenerezza, colore, capacità di ritenzione idrica e la shelf-life (conservazione della qualità totale della carne dalla macellazione alla vendita).
Questo passaggio è stato influenzato dal fatto che alla struttura di macellazione, demandata dalla GDO (Grande Distribuzione Organizzata), interessavano animali con una maggiore resa alla macellazione, una maggiore resa allo spolpo e con una carne più magra possibile. Questi aspetti hanno portato a delle influenze estremamente negative sulla qualità della carne. Negli ultimi anni la GDO ha dovuto invertire la “rotta”, lo stato di ingrassamento 1 (molto scarso) non è più ricercato, mentre si predilige uno stato di ingrassamento 2 (scarso) o 3 (mediamente importante). Questo passaggio ha determinato una grande svolta dal punto di vista della qualità sensoriale. La prima variabile che influenza questi aspetti è il Ph. Valori ideali di Ph della carne, parlando di Ph finale che si è ben stabilizzato con l’esaurimento di tutti gli zuccheri e con la massima produzione di acido lattico, è di 5,5-5,8 a 24 ore post-mortem. I complessi proteolitici che trasformano il muscolo in carne sono Ph dipendenti quindi se non ho un adeguato abbassamento del Ph le catepsine e le calpaine non lavorano. Ridotte riserve di glicogeno (lo zucchero della massa muscolare) alla macellazione si traducono in un Ph alto e carne scura. A livelli elevati di Ph non avviene un’adeguata proteolisi; la struttura muscolare rimane compatta, la carne si ossigena meno e a sua volta la deossimioglobina non si trasforma in ossimioglobina, responsabile del colore rosso ciliegia tanto apprezzata dal consumatore. Inoltre, l’acqua rimane intrappolata a causa della forza attrattiva delle proteine non denaturate e solo dopo la cottura, quando le proteine vengono degradate per effetto del calore, l’acqua viene persa, dando origine ad una carne asciutta a insapore. Diversamente, temperature post-macellazione elevate si traducono in un rapido ed eccessivo declino del Ph con denaturazione della mioglobina e carni di colore pallido. Livelli di Ph inferiori a 6 riducono la capacità di ritenzione idrica.

Anche l’età alla macellazione gioca un ruolo determinante per quanto riguarda colore, tenerezza e gradimento del consumatore. Più è giovane l’animale più la fibra muscolare è sottile e la quantità di collagene è minore. Il collagene che si forma tra i 9 e i 12 mesi è caratterizzato da elevata solubilità. Dopo i 16 mesi, invece, il contenuto di collagene tende a valori pressoché costanti ma perde progressivamente di solubilità rendendo la carne meno tenera. Inoltre, più il soggetto è giovane, minore è il contenuto di mioglobina nel muscolo con una colorazione più chiara della carne. Ulteriore fattore è lo stato di ingrassamento. Esso da una succosità ottimale, un aroma ricco, un’elevata tenerezza e una maggiore tenuta al banco. Il grasso rallenta il raffreddamento post-macellazione in questo modo i fenomeni enzimatici lavorano nelle condizioni ottimali. I principali fattori che influenzano l’ingrassamento sono: il sesso, la genetica e il valore energetico della razione. Un aspetto di non minore importanza è il benessere animale. È ormai da tutti riconosciuto che un animale che riceve le cure adeguate ha una carne con caratteristiche migliori per la tenerezza, il sapore, il colore e la conservabilità rispetto ad animali che non vivono in condizioni di benessere. Infine il sistema di allevamento; produrre carne di eccellente qualità in allevamenti estensivi risulta difficile. L’animale muovendosi di più ha un maggior accumulo di mioglobina comportando un colore più scuro della carne. Inoltre un minor incremento ponderale giornaliero comporta un invecchiamento dell’animale. Per ultimo il colore del grasso è più giallo dovuto all’invecchiamento dell’animale e ai betacaroteni del pascolo. Da quanto esposto emerge chiaramente come il raggiungimento di un elevato standard qualitativo della carne bovina rappresenti un processo articolato, complesso e delicato dove, se non si considerano con attenzione le numerosissime variabili in grado di interferire sulle adeguate modalità produttive e di trasformazione del muscolo in carne, si determina un peggioramento della qualità del prodotto finale, che può perfino arrivare non solo a deludere ma anche ad “infastidire” il consumatore. Garantire “il top” delle condizioni di gestione e alimentazione degli animali in allevamento non è quindi l’unico aspetto indispensabile per creare le basi necessarie per la produzione di una carne con caratteristiche in grado di fronteggiare i numerosi e sempre più pressanti competitors. A tale proposito, specifica attenzione deve essere riposta alle fasi successive la macellazione al fine di garantire un ottimale declino della temperatura post mortem, una progressiva e corretta acidificazione delle carni e conseguentemente le condizioni ottimali per l’attività delle proteasi deputate alla trasformazione del muscolo in carne sia in termini di attività che di persistenza nel tempo. Quest’ultima considerazione “scopre” chiaramente l’importanza del periodo di frollatura. Se è, infatti, fondamentale garantire condizioni adeguate per l’attività delle proteasi muscolari, è ancor più basilare garantire alle stesse il tempo necessario per svolgere la propria azione.

L’alba di una nuova realtà biologica

L’alba di una nuova realtà biologica

di Stefano Giovenzana

L’azienda agricola “L’Alba” di Francesca Borrini è un’azienda che nasce come allevamento di bovini da latte del mantovano. Infatti, nel 2003 la famiglia Borrini decide di affrontare una sfida impegnativa: passare dall’allevamento bovino, realtà consolidata in terra mantovana, a quello caprino, fino ad allora diffuso quasi esclusivamente nelle aree montane e collinari della provincia. Nello stesso anno avviene l’acquisto del primo gruppo di caprette di razza Saanen che entrano poi in produzione l’anno successivo nella stalla di nuova costruzione situata a San Michele in Bosco frazione di Marcaria. La superficie disponibile è di 13 ettari destinati in parte a colture foraggere, prevalentemente erba medica, con impianti che durano in genere 4 anni intervallati da erbai di graminacee (loietto, frumento) e in parte occupati dai prati stabili, tipici delle aree che circondano il fiume Mincio. Oggi, arrivati a pieno regime, l’azienda conta circa 230 capi in lattazione e una sessantina di caprette da rimonta; un centinaio di capre vengono fatte partorire in stagione a primavera mentre il resto del gregge è destagionalizzato con parti tra settembre e ottobre per poter garantire continuità delle produzioni di latte in tutto l’arco dell’anno. La produzione media si attesta sui 900 litri di latte/capo/anno con buoni valori sia per il titolo di grasso sia delle proteine; aspetti che nel giro di pochi anni affermano l’allevamento tra le migliori realtà presenti in Italia. La gestione aziendale ha posto sempre la massima attenzione su 3 aspetti chiave: • L’alimentazione, impostando razioni sulla base della disponibilità foraggera aziendale e quindi in regime di autosufficienza; • La sanità, mantenendo l’indennità CAEV ed attuando scrupolosi piani vaccinali; • Il miglioramento genetico, attraverso il ricorso alla fecondazione artificiale e a piani di accoppiamento mirati, aderendo da subito al “contratto genetico caprino”- nell’ambito del piano SATA offerto dall’ARAL. La grande attenzione rivolta all’allevamento della rimonta consente all’azienda, non solo di soddisfare la rimonta interna, ma anche di commercializzare annualmente a livello nazionale un buon numero di giovani caprette e di riproduttori. Altro passo, importante e non semplice, che fin da subito la famiglia Borrini decide di intraprendere è la trasformazione del latte prodotto e la stagionatura e commercializzazione dei prodotti ottenuti. A questo scopo, adiacente alla stalla, viene allestito il caseificio aziendale con annesso il punto vendita (successivamente verrà anche acquistato un automarket per la vendita diretta in mercati e fiere). Nel corso degli anni anche in questo ramo dell’azienda vengono introdotte novità diversificando le produzioni che spaziano dai formaggi freschi a quelli stagionati (a coagulazione lattica e presamica), fino alle paste filate, al gelato e ai dessert. La vendita dei prodotti trasformati assorbe poco più della metà della produzione; il resto del latte viene venduto ad altri trasformatori. Una volta giunti a gestire una realtà consolidata ed affermata, nel corso del 2018, la famiglia Borrini decide di porsi un altro ambizioso obiettivo: convertire la produzione al metodo biologico. La scelta è dettata dalla forte espansione che sta facendo riscontrare il mercato dei prodotti biologici, sia per quanto riguarda la commercializzazione dei prodotti trasformati, sia per la vendita del latte, e dalla valutazione per cui la gestione convenzionale, già in atto, aveva per diversi aspetti affinità con il metodo biologico. Se fino a questo punto Comazoo aveva sempre fornito il mangime all’azienda, non avendo ancora una produzione propria certificata di mangimi biologici deve interrompere le forniture. Il passaggio al metodo biologico ed il cambio di razione non sono del tutto indolori: più che la lieve flessione della quantità di latte prodotto, a mettere in allerta sono i parametri di qualità delle produzioni, titoli di grasso e proteine e tenore di urea. Nel frattempo Comazoo avvia il proprio polo produttivo di mangime biologico certificato nell’impianto sito in provincia di Pavia, e i Borrini non esitano a contattare il servizio di consulenza tecnica della cooperativa per valutare le possibili proposte per risolvere questi problemi. Partendo da una valutazione delle disponibilità di foraggi aziendali viene abbinato un mangime della linea GREEN, adeguato a bilanciare gli apporti nutritivi per soddisfare i fabbisogni delle capre. Nel giro di poche settimane i parametri qualitativi del latte si assestano su valori ottimali garantendo anche nel medio lungo periodo buoni risultati a livello di fertilità, mantenimento dello stato corporeo e persistenza delle produzioni durante tutta la lattazione. La storia di questa azienda è caratterizzata da molti momenti in cui la famiglia Borrini si è posta davanti a delle scelte più o meno importanti. Solo concentrandosi su te stessi e, ovviamente, sui propri bisogni, lasciandosi guidare anche dall’intuito, con una buona dose di coraggio, forza e determinazione, hanno raggiunto risultati invidiabili nel loro settore.