Alimentazione di precisione nel bovino da carne

Alimentazione di precisione nel bovino da carne

di Sonia Rumi e Paolo Malizia

L’Azienda Agricola Pieve di Nodari, localizzata nel bacino storico di Comazoo, fa parte della compagine sociale della cooperativa ormai da molti anni. Tra le varie attività svolte, sicuramente quella dell’allevamento del bovino da carne è la più importante. I bovini sono distribuiti in diversi siti produttivi, ognuno dei quali con caratteristiche specifiche che riguardano sia le strutture che la tipologia di animali allevati.

La struttura di più recente acquisizione presenta particolari innovazioni tecnologiche di sicuro interesse per tutti i nostri soci. Si tratta di una struttura originariamente destinata all’allevamento del bovino da latte, radicalmente modificata tenendo ben presenti le esigenze del bovino da carne e il benessere in allevamento dello stesso.

Gli animali all’arrivo vengono sottoposti ad un protocollo sanitario concordato con il veterinario aziendale e a una gestione dell’alimentazione specificatamente studiata con razioni dedicate e differenziate in funzione del sesso, della razza e del peso. La realizzazione di ampi spazi destinati all’infermeria, su lettiera permanente, consente il recupero di una percentuale molto elevata dei bovini che eventualmente manifestano patologie in questa fase. L’allevamento di circa 600 capi avviene totalmente su lettiera permanente. La stalla è stata convertita al meglio facilitando l’accesso alla mangiatoia attraverso la rimozione delle catture originariamente presenti e sostituendo gli abbeveratoi originali con vasche in acciaio inox che forniscono una quantità d’acqua in misura superiore al minimo richiesto. La stalla, totalmente aperta, ha avuto un notevole beneficio dall’installazione di un sistema di ventilazione a pale orizzontali automatizzato gestito da una centralina che considera temperatura, umidità e velocità del vento. L’innovazione tecnologica più evidente di questa azienda è l’adozione di un sistema di miscelazione e distribuzione dell’alimento unifeed totalmente automatizzato (Lely Vector). Tale sistema si struttura fondamentalmente in due robot di miscelazione e foraggiamento e in un sistema di carico degli stessi (cucina), che si approvvigionano da siti di stoccaggio dedicati.

Questa tipologia di gestione dell’alimentazione presenta innumerevoli vantaggi nell’allevamento del bovino da carne; il più nte e immediato è la possibilità di gestire razioni alimentari dedicate alle varie tipologie di animali presenti in allevamento (razza, sesso e peso). Ciò ha consentito, in questa azienda, di allevare Limousine, Charolaise e incroci, maschie e femmine, nelle varie fasi produttive, soddisfacendo i fabbisogni di ogni categoria. Un aspetto vantaggioso che si è subito nziato è il continuo avvicinamento dell’unifeed presente in mangiatoia o eventualmente scaricato agli animali; ciò associato al fatto che i bovini non possono restare senza alimento a disposizione, ha notevolmente migliorato l’ingestione di sostanza secca degli stessi. Le razioni somministrate sono assolutamente precise e corrispondenti alle formule inserite; dato che è stato più volte verificato attraverso delle analisi presso il nostro laboratorio. L’omogeneità delle razioni è molto buona a patto di collocare foraggi pre – trinciati nei siti di carico della cucina. La corretta gestione della quantità minima di unifeed presente in mangiatoia, associata a una corsia di alimentazione rivestita in resina, ha eliminato qualunque problema di fermentazione dell’alimento in mangiatoia. Il sistema consente, inoltre, di gestire alimenti che vanno introdotti in piccolissime quantità, come minerali, tamponi e lieviti, indirizzandone l’uso solo nella categoria di animali dove è richiesto. L’impianto è gestito da un software che è in grado di fornire all’allevatore e al nutrizionista dati fondamentali per migliorare le performance: reale consumo di alimento per ogni singolo box; variazioni legate ad eventuali patologie, anche di un singolo animale presente all’interno del box; calcolare l’indice di conversione reale per ogni singola partita ed eventualmente per ogni fase produttiva; gestire al meglio, dal punto di vista alimentare, una fase critica come il ristallo conoscendo con precisione la quantità di sostanza secca ingerita; valutare in tempo reale e con dati certi la variazione di sostanza secca assunta dagli animali nel momento in cui si inserisce una nuova materia prima.

Le razioni alimentari utilizzano in larga misura foraggi e materie prime aziendali. Ai foraggi, sia insilati che affienati, sono affiancati concentrati aziendali (quali mais e orzo farina) e un nucleo proteico formulato dal Servizio Tecnico di Comazoo in funzione delle esigenze specifiche dell’azienda, come ad esempio l’assenza di materie prime geneticamente modificate.

L’avere un allevamento in cui gli aspetti legati al benessere animale sono considerati una priorità, associato a un sistema di alimentazione fortemente innovativo, si è tradotto nell’azienda Nodari in un notevole miglioramento degli incrementi ponderali medi giornalieri, anche in rapporto alla stessa tipologia di animali allevati in altre stalle della stessa azienda, in un miglioramento della qualità delle carcasse al macello e in una migliore e più economica gestione degli alimenti, soprattutto concentrati, azzerando gli scarti.

L’azienda Nodari è l’esempio più nte che la realizzazione, o l’adattamento di strutture preesistenti, con parametri migliorativi del benessere animale in allevamento, associati a sistemi di ventilazione e alimentazione tecnologicamente innovativi, da cui trarre dati la cui analisi migliori il management aziendale è la strada da percorrere per restare all’interno di un mercato sempre più competitivo ed esigente.

Stress da caldo e bilancio aminoacidico nella vacca da latte

Stress da caldo e bilancio aminoacidico nella vacca da latte

di Sonia Rumi e Stefano Mattuzzi

Durante l’estate, la combinazione di calore e umidità crea un ambiente molto fastidioso per le vacche da latte. Durante il caldo estivo l’ingestione di sostanza secca può diminuire determinando una riduzione della produzione di latte accompagnata da una riduzione dei parametri di qualità, grasso e proteina, fondamentali per un ideale riconoscimento economico, in riferimento agli standard di qualità richiesti dai caseifici. Quindi si tratta di una questione che riguarda in particolare gli allevatori, ma che coinvolge anche l’intera filiera produttiva. Condizioni estive estreme hanno, inoltre, ripercussioni negative sulla sfera riproduttiva, sottoforma di ritardata ripresa dell’attività ovarica, scarse manifestazioni estrali e aumento dei riassorbimenti, e sul sistema immunitario in termini di ridotta risposta da parte delle cellule immunitarie. Fermo restando che il punto cruciale sul quale lavorare è il sostegno dell’ingestione di sostanza secca giornaliera, in ogni azienda resta fondamentale individuare e correggere tutti i fattori che possono influenzare negativamente questo aspetto. Volendo approfondire il fattore alimentazione, si rende, innanzitutto, necessario formulare razioni contenenti foraggi di qualità, in grado di apportare fibra strutturata, e concentrati energetici molto fermentescibili, per massimizzare l’ingestione, la produzione lattea e la sintesi di proteina microbica. La proteina alimentare è il secondo macronutriente fondamentale per la sintesi di proteina batterica da parte della microflora. È bene ricordare che la proteina microbica è caratterizzata da un elevato profilo aminoacidico, con concentrazioni di Lisina e Metionina superiori a tutte le fonti proteiche disponibili per l’alimentazione dei ruminanti.

Dal momento che nutrizione glucidica e azotata sono strettamente legate fra loro, la quantità di proteina alimentare necessaria è in funzione della quota di carboidrati fermentescibili della razione. Una più moderna concezione di razionamento proteico è il bilanciamento degli aminoacidi. Le proteine sono aminoacidi, uniti tra loro da legami peptidici. Sono nutrienti essenziali, con due azioni principali nella nutrizione dei ruminanti: fornire aminoacidi per le grandi funzioni organiche dell’animale e fornire azoto per i microrganismi del rumine.

Due sono gli aminoacidi limitanti per la produzione di latte e la sintesi proteica: Lisina e Metionina. Questi due aminoacidi agiscono insieme come nutrienti essenziali al corretto bilanciamento della razione della lattifera, assicurando un maggior rapporto di efficienza e di benessere nelle varie fasi dell’allevamento e nei diversi periodi dell’anno.

Oggi è noto che il soddisfacimento di questi fabbisogni è possibile solo mediante l’impiego di fonti di aminoacidi metabolici, ad alta efficienza in termini di biodisponibilità, in grado di garantire una quantità sufficiente di aminoacidi metabolizzabili nel sangue dell’animale. Infatti, la maggior parte delle proteine introdotte con la dieta è degradata dai microrganismi ruminali in modo tale che il profilo amminoacidico delle proteine assunte sia sostanzialmente differente da quello riscontrabile a livello intestinale.

Diventa opportuno somministrare alimenti proteici ricchi in Lisina (farina di estrazione di soia e di colza) e prodotti a base di Lisina metabolica, così da raggiungere livelli quanto più vicini possibile al fabbisogno reale Oltre a ciò, bisogna impiegare fonti di Metionina metabolica nella quantità necessaria a raggiungere il rapporto ottimale con l’analogo valore di Lisina metabolica (1:2,7 – 1:3,1 a seconda che si consideri rispettivamente il metodo americano o quello francese). In relazione a questi parametri è chiaro che, oggi e sempre più, si fa riferimento ad un rapporto dove gli amminoacidi, assorbiti a livello intestinale, tengano conto dell’energia ingerita (ECM) dalla lattifera, in relazione alla quantità di latte prodotto e relativi fabbisogni di mantenimento. Un’ottimizzazione dell’apporto amminoacidico può comportare un incremento della produzione di latte, un aumento dei tenori in proteina e grasso del latte, una riduzione della quantità di proteina inclusa in razione, una riduzione dell’impatto ambientale legato alla minor escrezione di azoto, una riduzione dell’incidenza delle principali dismetabolie legate al bilancio energetico negativo della vacca fresca (grazie al positivo effetto che un corretto bilanciamento esercita sull’assunzione di sostanza secca e migliori condizioni di salute e fertilità in relazione alla riduzione della spesa energetica per eliminare gli eccessi proteici e al miglior bilancio energetico della bovina), e, di conseguenza, una superiore redditività della mandria. La redditività aziendale è strettamente legata al miglioramento dell’efficienza alimentare, alla massimizzazione della produzione e all’incremento della qualità del latte, con conseguenze sul suo valore economico e tecnologico, soprattutto nella realtà italiana strettamente legata alla produzione casearia d’eccellenza.


Ci sono 20 diversi aminoacidi, suddivisi in essenziali e non essenziali, con importanti e specifici ruoli all’interno del bilancio quotidiano dei vari processi metabolici della vacca. A differenza degli aminoacidi non essenziale, quelli essenziali non possono essere sintetizzati dall’animale e quindi devono essere aggiunti nella dieta. Solitamente gli aminoacidi essenziali sono presenti nella razione in quantità inferiore rispetto ai fabbisogni delle bovine ad alta produzione presenti oggi negli allevamenti. Questo aspetto diventa maggiormente critico durante la fase estiva, e in concomitanza ad una prevedibile riduzione dell’ingestione giornaliera. I benefici aggiuntivi di una corretta formulazione, bilanciata e completa di aminoacidi metabolici, oltre che assicurare una maggiore quantità di latte prodotto giornalmente, permette un costante e sostenibile maggiore titolo proteico nel latte. Influenza, inoltre, i percorsi metabolici che governano uso e produzione di energia, aumentando la gluconeogenesi e l’ossidazione degli acidi grassi. Gli aminoacidi sono anche importanti per la regolazione metabolica dell’azoto non proteico (urea) e la sintesi di altri composti relativi e rilevabili a livello del plasma.

 

 

Biogeni

Biogeni

di Sujen Santini

L’indice per il miglioramento genetico della Frisona Biologica

I regolamenti comunitari 834/2007 e 889/2009 ci presentano la scelta della razza o linea genetica come il primo passo per intraprendere un corretto allevamento conforme al metodo biologico.

Regolamento 889/2008 Articolo 8 – Origine degli animali biologici “Nella scelta delle razze o delle linee genetiche si deve tener conto della capacità degli animali di adattarsi alle condizioni locali nonché della loro vitalità e resistenza alle malattie. Inoltre, le razze e le linee genetiche devono essere selezionate al fine di evitare malattie specifiche o problemi sanitari connessi con alcune razze e linee genetiche utilizzate nella produzione intensiva dando la preferenza a razze e varietà autoctone”.

La scelta genetica è quindi il presupposto necessario e fondamentale per la conduzione fattiva e proficua dell’allevamento secondo metodo biologico, e rappresenta il primo aspetto da considerare se vogliamo avviare una nuova mandria o convertire a biologico una mandria convenzionale. Fare biologico con la razza frisona si può, basta fare le scelte giuste sulla linea genetica per ottenere degli animali che possano meglio adattarsi e trarre beneficio dalle caratteristiche condizioni di allevamento proprie del sistema biologico: spazi più ampi, accessi all’aperto e ai pascoli, un’alimentazione più rispondente alle necessità fisiologiche e una medicalizzazione molto meno spinta. Animali più longevi perché più robusti, capaci di produrre “qualità” prima di “quantità” in condizioni più “naturali” per la specie. Le motivazioni all’origine di queste indicazioni possono essere differenti, e sicuramente non è esclusa quella economica: il maggiore guadagno si ottiene principalmente producendo “qualità” più a lungo, con minori input, anche terapeutici. L’indice BIOGENI per la vacca da latte frisona per l’allevamento biologico è stato messo a punto da Filbio.it e FederBio grazie alla preziosa consulenza della dottoressa Fabiola Canavesi, con l’intento di offrire agli allevatori uno strumento utile nella fase di scelta della genetica adeguata.

In autunno organizzeremo un incontro informativo per tutti gli allevatori e tecnici interessati, nel mentre per qualsiasi informazione potete rivolgervi alla D.ssa Sujen Santini….

Cos’è “Footprint”?

Cos’è “Footprint”?

di Tommaso Pucci

Nella precedente edizione tutti i soci sono stati informati sulla possibilità di utilizzare il portale CIS BIO.MANAGER per effettuare una fotografia dello stato in cui l’azienda si trova rispetto ai 5 indicatori: BIOLOGICO, BENESSERE ANIMALE, CARBON FOOTPRINT,  ATER FOOTPRINT e PRECISIONE FARMING.

COS’È LA CARBON FOOTPRINT?
La Carbon Footprint misura il contributo che le attività umane producono sull’effetto serra, espresso in tonnellate di Biossido di Carbonio equivalente (CO2 eq). La Carbon Footprint di un prodotto o servizio misura la quantità di CO2eq associabile alla produzione di un prodotto o all’erogazione di un servizio. In particolare, l’UE ha proposto un intervento integrato in materia di energia e cambiamenti climatici che fissa nuovi obiettivi per il 2020, condividendo l’obiettivo ritenuto strategico dalla comunità scientifica di impedire che nel 2050 l’aumento della temperatura atmosferica superi i 2 °C. La strategia adottata è mirata a indirizzare la società europea verso un modello di sviluppo sostenibile, sviluppando un’economia a basse emissioni di CO2, attraverso le seguenti misure:

  • ridurre i gas ad effetto serra del 20%;
  • ridurre i consumi energetici del 20% attraverso un aumento dell’efficienza energetica;
  • ampliare fino al 20% la quota delle fonti energetiche rinnovabili.

Coerentemente con questa linea di tendenza che vede nella sostenibilità il perimetro entro cui programmare lo sviluppo economico e sociale di una società, le organizzazioni che intendono mantenere nel tempo una prospettiva di sviluppo devono dotarsi di strumenti gestionali adeguati. In tale contesto, la Carbon Footprint di prodotto o servizio rappresenta per le organizzazioni lo strumento ottimale per monitorare la effettiva sostenibilità dei prodotti o dei servizi proposti al mercato e di darne evidenza attraverso un valore oggettivo e quantificato.

I VANTAGGI:

La Carbon Footprint di un prodotto o servizio si presta in modo ottimale a sostenerne l’attività di comunicazione e di promozione verso il mercato, per la sua efficacia nel rappresentare in termini di sostenibilità la loro qualità misurata in CO2eq e quindi in termini di contributo all’effetto serra (Greenhouse Effect). Infatti, la Carbon Footprint possiede:

  • capacità di sintesi: con il valore di un unico indicatore è possibile definire il contributo all’effetto serra di un prodotto o servizio;
  • semplicità e chiarezza dell’unità di misura: a differenza di altri indicatori ambientali, la Carbon Footprint risulta immediatamente comprensibile anche da chi non possiede un background tecnicoscientifico;
  • incisività e oggettività del dato ottenuto: l’oggettività dell’indicatore rafforza la capacità comunicativa, la divulgazione e la comprensione dei risultati che l’organizzazione è in grado di associare ai propri prodotti o servizi nell’ambito della sostenibilità. Inoltre, la Carbon Footprint:
  • promuove il miglioramento continuo, facilitando la valutazione della progettazione di prodotti alternativi o di miglioramento degli esistenti, i metodi di produzione e di fabbricazione, la scelta delle materie prime e la selezione dei fornitori sulla base di una valutazione del ciclo di vita utilizzando i cambiamenti climatici come motivazione al miglioramento;
  • consente di monitorare i risultati facilitando la possibilità di tenere traccia delle prestazioni e il progresso nella riduzione delle emissioni di gas serra;
  • incoraggia cambiamenti nel comportamento dei consumatori nel contribuire alla riduzione delle emissioni di gas serra, facilitando la scelta del prodotto da parte loro, sulla base dei dati del ciclo di vita utilizzando i cambiamenti climatici come motivazione d’acquisto.

COS’È LA WATER FOOTPRINT?

L’impronta idrica è un indicatore del consumo di acqua dolce che include sia l’uso diretto che indiretto di acqua da parte di un consumatore o di un produttore. L’impronta idrica di un singolo, una comunità o di un’azienda è definita come il volume totale di acqua dolce utilizzata per produrre beni e servizi, misurata in termini di volumi d’acqua consumati (evaporati o incorporati in un prodotto) e inquinati per unità di tempo. Nella definizione dell’impronta idrica è data inoltre rilevanza alla localizzazione geografica dei punti di captazione della risorsa.

La water footprint assessment si sviluppa in tre fasi:

  • quantificazione e localizzazione dell’impronta idrica di un prodotto o di un processo nel periodo di riferimento;
  • valutazione della sostenibilità ambientale, sociale ed economica dell’impronta idrica;
  • individuazione delle strategie di riduzione della stessa.

Il computo globale della water footprint è dato dalla somma di tre componenti:
WF = WF blu + WF verde + WF grigia

  • Acqua blu: si riferisce al prelievo di acque superficiali e sotterranee destinate ad un utilizzo per scopi agricoli, domestici e industriali. È la quantità di acqua dolce che non torna a valle del processo produttivo nel medesimo punto in cui è stata prelevata o vi torna, ma in tempi diversi;
  • Acqua verde: è il volume di acqua piovana che non contribuisce al ruscellamento superficiale e si riferisce principalmente all’acqua evapo-traspirata per un utilizzo agricolo;
  • Acqua grigia: rappresenta il volume di acqua inquinata, quantificata come il volume di acqua necessario per diluire gli inquinanti al punto che la qualità delle acque torni sopra gli standard di qualità.

In riferimento ad una generica industria che realizza un generico prodotto, l’utilizzo delle diverse tipologie di acque che determinano la Water Footprint complessiva può essere schematizzato come nella figura a seguito: Come si può notare è introdotta anche la cosiddetta “WFindiretta”, la quale non rappresenta altro che i quantitativi di acqua blu, verde e grigia utilizzati nella catena di produzione e fornitura di un prodotto o di erogazione di un servizio. L’utilizzo delle tre componenti di acqua virtuale incide in modo diverso sul ciclo idrogeologico. Ad esempio, il consumo di acqua verde esercita un impatto meno invasivo sugli equilibri ambientali rispetto al consumo di acqua blu. La water footprint offre quindi una migliore e più ampia prospettiva su come il consumatore o produttore influisce sull’utilizzo di acqua dolce. Essa è una misura volumetrica del consumo e dell’inquinamento dell’acqua. Non misura quindi la gravità dell’impatto a livello locale, ma fornisce un’indicazione sulla sostenibilità spazio-temporale dalla risorsa acqua utilizzata per fini antropici.

I VANTAGGI:

  • comprendere il consumo idrico diretto ed indiretto legato alla tua Organizzazione o ai tuoi prodotti;
  • ottimizzare l’impronta idrica e ridurre gli impatti ambientali associati;
  • aumentare l’efficienza delle risorse;
  • migliorare la comunicazione ambientale interna ed esterna con informazioni affidabili;
  • rendicontare l’efficienza della gestione idrica aziendale, facendosi carico delle prestazioni ambientali aziendali;

Se qualche azienda agricola è interessata a scoprire la sua situazione aziendale rispetto ai 5 indicatori e soprattutto a questi ultimi due descritti, può chiamare direttamente il numero 3331766369. Questo contatto aiuterà il CIS a strutturare i primi test del progetto PSR 16.02 Filbio della piattaforma BIO.MANAGER.

Innovazione, benessere, sostenibilità

Innovazione, benessere, sostenibilità

di Paolo Malizia

Innovazione, benessere animale e attenzione alla sostenibilità

L’azienda agricola Invernizzi Adelio di Tortona è una stalla produttrice di latte entrata da alcuni mesi nella compagine di Comazoo. Questo, grazie a una collaborazione instauratasi tra la nostra cooperativa e la cooperativa Capazoo di San Nazzaro dei Burgondi in provincia di Pavia.

L’azienda agricola Invernizzi Adelio di Tortona è una stalla produttrice di latte entrata da alcuni mesi nella compagine di Comazoo. Questo, grazie a una collaborazione instauratasi tra la nostra cooperativa e la cooperativa Capazoo di San Nazzaro dei Burgondi in provincia di Pavia. L’azienda si colloca su una superficie di 250 Ha coltivati a mais, medica e cereali vernini, che la rendono completamente autosufficiente per quanto riguarda la componente foraggi e cereali concentrati. La qualità delle produzioni foraggere è tendenzialmente molto alta e orientata a ottenere la massima digeribilità a livello ruminale. In quest’ottica, da ormai 2 anni, sia il silomais che il pastone integrale di mais vengono trinciati con tecnica shredlage. Ciò ha consentito di ottenere insilati con valori elevati di NDF digeribile e di NDF fisica effettiva, verificati presso i nostri laboratori. Il latte prodotto viene conferito alla cooperativa Granlatte, di cui l’azienda è socia, con destinazione a latte alimentare. Attualmente la produzione media per capo si colloca a 34 litri. Nella razione somministrata alle bovine, le componenti in acquisto sono limitate ad alcuni sottoprodotti quali melasso e trebbie di birra e a un nucleo proteico concentrato che veicola parte della componente proteica e additivi tecnologici, prodotto da Comazoo. L’attenzione a massimizzare le produzioni agricole aziendali in funzione dei bisogni della componente zootecnica, con indubbi vantaggi dal punto di vista economico e ambientale, non è l’unica prerogativa di interesse di questa azienda; vi è anche un fortissimo impegno al miglioramento delle condizioni di benessere degli animali allevati. Tutto ciò ha fatto si che nell’anno 2018 l’azienda Invernizzi sia risultata la prima classificata tra tutte le aziende Granarolo, valutate per il benessere animale e la biosicurezza con sistema CReNBA. Tra gli aspetti relativi al benessere, il più caratterizzante l’azienda è sicuramente la grande disponibilità di spazio di riposo in alcuni gruppi in lattazione, che vengono stabulati su Compost Barn realizzato con l’utilizzo di digestato separato ottenuto dal biodigestore aziendale. In questi gruppi gli animali hanno a disposizione circa 20 metri quadri per capo. Tale lettiera viene “coltivata” due volte al giorno consentendone l’asciugatura per evaporazione; in questo modo si ottengono il massimo igiene e confort della bovina e si riducono gli smaltimenti nell’ambiente.

Il digestato separato viene utilizzato anche come materiale di riempimento per tutte le cuccette della stalla, determinando comfort e ottimi risultati da un punto di vista igienico sanitario della mammella. Nella stalla non sono presenti animali sporchi e la media della conta cellule somatiche nel latte è largamente sotto le 200.000. Il benessere degli animali derivante da questo tipo di stabulazione e dai box a lettiera permanente è aumentato dalla presenza di un impianto di ventilazione automatizzato costituito da ventilatori orizzontali e destratificatori verticali estremamente efficiente. Ricapitolando, grandi spazi, ampia disponibilità di punti abbeverata con acqua fresca e pulita, lettera e cuccette strutturare per dare il massimo comfort e igiene, sistemi di ventilazione dell’ambiente e di raffrescamento degli animali efficienti e produzione di foraggi aziendali altamente digeribili sono sicuramente i punti di partenza per ottenere produzioni economiche e qualità elevata del latte, con una attenzione anche agli aspetti di sostenibilità ambientale da cui un allevatore oggi non può esimersi.

COSA SONO E COME FUNZIONANO LE COMPOST BARN
di Sonia Rumi

Le Compost Barn sono aree di riposo di ampie dimensioni, prive di cuccette e riempite di soli liquami, o di liquami con l’aggiunta di materiale organico come segatura, paglia macinata o fibra di cocco. Di origine israeliana, sono state ideate per ridurre al minimo la produzione di liquame da smaltire nell’ambiente. Vengono anche definite “stalle coltivate” perché la gestione di questi box richiede che le lettiere vengano arieggiate non meno di due volte al giorno da attrezzi tipo erpici. Questo tipo di lavorazione, a volte con l’ausilio di appositi ventilatori, determina l’asciugatura per evaporazione e non per percolamento. L’arieggiamento, inoltre, porta all’ingresso di ossigeno e all’instaurarsi di fermentazioni utili affinché i batteri anaerobi vengano inibiti nella loro proliferazione. Da qui deriva l’atro importante vantaggio delle Compost Barn, ovvero dare la massima igiene e comfort alle bovine. Nelle Compost Barn il livello di pulizia degli animali è molto buono con indubbi risultati in termini di sanità della mammella e del piede. Questo tipo di stabulazione prevede che le bovine abbiano a disposizione un minimo di 15-20 m2/ capo oltre a 3-5 m2/capo di corsia di alimentazione in cemento e deve essere ubicata in stalle molto alte per garantire la massima ventilazione naturale.

Cheratocongiuntivite del bovino: controlliamo le mosche per evitarla

Cheratocongiuntivite del bovino: controlliamo le mosche per evitarla

di Mario Comba

Cheratocongiuntivite del bovino: controlliamo le mosche per evitarla

La Cheratocongiuntivite Infettiva Bovina (IBK), è una patologia oculare presente in tutto il mondo, altamente contagiosa, non mortale, ma che può incidere in maniera determinante sull’economia dell’allevamento. E’ causata da un germe del genere Moraxella, e più precisamente da Moraxella Bovis che solitamente agisce come unico agente coinvolto nell’infezione.

Si sospetta però che i batteri del genere Mycoplasma, Chlamydia, l’Herpes virus Bovino tipo 1 (IBR) ed il Virus della Diarrea Bovina (BVD) possano predisporre i bovini alla colonizzazione da parte di Moraxella o che possano peggiorare la gravità di questa patologia, che si manifesta soprattutto in estate, durante la stagione del pascolo o in determinate condizioni di allevamento (ad es. in bovini allevati in feed-lots). Il riscontro però della malattia anche nelle vitellaie di diversi allevamenti di bovini da latte di pianura, impone ad allevatori e veterinari una attenzione particolare già dalla comparsa dei primi sintomi. Gli animali adulti non sono immuni dall’infezione, soprattutto quando allevati in condizioni di sovraffollamento ed in presenza di forti infestazioni da insetti vettori.

La trasmissione avviene attraverso il secreto oculare, quindi attraverso un stretto contatto degli animali, per l’azione di insetti, alimenti contaminati, acqua di abbeverata o mani del personale addetto agli animali. Le mosche rappresentano però la prima causa di trasmissione del batterio da un animale all’altro, attraverso il trasporto del secreto lacrimale infetto. Altri fattori concorrono però alla diffusione della malattia nella mandria: l’età dell’animale (giovani), la concentrazione (elevata), il trasporto, la luce solare (raggi uv), la presenza nell’aria di alte concentrazioni di polvere e pollini, la presenza, nell’erba del pascolo, di essenze vegetali ad effetto irritante per gli occhi e la carenza di vit A della razione alimentare. La cheratocongiuntivite si manifesta nello stadio iniziale con fotofobia (fastidio provocato dalla luce), arrossamento della congiuntiva, scolo lacrimale, chiusura delle palpebre e, talvolta, febbre ed inappetenza. Successivamente si verifica la formazione di un area opaca nella parte centrale della cornea, inizialmente puntiforme e successivamente più allargata ed ispessita. Questa lesione si trasforma rapidamente in ulcera della cornea e, in mancanza di trattamento, l’infezione può estendersi all’interno dell’occhio, con perforazione della cornea, prolasso dell’iride e successiva perdita completa della funzionalità dell’occhio e quindi della vista. Anche in animali trattati precocemente possono rimanere cicatrici corneali con compromissione definitiva della vista.

La durata di questa malattia è diversa a secondo del quadro clinico, ma mediamente oscilla tra qualche giorno ed alcune settimane. In alcuni vitelli malati, la cornea, già tre giorni dopo l’inizio della malattia, è già così opaca da impedire totalmente la visione. Le forme leggere possono guarire spontaneamente, ma, proprio per questo, vengono spesso sottovalutate e prese come pretesto per non trattare gli animali malati.

Come moltissime patologie, è indispensabile essere certi della diagnosi, per distinguere questa cheratocongiuntivite da altre forme dovute a presenza di corpi estranei nel sacco congiuntivale, ferite corneali, congiuntiviti da virus (IBR e BVD) e congiuntiviti batteriche (Mycoplasma, Chlamydia, Listeria). Il tampone oculare ben eseguito e trasportato tempestivamente al laboratorio in terreno di coltura appropriato (gel di agar), rappresenta certamente un ottimo sistema diagnostico.

Gli animali ammalati vanno collocati in ambienti non fortemente illuminati, a causa dello stress provocato loro dalla luce diretta. Il trattamento locale con pomate o colliri oftalmici contenenti prodotti antibiotici, pur essendo efficace, risulta certamente di difficile esecuzione, soprattutto se il numero di animali colpiti dalla malattia è elevato. La terapia parenterale con Tulatromicina (prodotto registrato per l’IBK, ma non utilizzabile in animali in lattazione) per via sottocutanea in unica iniezione è risultato efficace nella riduzione della sintomatologia a patto di allontanare comunque i soggetti colpiti da quelli apparentemente sani.

Sono allo studio vaccini stabulogeni realizzati utilizzando ceppi Moraxella Bovis isolati da prelievi in azienda ed utilizzati successivamente per la vaccinazione dell’intera mandria. Di grande importanza rimane il controllo delle mosche con marche auricolari impregnate di repellenti per gli insetti, la riduzione al minimo della polvere presente nei fieni e nelle mangiatoie, la creazione di zone d’ombra per gli animali e, indirettamente, l’immunizzazione contro malattie virali come la Rinotracheite Infettiva Bovina (IBR) e la Diarrea Bovina da Virus (BVD). Nonostante questa patologia non porti a morte i giovani bovini colpiti, il suo impatto economico può essere notevole a causa della riduzione dell’incremento ponderale conseguentemente dell’impatto sulle performance riproduttive e produttive previste per la rimonta della mandria.