Iniziamo dalla coda

Iniziamo dalla coda

di Sujen Santini

L’animale è un essere senziente, capace di ricevere e reagire agli stimoli in maniera cosciente, traendo beneficio da un’esperienza o, al contrario, esserne danneggiato. Conseguentemente il concetto di benessere comprende non solo l’assenza di malattia ma uno stato di salute completa, sia fisica che mentale, in cui l’animale si trova in armonia con il suo ambiente. Per questo motivo gli aspetti etologici e comportamentali stanno assumendo sempre maggiore importanza nelle valutazioni degli animali allevati sia nei disciplinari di certificazione volontaria, sia nelle scelte legislative della Comunità Europea. Un esempio è rappresentato dalla Direttiva Europea 2008/120 che abolisce il taglio della coda effettuato di routine, ammettendo invece il suo taglio solo in deroga, cioè dopo che si è dimostrato di aver messo in atto tutte le strategie possibili per evitare fenomeni di morsicatura. Ma perché l’attenzione è stata rivolta a questa pratica? Secondo il rapporto tecnico scientifico dell’European Food Safety Autority (EFSA 2011) “una coda intatta e arricciata potrebbe essere il singolo indicatore basato sull’animale, più importante per la valutazione del benessere nei suini allo svezzamento, in accrescimento e all’ingrasso …” attestante “l’alta qualità gestionale e il rispetto per l’integrità del suino”. L’aspetto predominante non sarebbe quindi quello del dolore causato all’animale durante la pratica di mutilazione (elemento comunque non trascurabile), quanto non limitare la loro possibilità di manifestare un disagio e pertanto “silenziare” una sofferenza fisica ed emotiva. A qualcuno questa affermazione potrebbe anche far sorridere, ma tutelare lo stato emotivo degli animali quanto quello fisico è un concetto ormai sdoganato. Sempre secondo EFSA, “la morsicatura della coda è considerata un comportamento anormale. Ha una origine multifattoriale ma la principale causa è considerata essere il bisogno di esplicare un comportamento esplorativo. La morsicatura della coda è associata a frustrazione ed è quindi indice che gli animali siano in condizione di ridotto benessere.”

Secondo il parere dell’EFSA quindi “la morsicatura della coda è il segno che qualcosa nel sistema è sbagliato.” Nella figura di seguito vediamo schematizzati in modo facilmente leggibile i fattori che concorrono al rischio morsicatura coda secondo la loro maggiore o minore incidenza. Il fattore di maggiore rischio è proprio l’”ambiente vuoto”, cioè senza materiale di arricchimento. Anche se alimentati a volontà, quando ai suini domestici è consentito di vivere in un ambiente boschivo, continuano a dedicare il 75% del loro tempo attivo a comportamenti di pascolamento e di alimentazione. Ciò significa che anche se soddisfiamo pienamente le loro necessità fisiologiche, quale ad esempio una dieta ad libitum nutrizionalmente bilanciata, sono ugualmente altamente motivati ad esplorare i loro dintorni alla ricerca di organi sotterranei delle piante (tuberi, radici, rizomi), di un luogo confortevole per riposare, di informazioni sull’ambiente circostante.

Il punto è quindi mettere in atto tutte le possibili strategie per trovare il miglior compromesso tra la condizione che sarebbe per loro normale (A) e le condizioni di allevamento intensive (B). Proviamo a cambiare prospettiva considerando i fattori di rischio da quelli “più facili da cambiare” a quelli che richiedono più tempo o investimenti per attuare azioni correttive.

1. ALIMENTAZIONE INAPPROPRIATA

Il primo aspetto da considerare è la sanità degli alimenti, intesa come loro conservazione, presenza di muffe o micotossine. Le principali micotossine considerate importanti dal punto di vista sanitario nei suini sono i tricoteceni, specialmente il desossinivalenolo (DON), le aflatossine, le ocratossine, le fumonisine e lo zearalenone. Purtroppo le tossine raramente sono presenti singolarmente e bisognerà pertanto considerare la presenza nel loro insieme. In particolare il DON, detta anche vomitotossina, porta in prima istanza a un rifiuto dell’alimento e conseguente nervosismo. Le micotossine sono anche causa di necrosi della coda, spesso il primo segno che anticipa l’inizio del cannibalismo. In genere le micotossine sono solubili, per cui in un alimento somministrato a bagnato l’effetto negativo (es, rifiuto del cibo legato al DON) è maggiore che a secco. Esiste una variabilità individuale, di età e di razza alla sensibilità: sempre per il DON il livello massimo di accettabilità di un mangime è di 500 ppb nei suini grassi e 250-300 ppb negli svezzamenti. Bisogna poi accertarsi di sodisfare i fabbisogni nutrizionali. Primo fra tutti l’apporto proteico e amminoacidico: nelle diete con il 20% in meno di proteina rispetto ai fabbisogni consigliati compaiono più casi di morsicature e spesso l’aumento (sempre rispetto ai fabbisogni) del 20% dei livelli di Lisina, Treonina, Metionina e Triptofano digeribile abbassano il livello di aggressività in gruppi di suini ad elevato livello sanitario. Il triptofano è il precursore della serotonina, una triptamina che controlla lo stato emozionale: è infatti dimostrato che i soggetti morsicatori hanno un livello di serotonina ematica più basso. Per questo motivo Comazoo ha posto grande attenzione nella formulazione amminoacidica, introducendo anche i valori di triptofano nella dichiarazione “parametri analitici” presente nel cartellino mangime. Altro aspetto importante è l’apporto minerale, soprattutto di sodio e magnesio.

Normalmente l’inclusione di cloruro di sodio nei mangimi è di circa lo 0,3-0,5%: in caso di morsicatura della coda è bene raggiungere l’1% per ridurre la attrazione del sangue da parte dei suini morsicatori; il magnesio invece è un elemento miorilassante che sembrerebbe avere un effetto calmante (diete supplementate con maggiori quantità di magnesio evidenziano meno cortisolo nella saliva dei suini). Da non trascurare è anche il livello di fibra e la tipologia di fonti fibrose. Ad esempio l’assunzione di polpe secche di bietola può aiutare poiché aumentano il senso di sazietà e quindi concorrono a indurre una maggiore calma dei soggetti. Inoltre è importante anche considerare la corretta granulometria del mangime poiché l’insorgenza di ulcere aumenta la motivazione dei suini a masticare e quindi predispone ad un aumento di rischio di morsicatura della coda. Anche la gestione dell’alimentazione è importante con particolare riferimento alla regolarità e tipologia di somministrazione (es. a secco/in broda, ad libitum/razionato, orari regolari di somministrazione). L’assenza o il ritardo nell’arrivo degli alimenti innescano nervosismo per l’attesa e frustrazione dovuta alla incapacità di anticipare l’arrivo del pasto. Sistemi di stabulazione che prevedono un’alimentazione ad libitum con spazi di alimentazione multipli che non generano competizione, hanno dimostrato di avere una più bassa prevalenza di morsicature delle code e altre lesioni. Come precedentemente detto, la somministrazione di solo mangime concentrato, ancor di più se in broda, non soddisfa la fisiologica necessità di masticazione mantenendo l’animale nella costante ricerca di foraggio. E’ la stessa sensazione che potrebbe sperimentare ognuno di noi costretto ad alimentarsi solo con pasti frullati! Anche l’accesso all’alimento è fondamentale, garantendo uno spazio sufficiente a non innescare competizione. Per questo, per animali pesanti, ovvero oltre i 150 kg, sono necessari almeno 50 cm di fronte mangiatoia per capo. Parlando di alimentazione non dobbiamo dimenticare l’acqua: qualità, accesso e facilità di abbeverata. L’ideale sarebbe avere almeno due abbeveratoi per box o comunque almeno 1 ogni 10 capi.

2. RIMOZIONE DI ANIMALI CHE PRATICANO/SUBISCONO LA MORSICATURA DELLA CODA

Quando in un gruppo inizia a comparire il cannibalismo, diventa progressivamente sempre più difficile contrastarlo. Una volta che il fenomeno della morsicatura della coda è iniziato, la gravità del problema dipende dall’intensità del comportamento e dal numero di suini coinvolti. Il sanguinamento che deriva da una coda morsicata spesso stimola l’interesse a mordere ulteriormente la coda di altri suini compagni di box. Intervenire tempestivamente nell’individuazione e rimozione dei morsicatori e nella cura e gestione degli animali feriti è fondamentale. Prendiamo in considerazione i morsicatori, ne esistono 3 tipi:

• necessità di pascolamento ed esplorazione
E’ il più frequente. In una prima fase il morsicatore manipola la coda di un altro senza aggressività e senza causare lesioni come naturale espressione del comportamento esplorativo e di grufolamento. Questo comportamento generalmente è tollerato dal ricevente. Quando si genera una lesione sanguinante, questa scatena la seconda fase che induce un comportamento aggressivo e incentiva altri suini ad iniziare. L’assenza di sollecitazioni ambientali determina infatti vincoli allo sviluppo e all’espressione dei normali comportamenti specie-specifici, influenzando le attività comportamentali e deviandole verso altri animali: in altre parole quando il materiale di arricchimento non è idoneo esplorano e manipolano altri suini.

• competizione per le risorse
In questo caso la coda viene morsicata provocando da subito gravi lesioni, arrivando al cannibalismo

• comportamento ossessivo

E’ possibile che questo comportamento si inneschi a seguito di un focolaio dei due precedenti o può innescarsi in condizioni di alterato stato sanitario, forte stress o predisposizione innata. L’individuazione precoce che all’interno del gruppo c’è un soggetto morsicatore o di disturbo è possibile osservando la posizione della coda degli altri suini: se la coda è tenuta bassa e nascosta tra le zampe vuol dire che l’animale è in un atteggiamento difensivo e di protezione da un morsicatore. Una volta individuato il morsicatore questo va tempestivamente isolato, così come se ci sono già degli animali con ferite devono essere messi in infermeria e curati adeguatamente. Per riconoscere gli animali morsicati da mettere in infermeria possiamo rifarci alla figura a lato (Welfare Quality Protocol, 2009):

3. RIMESCOLAMENTO DEGLI ANIMALI

In natura l’organizzazione sociale è funzionale al sostentamento e alla difesa dell’individuo e con questa finalità si è evoluta in gruppi matriarcali dove l’inserimento dei maschi avviene solo per finalità riproduttive. Si caratterizza per una netta divisione dei ruoli e soprattutto per l’esistenza di un ordine gerarchico che si stabilisce in seguito a conflitti più o meno ritualizzati tramite i quali gli animali più forti e più capaci riescono ad occupare i ranghi più elevati, mentre gli altri diventano subordinati. La gerarchia si stabilisce nel giro di pochi giorni dal graduale inserimento di nuovi individui e solitamente è abbastanza stabile, anche se è possibile registrare frequenti cambi di rango, in particolare tra le classi medie. Questo fatto spiega il continuo mantenimento, anche se a livelli minimi, dell’aggressività tra animali che sono stati raggruppati da molto tempo. Questo innato comportamento sociale è in netto contrasto con le dinamiche che si verificano nell’allevamento intensivo, dove le tempistiche di rimescolamento e l’organizzazione per categorie dei gruppi segue logiche dettate dalla gestione aziendale. Inoltre, potrebbe dare una spiegazione al perché i principali moriscatori sembrano essere le femmine, mentre i maschi castrati sembrano avere la maggiore probabilità di essere morsicati. Inoltre, per la posizione di svantaggio nell’accaparramento delle risorse è più probabile che i morsicatori non siano i soggetti dominanti, bensì i soggetti più piccoli e subordinati che possono arrivare a mordere la coda nel tentativo di spiazzare gli altri animali dalla risorsa di cui hanno bisogno. La formazione di nuovi gruppi da dopo lo svezzamento in poi è un’operazione che richiede sempre la dovuta attenzione: l’età non rappresenta un indicatore della probabilità che avvengano combattimenti, ma è correlata alla quantità e alla durata dei combattimenti.

Per questo motivo è importante osservare alcune indicazioni di buone pratiche, quali:
• Spostare gli animali preferibilmente verso sera
• Far trovare nel box materiale di arricchimento idoneo • Somministrare rapidamente il pasto serale
• Fare i gruppi omogenei per peso e taglia • Se possibile mantenere il gruppo di partenza omogeneo

4. SCARSA QUALITÀ DELL’ARIA

La circolazione dell’aria, la quantità di polvere, la temperatura, l’umidità relativa dell’aria e le concentrazioni di gas sono fattori che possono e devono essere tenuti sottocontrollo poiché possono interferire negativamente sullo stato di salute e quindi nervosismo degli animali.

5. ARRICCHIMENTO NON IDONEO

Per i suini domestici, in allevamenti intensivo, si può parlare di arricchimento solo quando le modifiche apportate a un determinato ambiente migliorano il funzionamento biologico degli animali tenuti all’interno di esso, ovvero permette agli animali la scelta di manifestare una più ampia gamma del loro repertorio comportamentale: esplorano il loro ambiente, pascolano, grufolano, annusano, mordono e masticano. La capacità di un substrato di stimolare l’animale aumenta in relazione ad alcune proprietà del materiale stesso, che sono indispensabili anche a conservarne la sua funzione nel tempo. Un materiale che non può essere distrutto diventa rapidamente poco interessante per il suino, che deve poter modificare l’oggetto attraverso la masticazione. I suini sono abituati a masticare e ingerire ciò che trovano nell’ambiente: per questo è importante che sia commestibile e/o non nocivo. Se il materiale si trova a terra va mantenuto pulito, infatti il suino perde rapidamente interesse per ciò che è imbrattato da feci e urine.

Riassumendo le caratteristiche che devono avere i materiali manipolabili sono:
• commestibili: devono poterli annusare e mangiare;
• masticabili: devono poterli mordere; • esplorabili: devono poterli esplorare;
• manipolabili: devono poter modificarne la posizione, l’aspetto o la struttura.
Essendo il materiale di arricchimento ambientale il fattore più importante per ridurre il rischio di morsicatura coda, dedicheremo un articolo specifico all’approfondimento di questo aspetto.

6. SCARSO STATO DI SALUTE INDIVIDUALE O DEL GRUPPO

Tutto ciò che disturba un perfetto stato di salute può incidere sulla morsicatura della coda. Una mortalità post svezzamento superiore al 2.5% aumenta di quasi 4 volte il rischio di morsicatura (EFSA Journal, 2007). Ad esempio, le problematiche sanitarie più comunemente associabili al rischio cannibalismo sono la PRRS, endo e ectoparassitosi, disturbi enterici di origine batterica e virale.

7. STRESS TERMICO (CALDO/ FREDDO)

Vari fattori quali il livello alimentare, la qualità della dieta, l’età degli animali, le dimensioni corporee, la numerosità del box, il tipo di pavimentazione e il tipo di ventilazione influenzano i valori delle temperature critiche, percui la determinazione delle condizioni ambientali operative ottimali deve discendere da un esame complessivo del management. Orientativamente si possono comunque assumere come ottimali i valori di temperatura della tabella 1.

8. ALTA DENSITÀ DI ALLEVAMENTO

Le esigenze di spazio sono sia quantitative sia qualitative, per cui gli effetti negativi della densità elevata saranno minori se le risorse ambientali (cibo, ripari, ecc.) non generano competizione. Va inoltre tenuto presente che i suini tendono a mantenere separate le aree di alimentazione, di riposo e di defecazione, per cui risulta importante anche la possibilità di organizzare lo spazio a disposizione. Sicuramente mantenere la coda lunga necessita di uno spazio maggiore di 1 mt2 capo (parametro peraltro stimato per suini europei macellati leggeri) e, considerato che la morsicatura della coda ha origine multifattoriale, lo spazio minimo necessario dipende da questi. In alcuni casi si sono resi necessari 1,3 mt2 capo. Questo aspetto deve essere tenuto in particolare considerazione, poiché nell’ottica di fornire animali a coda lunga per filiere volontarie dedicate o per l’inevitabile adeguamento legislativo, bisogna considerare che, a parità di superficie di allevamento disponibile, è verosimile considerare una riduzione dei capi allevabili che varia dal 20 al 30%, che si traduce in un aumento dei costi di produzione che varia da circa 0,07 a 0,1 euro/p.v.

9. ASSENZA DI LETTIERA, AVENDONE AVUTO PRECEDENTEMENTE ACCESSO

Se lo svezzamento è su paglia o con particolari sistemi di arricchimento, bisogna tenerlo in seria considerazione quando si ristallano gli animali al sito di ingrasso.

10. SELEZIONE GENETICA PER UNA RIDOTTA DEPOSIZIONE ADIPOSA

Recenti studi, hanno evidenziato che vi è una componente genetica nella predisposizione a mordere la coda e che questa caratteristica è positivamente correlata con il tasso di crescita del tessuto magro. Tale constatazione potrebbe spiegare perché il problema è diventato, apparentemente, più grave nella produzione odierna. Infatti sono alcune genetiche ibride quelle che hanno maggiore probabilità di essere associate alla morsicatura della coda. Tuttavia, a parità di genetica, si evidenziano all’interno di alcune linee/ceppo soggetti con particolare comportamento ossessivo.

MORSICATURA DELLA CODA: CONSEGUENZE NEGATIVE

Dolore e paura: una vittima della morsicatura della coda prova sia dolore che paura, soprattutto in recinti piccoli o vuoti e privi di stimoli, dove non ha la possibilità di proteggersi o sfuggire agli attacchi. Il dolore derivante dalla morsicatura della coda può essere doppio, il primo dalla lesione stessa alla coda, il secondo da ogni conseguente infezione che entra nell’organismo. Declassamento delle carcasse: le lesioni della coda sono associate a pioemia e ad ascessi spinali. I suini con code gravemente morsicate hanno una prevalenza più alta di ascessi polmonari e lesioni pleuriche. Le carcasse dei suini con morsi alla coda (lievi o gravi) sono soggette a più probabile rifilatura e scarto. Ridotto accrescimento: I suini con morsicatura della coda perdono appetito o mangiano meno per evitare di esporre la propria coda ad ulteriori morsi. Energia viene spesa per combattere le malattie e non per la crescita.

SODDISFAZIONE DEL LAVORO: Tutti i fattori di scarsa sanità e benessere animale diminuiscono la soddisfazione del lavoro. Gestire animali in salute è più soddisfacente che trattare animali ammalati. Non dimentichiamoci che zootecnia (dal greco Zootéchne, dal greco τέχνη, “arte”,”perizia”, “saper fare”) è l’arte del saper allevare.

 

L’ipocalcemia nella vacca da latte

L’ipocalcemia nella vacca da latte

di Sonia Rumi

L’ipocalcemia è una delle principali patologie che possono colpire la bovina da latte nell’immediato post parto. La formulazione di una corretta razione nella fase di Close-up (immediato pre – parto) ha come obiettivo, fra i vari nutrienti, la somministrazione della giusta quantità di minerali, nel rispetto dei fabbisogni, anche se ciò risulta di difficile attuazione nella pratica quotidiana. Infatti, i foraggi utilizzati in questa fase contengono quantità eccessive e variabili di alcuni minerali; in particolare potassio e sodio, rischiando di formulare una razione ad elevato DCAD ed esponendo la bovina ad alcalosi metabolica e relativa ipocalcemia indotta.

Per la gestione dell’ipocalcemia post – parto è importante capire come la vacca regola la propria calcemia, al netto di tutti gli altri apporti minerali, in fase di preparto e di come a volte nella gestione delle razioni, nella fase di transizione, il non considerare alcuni fattori fa si che strategie, assolutamente performanti sulla carta, abbiano dato una mancata efficienza nella realtà. Un concetto chiave è la necessità di gestire la frazione ionizzata del calcio. Si tratta della frazione che interviene nella regolazione metabolica del calcio, intervenendo nell’assorbimento intestinale del calcio, nell’escrezione renale e fecale e nella movimentazione nelle ossa; l’altra parte del calcio, cioè quella legata alle proteine, non stimola l’assetto ormonale di rimaneggiamento del calcio e non viene ad avere nessuna funzione renale. (Figura 1)

Questo richiede che a livello di laboratorio ci si attrezzi con strumenti adeguati come Xrf, NIRs e wet chemistry, perché la sola ricerca del calcio totale non è più coerente e contemporanea con una visione moderna del problema ipocalcemia. Al di la di tutti i meccanismi fisiopatologici che possono concorrere, il cacio circolante è la somma di due frazioni che la bovina ha a disposizione; una è quella assorbita a livello intestinale (la bovina ingerisce foraggi, concentrati e integratori che arrivano a livello di intestino e liberano la frazione ionizzata assorbita dagli enterociti che va in circolo); la seconda è rappresentata dal tessuto osseo, che risulta essere un tessuto di deposito di calcio, fosforo e magnesio, che vengono mobilizzati nel caso in cui l’assorbimento intestinale sia insufficiente. La bovina è normocalcemica e in grado di gestire le problematiche legate all’ipocalcemia quando massimizza l’assorbimento di calcio a livello di intestino e la mobilizzazione ossea. Andando nel dettaglio, per quanto riguarda l’assorbimento intestinale della frazione ionizzata, notevole importanza è affidata alla vitamina D3, in forma attiva calcitriolo, che si occupa del trasferimento del calcio presente a livello di gastro enterico al circolo ematico.

Molte bovine in fase di transizione (ed in maniera quasi fisiologica) sono carenti di vitamina D3; infatti la vitamina D3 è sintetizzata a partire dal colesterolo. Il colesterolo è una molecola che l’animale si crea a partire da una biosintesi epatica, ma nella vacca in transizione è risaputa la coesistenza di uno status di ossidazione epatica (dovuta a lipomobilizzazione, chetosi, etc) con una sofferenza di questo organo tale per cui non è possibile creare la base biochimica da cui ottenere la vitamina D3. Questo ci fa capire come una funzionalità epatica corretta sia alla base della lotta all’ipocalcemia. Interventi in tal senso sono fondamentali; gli integratori da asciutta devono essere corretti anche per l‘apporto di vitamina D3 (fabbisogno di 1000-1200 UI x kg di sostanza secca di vitamina D3). Inoltre bisogna porre molta attenzione alla mandria che ci si trova di fronte. Una mandria con bovine che hanno fatto asciutte molto lunghe, hanno avuto problemi di fertilità, hanno un BCS oltre il range di normalità (3-3,5), sarà una mandria con una elevata predisposizione all’ipocalcemia post parto. La ricerca bibliografica, a tal proposito, descrive che bovine che hanno una mobilizzazione di 1 mmol di NEFA (del tutto frequente) riesce ad annullare l’effetto di interventi nutrizionali sia con strategia da DCAD negativo (BIOCLOR©) sia con strategie di sequestro con aluminosilicati (CATION REM©), riuscendo a rendere inefficacie una corretta gestione nutrizionale della mandria in transizione. Un altro fattore che può deprimere la conversione della vitamina D3 in calcitriolo è il fosforo sottoforma di fosforemia. Il fosforo che la vacca assume dagli alimenti ha una regolazione ormonale poco efficace (al contrario del calcio che ha una regolazione molto stretta attraverso calcitonina, paratormone etc); il fosforo, molto semplicemente, se arriva a livello di tratto gastroenterico viene assorbito. Questo rapido passaggio a livello ematico fa si che la bovina, che assume quantità incontrollate di fosforo, si possa trovare con valori di 5-6 mg / dl in preparto inibendo la trasformazione della vitamina D2 in D3 e dall’altra stimola la produzione di calcitonina, l’ormone che stimola il deposito del calcio circolante a livello osseo, aggravando lo stato di ipocalcemia. L’altro meccanismo che la vacca può mettere in atto per gestire la propria calcemia è quella di prelevare calcio dalle ossa attraverso il paratormone. Nel momento in cui, in razioni da pre – parto ci sono eccessi di potassio induciamo uno stato di alcalosi metabolica che inattivano i recettori che esistono tra paratormone e osteoclasti (cellule che vanno a prelevare il calcio dalle ossa) non permettendo l’attivazione del meccanismo di liberazione del calcio dalle ossa. Inoltre, l’eccesso di potassio non fa assorbire magnesio che è un altro dei minerali fondamentali per il funzionamento del paratormone. Quando ci si trova di fronte a stalle con, in primis con problemi di fertilità, ritardi nell’ingravidamento e giorni di lattazione molto lunghi, asciutte prolungate e animali grassi, che poi sono gestite in asciutta con la razione della lattazione, integrata con molto fosforo derivante dall’integratore da asciutta e contemporaneamente ho un eccesso di potassio (tipico della Pianura adana) derivante dai foraggi, ci si trova di fronte ai 3 fattori che predispongono all’ipocalcemia facendo fallire qualsiasi srategia DCAD o di chelazione.

Concludendo, con una gestione intelligente delle bovine in pre- e post-parto, crolla l’incidenza delle malattie metaboliche, a tutto vantaggio di produzioni, fertilità e remuneratività aziendale.

Allevatori di capre

Allevatori di capre

di Simona Bonfadelli

L’innovazione dell’Azienda Agricola Guainazzi F.lli

Le aziende agricole che ruotano intorno al mondo cooperativo sono molte, zootecniche e non. Sono aziende di piccole, medie e grandi dimensioni, con gestione familiare o più strutturate. Molte di queste aziende stanno puntando sempre di più sull’innovazione, sia in campo agronomico che nelle stalle, e hanno un’impronta più tecnologica. Sono aziende che focalizzano la loro attenzione sul benessere animale e su una gestione aziendale supportata da software e applicazioni che semplificano e supportano il lavoro agricolo. Tra queste c’è un’azienda di Lonato che sta sviluppando una tipologia di allevamento che, dalle nostre parti, non è molto diffusa. Si tratta dell’azienda Guainazzi f.lli, gestita da Giuseppe e Mariateresa, con il sostegno dei genitori.
I fratelli Guainazzi, nel 2010, hanno deciso di cominciare una nuova avventura avviando il loro allevamento di capre e becchi di razza Camosciata delle Alpi o Alpine, per la produzione di latte. La camosciata delle Alpi è una razza originaria della Svizzera, ma grazie alla sua grande adattabilità, si è diffusa anche in altre regioni d’Europa, sia in montagna che in pianura, diventando così una razza cosmopolita. Il nome particolare di questa razza è legato alla colorazione fulva del suo mantello, che richiama quello dei camosci alpini. L’allevamento, all’inizio era composto da circa 100 capre, ma negli anni l’azienda è cresciuta, aumentando il numero dei capi fino ad arrivare a 500 capre. Il crescente numero di capi ha spinto gli allevatori a migliorare il più possibile le strutture, le tecniche di allevamento, il benessere animale, la gestione della razione e la genetica.

La prima miglioria strutturale è stata la sala di mungitura a pettine, con aggancio del gruppo prendicapezzolo posteriore, costruita nel 2015, dove Giuseppe e Mariateresa mungono 22 capre per volta. La mungitura è temporizzata: i tempi sono calcolati in base allo stadio di lattazione dei capi e al momento della mungitura (la mattina la produzione lattifera è più abbondante, quindi la durata della mungitura è maggiore, mentre nel pomeriggio produzioni e tempi si riducono). Questo tempo standard può essere ridotto o prolungato manualmente in base alle esigenze del singolo animale. Ad oggi, mentre vengono munti, gli animali sono premiati con del mangime (uguale come tipologia e quantità), in modo da rendere questa operazione più semplice. Nella sala di mungitura è già predisposto, e a breve verrà attivato, un sistema che, riconoscendo la marca auricolare elettronica del singolo capo, sarà in grado di personalizzare i tempi di mungitura e la distribuzione del mangime. Quest’ultimo potrà essere diverso a seconda dell’animale munto, sia da un punto di vista della qualità che della quantità. Saranno inoltre presto installati 22 lattometri, che permetteranno di misurare la produzione di latte di ogni capra e di misurarne la conducibilità elettrica. La sala è già predisposta per un prossimo ampliamento futuro, che permetterà di raddoppiare il gruppo di mungitura.

Una capra di razza Camosciata delle Alpi, ad ogni mungitura, produce più o meno 3 litri di latte e, in un anno, a seconda che sia una primipara o una pluripara, dai 500 ai 900 litri circa. Il latte dell’allevamento dei fratelli Guainazzi, da qualche tempo a questa parte, viene conferito presso la cooperativa Santangiolina, della quale sono diventati soci. La qualità del latte e i livelli produttivi sono influenzati da fattori ambientali (alimentazione, benessere, sanità, strutture), ma anche da fattori genetici. Per questo in azienda si sta lavorando anche sulla genetica. La riproduzione viene infatti gestita sia con monta naturale che con fecondazione artificiale, per evitare la consanguineità e per migliorare la genetica in azienda, e non solo. L’azienda ha infatti aderito ad un progetto denominato “Contratto Genetico Caprino”, volto a creare una migliore genetica italiana ad avere dei riproduttori maschi italiani. La capra entra in calore quando diminuiscono le ore di luce durante il giorno, cioè più o meno nel mese di agosto. Il calore è influenzato dallo stato fisico in cui versa l’animale, dal periodo in cui è andata in calore negli anni precedenti e dalla presenza o meno di un maschio nel gregge. Per avere una produzione di latte piuttosto omogenea durante tutto l’arco dell’anno, gli allevatori devono cercare di gestire i calori in modo che i parti non avvengano tutti nello stesso periodo. Per questo vengono fatti interventi di tipo alimentare o legati alla gestione del fotoperiodo, alle quali le capre sono particolarmente sensibili, con la supervisione del veterinario aziendale. Spesso si sfrutta anche “l’effetto becco”, stimolando i calori introducendo nel box un maschio.

Grazie anche alla collaborazione con Comazoo e Stefano Giovenzana, tecnico della cooperativa che segue il settore ovi-caprino, i fratelli Guainazzi stanno lavorando per migliorare la razione, partendo dalla scelta di prodotti di qualità. La scelta delle rotazioni e delle coltivazioni in atto nell’azienda è legata al cercare di produrre in azienda gran parte degli alimenti destinati all’allevamento, come i fieni di loietto ed erba medica. Recentemente nell’azienda di Lonato è stato montato un nuovo impianto di alimentazione con nastro trasportatore: i concentrati vengono distribuiti, attraverso una tramoggia mobile, sul nastro trasportatore, largo circa 1 m, che trasporta poi lentamente l’alimento all’interno della stalla. Al momento i foraggi vengono caricati manualmente, più volte al giorno, sullo stesso rullo trasportatore, ma nel breve periodo nell’azienda dei fratelli Guainazzi verrà introdotto l’utilizzo di un carro unifeed con cui la razione sarà composta da foraggi e concentrati e il rullo verrà sfruttato per la distribuzione di mangime, utile per richiamare le capre al pasto. Il corridoio centrale di alimentazione, munito di rullo trasportatore, è rialzato rispetto al pavimento dei box di stabulazione, per consentire una corretta alimentazione degli animali. Sui laterali sono montate le autocatture, specifiche per gli ovi-caprini. L’installazione di questo sistema ha consentito e consentirà sempre più in futuro agli allevatori di ottimizzare i tempi di lavoro e di gestire al meglio l’alimentazione (apporto di foraggi e concentrati, programmazione della distribuzione), nonché di ottimizzare l’utilizzo degli spazi aziendali coperti. Nella stalla sono presenti anche delle ventole di raffrescamento, utilissime per migliorare il benessere e la salute degli animali, in particolar modo nelle giornate più calde e afose, tipiche della pianura Padana. Le capre dei fratelli Guainazzi sono molto fortunate, perché possono beneficiare anche di un paddock esterno, dove andare a “sgranchirsi le zampe”.

Se volete vedere come se la passano le capre dei Guainazzi potete visitare il loro sito internet www.agricolaguainazzi. it, la loro pagina Facebook e il loro profilo Instagram. Oppure potete andare a trovarle direttamente in azienda, in via Malocco 22, a Lonato (BS).

Il latte di capra contiene globuli di grasso e micelle di caseina (caseina che fa parte insieme alle sieroproteine, della frazione proteica) di dimensioni minori rispetto a quelli del latte vaccino. Ciò lo rende più digeribile, ma anche più difficile da lavorare durante la caseificazione. La presenza di alte percentuali di acidi a media e corta catena conferisce ai formaggi caprini il loro caratteristico odore e sapore.

Indice di conversione e resa alimentare

Indice di conversione e resa alimentare

di Stefano Montanari

Quando si parla di costo di produzione si intende l’insieme dei costi che un’impresa deve sostenere per produrre un determinato bene o erogare un servizio. In un allevamento di suini da ingrasso, dove lo scopo ultimo è la produzione di carne, il costo di produzione è generato da vari fattori, tra i quali spicca l’alimentazione che rappresenta la spesa maggiore tra le voci. In quest’ottica di produzione esistono due valori che possono rivelarsi utili alleati nella valutazione economica alimentare di un ciclo produttivo, ossia l’indice di conversione alimentare (ICA) e la resa del mangime.

Che cosa sono

L’indice di conversione alimentare misura la capacità di un suino nel trasformare l’alimento ingerito in aumento di peso corporeo. Può essere definito come la quantità di mangime espressa in kg necessaria per depositare 1 kg di peso vivo (ad esempio, la quantità di mangime che un suino di 30 kg mangia per raggiungere il peso di 31 kg). Se ho un ICA pari a 3, significa che per produrre un kg di carne ho impiegato 3 kg di mangime; più basso è questo valore e più efficiente risulta essere la conversione del mangime in carne.

La resa alimentare invece, misura l’incremento di peso di un suino dopo che ha consumato 1 kg di mangime. Prendiamo nuovamente il nostro suino di 30 kg: dopo aver mangiato 1 kg di mangime pesa 30,5 kg; la resa sarà espressa dal rapporto tra l’incremento di 0,5 kg e il kg di mangime ingerito. Il risultato quindi sarà pari a 0,5 che espressa in percentuale risulterà pari al 50%. A differenza dell’ ICA maggiore è il valore percentuale della resa e più efficiente risulta essere la trasformazione del mangime in carne.

E’ importante sottolineare che nessuno dei due indici è una misura temporale, in quanto non vengono considerati né i giorni necessari a registrare l’incremento di peso di 1 kg (ica), né quelli per ingerire 1 kg di alimento (resa del mangime).

Monitoraggio e analisi

Il monitoraggio di questi valori e una loro attenta analisi può tramutarsi in un utile strumento economico atto a valutare un possibile punto critico del programma alimentare applicato. La resa del mangime può essere controllata nel corso del ciclo di produzione confrontandola con tabelle aziendali standard (accrescimento ponderale giornaliero atteso, ingestione di mangime prevista) in modo da valutare l’eventuale scostamento dai valori di riferimento ed intervenire tempestivamente sul programma alimentare applicato e/o sulla formulazione del mangime. L’accuratezza di questi valori è maggiore quanto più lungo è il periodo considerato: risultano realmente significativi solo se misurati per periodi superiori ai 3 mesi. Un peggioramento di questi valori durante un periodo o un ciclo indica la necessità di migliorare l’utilizzo del mangime per i cicli futuri: tutti i fattori che riducono l’incremento ponderale giornaliero compromettono l’efficienza alimentare allungando i tempi di permanenza in allevamento e incidendo negativamente sul costo di produzione.

Fattori che influenzano ICA e resa alimentare
Esistono numerosi fattori in grado di modificare questi due indici, sia in positivo che in negativo.

1) Peso vivo dei suini: L’ICA aumenta proporzionalmente col peso di macellazione dei suini come conseguenza dell’incremento progressivo dei fabbisogni di mantenimento (per fabbisogno di mantenimento si intende la quota di nutrienti necessari all’animale per mantenersi in vita senza produrre nulla); un animale di 60 kg necessita di 0,7 kg di mangime con valori nutritivi standard, a 90 kg necessita di 1,1 kg mentre a 120 kg di 1,3 kg. Si stima che nel suino leggero ogni kg di peso vivo in più alla macellazione modifichi l’indice di conversione alimentare di 0,01. Anche il peso dei suini all’inizio del ciclo di ingrasso ha una notevole importanza: per esempio, confrontare l’ICA di un gruppo di suini acquistati a 30 kg e macellati a 170 kg con quello di un altro gruppo di suini acquistati a 40 kg e macellati allo stesso peso, non risulta corretto né significativo poiché l’efficienza alimentare tra 30 e 40 kg è superiore rispetto alle fasi successive.

2) Velocità di accrescimento giornaliero: La capacità di deporre tessuto muscolare è strettamente correlata all’età degli animali. Negli animali giovani la quantità di carne depositata giornalmente è maggiore, mentre cala durante il periodo di finissaggio dove l’efficienza alimentare si riduce sia a causa dell’aumento della quota di mangime destinato a soddisfare i fabbisogni di mantenimento sia per la maggior deposizione di tessuto adiposo rispetto alla massa magra.

3) Razionamento: L’efficienza alimentare varia a seconda del livello di ingestione. Se un suino ingerisce una ridotta quantità di mangime rispetto al suo fabbisogno fisiologico, la maggior parte dei nutrienti verrà utilizzata per coprire il proprio fabbisogno di mantenimento con conseguente ridotto incremento ponderale giornaliero. Al contrario, consumando una quantità eccessiva di alimento si avrà un aumento del peso ma l’indice di conversione alimentare diminuirà perché si avrà un eccessivo deposito di grasso a discapito della massa magra. In linea di massima l’effetto del razionamento sull’indice di conversione alimentare dipende dalla sua intensità. Per principio, l’ica migliora quando la riduzione dell’apporto di alimento permette di diminuire il deposito di grasso senza alterare il deposito muscolare ma se il razionamento è troppo severo, la parte di nutrienti utilizzati per coprire i fabbisogni di mantenimento aumenta a scapito dell’ica. Nella produzione del suino pesante, l’ica tende a migliorare negli animali razionati in ragione del 85-90% della capacità d’ingestione volontaria; razionamenti più spinti portano a peggioramenti dell’ica. Un aumento della quantità di mangime somministrato, invece, riduce la conversione alimentare a causa dell’incremento del contenuto energetico dei tessuti depositati (prevalentemente grasso). Nei suini ad elevato accrescimento muscolare, il razionamento non migliora l’ica perché oltre a ridurre il deposito lipidico (già scarso), riduce anche il deposito di carne; questo tipo di animale non va razionato bensì alimentato a volontà.

4) Genetica e sesso: a parità di mangime ingerito, i maschi castrati hanno indici di incremento giornaliero inferiori e maggiori depositi adiposi rispetto alle femmine e ai maschi interi. Allo stesso modo suini ad elevato valore genetico (selezionati per avere rapidi accrescimenti ponderali) utilizzano in modo più efficiente l’alimento ingerito. Ne deriva che, al fine di aumentare l’efficienza alimentare e minimizzare gli sprechi, i maschi castrati e i suini di valore genetico inferiore dovranno essere razionati già a partire dalle fasi iniziali dell’ingrasso, mentre le femmine e i suini a più alto valore genetico subiranno una restrizione alimentare solo al raggiungimento di pesi maggiori.

5) Qualità del mangime: più elevata è la qualità del mangime e migliore sarà la conversione alimentare. I mangimi di qualità sono formulati in modo da coprire perfettamente i fabbisogni nutritivi del suino e sono studiati per massimizzare la digeribilità sfruttando al massimo i nutrienti ingeriti dall’animale; inoltre possono vantare una maggiore appetibilità, che ne facilita l’ingestione da parte dell’animale limitando gli avanzi in mangiatoia. Al contrario i mangimi a basso costo spesso non sono adeguatamente bilanciati e di conseguenza non permettono al suino di esprimere appieno il suo potenziale di crescita; inoltre possono essere prodotti con materie prime di qualità inferiore e questo aumenta la probabilità di incorrere nella presenza di fattori antinutrizionali e/o nella contaminazione da micotossine. In ultimo risulteranno meno appetibili e ne verranno ingerite quantità inferiori con possibili avanzi in mangiatoia e con conseguenze negative sull’accrescimento il mangime avanzato in mangiatoia inoltre, è un substrato ideale per la replicazione batterica e può andare incontro indesiderate fermentazioni, il che può causare problemi a livello gastroenterico negli animali. In ultimo la scarsa qualità dell’alimento si associa spesso ad aumento delle perdite per malattia e mortalità ed alla riduzione degli accrescimenti di peso. Un mangime meno costoso non è sinonimo di risparmio.

6) Valore nutritivo dell’alimento: La densità energetica del mangime misura il contenuto di energia per unità di peso (1 kg). Il consumo di un mangime a basso contenuto energetico sarà elevato, con conseguente riduzione dell’ICA, mentre un mangime più concentrato fornirà indici di efficienza alimentare decisamente superiori. La grassatura di un mangime ne aumenta la densità energetica con conseguente riduzione del consumo; ciò comporta un marcato miglioramento dell’indice di conversione alimentare. Il sotto-dosaggio o il sovra-dosaggio di alcuni nutrienti rispetto ai fabbisogni del suino costringono l’animale a compensare, adeguando il consumo di mangime o modificando il proprio metabolismo; per esempio, l’eccesso di proteina costringe il suino ad utilizzare alcuni aminoacidi come fonte energetica, ma la spesa energetica per la metabolizzazione degli aminoacidi è elevata e superiore a quella necessaria al loro deposito in massa muscolare con conseguente peggioramento dell’efficienza alimentare e aumento dell’escrezione di azoto urinario (per questo motivo una corretta formulazione è fondamentale).

7) Concentrazione energetica dell’incremento di peso: L’incremento di peso che si registra in un suino è dovuto alla somma del deposito di numerosi tessuti: muscolare, adiposo, osseo, cartilagineo, organi e sangue. Il deposito di grasso richiede più energia rispetto al deposito di tessuto magro (circa 3,5 kg di mangime per ogni kg di tessuto adiposo depositato contro 1,25 kg di mangime per ogni kg di tessuto magro – “Whittemore, 1993”); ne consegue che il deposito di grasso richiede un consumo maggiore di mangime. La deposizione di tessuto adiposo cresce all’aumentare del peso vivo e in soggetti geneticamente meno predisposti a rapidi incrementi giornalieri. Condizioni di allevamento che ostacolano l’accrescimento di peso dei suini quali sovraffollamento, malattie, temperatura, ecc., portano ad un peggioramento dell’efficienza alimentare per la diminuzione dello sviluppo di tessuto magro e l’aumento di quello adiposo.

8) Granulometria: la granulometria del mangime incide sulla capacità digestiva del suino. Per un’ottimale conversione alimentare la dimensione delle particelle dovrebbe essere compresa fra 650 e 750 micron. Se troppo grossolano, il mangime risulta meno digeribile con conseguente calo dell’indice di conversione alimentare: è stato valutato che un aumento di dimensione delle particelle di mangime di 100 micron causa un peggioramento dell’efficienza alimentare di circa 1,3%, mentre una macinatura troppo fine, aumenterà l’incidenza di ulcere gastriche. Infine la trasformazione del mangime in pellet migliora l’efficienza alimentare di una percentuale compresa tra il 3% ed il 6% circa.

9) Spreco di mangime: Il mangime distribuito giornalmente per ogni suino deve tener conto anche della quota sprecata che può raggiungere valori superiori al 30%. Gli sprechi possono dipendere da numerosi fattori, singoli o combinati: mangiatoie rotte, difettose o inadatte, errori nella distribuzione del mangime, perdite nello stoccaggio delle materie prime ad opera di funghi, insetti e roditori. Mettere in atto delle semplici ma efficaci pratiche manageriali volte ad eliminare gli sprechi non solo è un ottimo modo per migliorare l’indice di conversione alimentare, ma avrà anche un impatto positivo sulla riduzione dei consumi e conseguentemente sui costi alimentari. Prendiamo ad esempio un allevamento di suini alimentati a secco: se la mangiatoia è posta sul grigliato, una quota di mangime verrà persa perché cadrà fra gli spazi della pavimentazione (foto 1 e 2); un semplice accorgimento come posizionare una parte di pavimento pieno sotto la mangiatoia aiuterà a limitare gli spechi (foto 3 e 4).

10) Densità dei suini: è ormai cosa risaputa che il sovraffollamento concorre ad una riduzione dell’ingestione del mangime e di conseguenza alla diminuzione dell’incremento medio giornaliero e dell’efficienza alimentare: si registra una riduzione del 3% di ingestione di alimento per ogni 0,1 m² di riduzione di spazio rispetto alle indicazioni standard. Questo calo di ingestione non solo ha un impatto negativo sulla crescita degli animali ma agirà anche sul loro umore rendendoli più nervosi ed aggressivi, innescando meccanismi di competizione alimentare e lotte con conseguente aumento di traumi, ferite e zoppie. In ultimo, ma non meno importante in caso di problematiche sanitarie la diffusione sarà maggiore e più rapida. Il tutto si traduce in tempi più lunghi di permanenza in allevamento con aumento dei costi di produzione. Più suini per box non è sempre sinonimo di maggior guadagno a fine ciclo.

11) Temperatura: esiste un range di temperatura, definito zona di termoneutralità compreso tra i 18 e i 24 gradi C°, che individua il limite minimo e massimo entro cui il suino esplica al meglio il proprio potenziale zootecnico al di fuori di questa zona l’efficienza alimentare peggiora. Il freddo aumenta la quota di mangime destinata a soddisfare i fabbisogni di mantenimento (mantenimento della temperatura corporea), inficiando sull’aumento di peso, mentre con l’aumentare della temperatura, ad ogni grado in più oltre il livello di comfort termico si avrà una riduzione dell’ingestione di circa 30 grammi di mangime (i suini all’ingrasso risultano essere molto più sensibili alle alte temperature, in special modo nella fase di finissaggio).

12) Malattie: In genere i suini colpiti da malattia riducono l’ingestione di alimento con conseguente peggioramento dell’accrescimento giornaliero e dell’indice di conversione alimentare. Inoltre alcune patologie agiscono direttamente sul sistema digerente dell’animale, andando ad inficiare in modo permanente la sua capacità di metabolizzare l’alimento, anche dopo la risoluzione della patologia stessa.

13) Mortalità: Per ogni punto percentuale di mortalità l’indice di conversione alimentare aumenta del 2%. I suini persi nel corso del ciclo produttivo non vengono ovviamente considerati come carne prodotta nel calcolo dell’ICA, pur avendo consumato mangime fino alla loro morte. L’alimento consumato verrà comunque calcolato e verrà quindi ripartito sui suini che terminano il ciclo di allevamento. È evidente che maggiore è la mortalità e più elevata sarà la quantità di mangime utilizzato dai suini morti che non generano carne vendibile. Inoltre, quanto più sarà concentrato il decesso dei suini nella fase finale del ciclo, tanto maggiore sarà l’effetto sull’indice di conversione alimentare: ogni suino avrà consumato una maggior quantità di mangime che verrà attribuito agli altri animali.

Ricerca del punto di convenienza economica

Tutti questi accorgimenti, finalizzati a migliorare l’utilizzo del mangime, sono un’opportunità di riduzione del costo di produzione del suino. Nell’allevamento del suino pesante anche una piccola variazione dell’indice di conversione alimentare si traduce in riduzione notevole della quantità di mangime consumato e del costo alimentare. Ad esempio, una riduzione di 0,1 dell’indice di conversione alimentare significa che per ingrassare un suino da 30 a 170 kg di peso vivo, si risparmiano 14 kg di mangime (170 kg – 30 kg = 140 kg di incremento di peso; 140 kg x 0,1 = 14 kg di mangime). Un altro aspetto importante da non sottovalutare nel migliorare l’indice di conversione alimentare è una riduzione della produzione di liquame e quindi un conseguente abbassamento dei relativi costi di stoccaggio e di trattamento.

Dolore e paura nel bovino

Dolore e paura nel bovino

Oltre la descrizione dei 5 sensi, l’analisi di due emozioni importanti per una corretta gestione dei bovini in allevamento

di Sujen Santini

Il processo evolutivo degli animali erbivori li ha selezionati per non mostrare apertamente segni di sofferenza, una dinamica funzionale alla sopravvivenza dai loro predatori il cui successo nella caccia dipendeva dalla loro ricerca di individui malati e deboli. A causa di questo, esistono animali che esteriormente possono sembrare in salute, ma che in realtà stanno soffrendo, persino terribilmente, in silenzio. Ciò può significare che, soprattutto i comportamenti dolorosi più sottili, siano di difficile identificazione. I bovini sono infatti spesso descritti come animali stoici [dal latino “stoicus” che accetta ciò che accade senza lamentarsi o mostrare emozioni], ma in quanto esseri senzienti ricevono e reagiscono agli stimoli in maniera cosciente, percependoli con la propria interiorità: come noi, possono trarre beneficio da un’esperienza positiva e essere danneggiati da una negativa, producendo comportamenti di grande complessità necessari alla sopravvivenza e perpetuazione di specie. Emozioni e cognizione sono spesso intimamente legate in una complessa interazione che può modulare la risposta individuale a vari stimoli suggerendo che cambiamenti fisiologici e comportamentali forniscono importanti indicazioni dei loro stati emotivi interni.

DOLORE
Parametri fisiologici Quando l’animale prova una sensazione di dolore, il suo organismo reagisce mettendo in atto tutta una serie di strategie neuro-endocrine volte a permettergli di affrontare la situazione avversa. La Tabella 1 riassume le principali modifiche fisiologiche osservabili in corso di dolore.

Parametri comportamentali
È probabile che i bovini che soffrono abbiano priorità comportamentali diverse rispetto a quelli sani. Le risposte comportamentali conseguenti al dolore possono essere classificate in quattro categorie in funzione della loro finalità:
1. Comportamenti automatici, che permettono all’animale di allontanarsi dalla fonte di dolore (attivazione dell’arco riflesso);
2. Comportamenti di sottrazione, ovvero che consentono all’animale di proteggere la zona dolente (immobilità, posture antalgiche…);
3. Comportamenti di segnalazione (es. vocalizzazioni, isolamento, stato di vigilanza, aggressività), mediante i quali l’animale comunica il proprio stato di dolore;
4. Comportamenti che facilitano l’apprendimento e, di conseguenza, permettono all’animale di evitare in futuro una ulteriore stimolazione nocicettiva.

Bovini in preda a dolore spesso appaiono depressi e pigri, mantengono la testa in posizione declive e mostrano uno scarso interesse in ciò che li circonda. È quindi possibile riscontrare una riduzione delle comuni attività dell’animale e l’isolamento dai membri del gruppo (ad esempio si alimentano quando la mangiatoia è poco affollata). I bovini sono generalmente animali curiosi e in un contesto sereno è probabile che gli individui adulti si avvicinino per un contatto. Quando soffrono reagiscono però all’avvicinamento in modo diverso. Possono restare immobili mantenendo la testa bassa evitando il contatto visivo, o possono fuggire prima che la persona sia vicina.

Anche alla manipolazione, possono reagire con comportamenti automatici di retrazione o, al contrario, adottare una postura rigida per cercare di immobilizzare la zona dolente. Le vocalizzazioni vengono spesso impiegate per identificare il dolore: quando questo è particolarmente intenso l’animale, infatti, muggisce ripetutamente o presenta gemiti spontanei. Un dolore localizzato può essere associato ad un continuo leccamento o grattamento della parte lesa. La figura 1 descrive la scala di valutazione del dolore messa a punto per essere usata in modo facile e veloce nella pratica quotidiana e focalizzata sui segnali meno evidenti e quindi meno considerati. La scala consiste in 7 comportamenti, valutati da 0 a 2 e combinati in una scala del dolore complessiva, dove 5 rappresenta il valore soglia che identifica un animale in stato di sofferenza dolorosa.

I 7 comportamenti sono:
• Attenzione all’ambiente circostante: se una vacca ha dolore tende a concentrarsi meno su ciò che la circonda.
• Posizione della testa — lo stato di dolore è spesso accompagnata dalla pozione bassa della testa. Questo comportamento può avere diverse spiegazioni, quali ad esempio l’induzione del dolore a cambiare completamente la naturale postura, oppure per evitare le interazioni sociali.
• Posizione delle orecchie — tengono le orecchie dirite all’indietro oppure molto basse
• Espressione della faccia — quando sono in uno stato di sofferenza assumono una espressione tipicamente detta faccia sofferente
• Risposta all’approccio — una vacca sofferente a meno interesse alle interazioni sociali e quindi tenderà ad evitare anche quelle con l’uomo
• Posizione del dorso — dolore agli arti o all’addome le porta ad assumere una posizione arcuata del dorso.
• Zoppia — indica una condizione dolorosa ad uno o più arti. (Gleerup et al., 2015)

Parametri zootecnici
È noto che animali in preda a dolore presentano ripercussioni sulle loro capacità produttive e riproduttive, ma questi non possono essere considerate parametri diagnostici poiché sopraggiungono solo se le condizioni che le hanno determinate si protraggono per periodi prolungati tali da determinare una riduzione nell’assunzione di alimento e di acqua o modificazioni ormonali indotte dallo stress.

PAURA

Eliminare il dolore non basta: la cosa peggiore che si possa fare a un animale è spaventarlo. Gli animali in preda a dolori terribili possono ancora presentare un comportamento funzionale, un animale nel panico perde tale capacità. Riguardo a paura e dolore gli animali non umani si trovano in condizioni opposte a noi: hanno una capacità maggiore di controllare il dolore ma molto minore di controllare la paura. Ne consegue che per loro la paura può essere peggio del dolore. In quanto animali predati hanno sviluppato un sistema di allerta: sono costantemente vigili e quando avvertono un pericolo lo manifestano con segnali forti in modo da trasmettere il messaggio a tutta la mandria. È quindi importante non associare interazioni con l’uomo e l’ambiente a emozioni di paura e creare consuetudini che creino un vissuto tranquillo e rassicurante in una relazione sinergica di etologia collaborativa. Il bovino ha una zona di comfort che è lo spazio personale dell’animale, e necessita di una zona di fuga (fig. 3). La zona di comfort aumenta quando l’approccio è frontale o l’animale è agitato/ impaurito, diminuisce quando gli animali si trovano a loro agio in un ambiente familiare e confortevole. Una inopportuna invasione della zona di comfort può causare comportamenti imprevedibili e potenzialmente pericolosi. La zona di fuga è determinata dal temperamento e personalità dell’animale, dalla corretta gestione degli spazi e dei gruppi nelle interazioni sociali e dalla quantità e qualità di contatti con l’uomo. Parlando dei sistemi sensoriali del bovino, sono già emersi numerosi esempi di come agevolare l’interazione nelle operazioni quotidiane impostata su un rapporto di fiducia e conoscenza reciproca. La cosa importante è sapere e ricordare che gli animali hanno paura anche di piccoli dettagli, quali ad esempio:

• Riflessi di luce sulle pozzanghere • Riflessi su superfici metalliche lisce • Catene che dondolano • Parti metalliche che urtano o sbattono • Suoni acuti • Sibili prodotti dall’aria o dal vento • Correnti d’aria dirette verso gli animali in movimento • Abiti appesi sugli steccati oggetti di plastica in movimento • Movimento lento delle pale dei ventilatori • Persone in movimento davanti agli animali • Piccoli oggetti sul pavimento • Cambiamenti di pavimentazione e di superfici • Griglie di drenaggio sul pavimento • Bruschi cambiamenti di colori delle attrezzature • Ingresso in un corridoio troppo buio • Luci intense, come il sole accecante
• Cancelli a senso unico o antiarretramento

“Febbre Q” nel bovinoBozza automatica

“Febbre Q” nel bovinoBozza automatica

Una zoonosi da conoscere

di Mario Comba

La Febbre Q (Q Fever) è una patologia descritta per la prima volta nel 1935 in Australia in un gruppo di macellatori colpiti da una febbre mai vista prima, da cui il nome Query (punto interrogativo) fever. È una malattia infettiva contagiosa causata dalla rickettsia Coxiella burnetii, zoonosi importante nell’uomo, che si ammala dopo contagio respiratorio (polvere o areosol), orale (consumo di latte crudo) o percutaneo (ferite durante l’assistenza al parto) (Stober M. 2004). Diffusa in tutto il mondo, è considerata una patologia emergente. C. burnetii è in grado d’infettare un ampio numero di ospiti, e le specie animali sensibili alla malattia includono mammiferi domestici e selvatici, uccelli selvatici, rettili e anche zecche (Raoult et al., 2005). Il più importante serbatoio d’infezione è rappresentato dai ruminanti domestici da cui il microrganismo può passare all’uomo nelle modalità sopra descritte. Nei bovini l’infezione è spesso asintomatica, in alcuni casi possono manifestarsi aborti tardivi, natimortalità o altre patologie dell’apparato riproduttore, come ritenzioni placentari, metriti, riassorbimenti (Arricau-Bouvery e Rodolakis, 2005). La disseminazione di C. burnetii nell’ambiente avviene di solito dopo il parto o l’aborto, ma il patogeno viene eliminato, con cariche batteriche più basse, anche nel latte, nelle feci e nell’urina (An¬gelakis E. e Raoult D., 2010). Cause Gli animali ed anche l’uomo acquisiscono normalmente l’infezione inalando l’aerosol contaminato da forme extracellulari di C. burnetii eliminate dai soggetti infetti (Tissot- Dupont e Raoult, 1992; Porter et al., 2011; Piñero et al., 2013), ma nei bovini è considerata come via d’infezione anche quella orale (McQuiston e Childs, 2002). Dopo una prima replicazione nei linfonodi regionali prossimi alla porta d’ingresso dell’infezione, si ha una batteriemia che dura da 7 a 21 giorni a seguito della quale l’organismo si localizza nella ghiandola mammaria e nella placenta degli animali infetti (Forland et al., 2010). Nei bovini solitamente l’infezione si propaga ad animali recettivi tramite l’ambiente contaminato da un animale infetto che spesso elimina il microrganismo al momento del parto: i nuovi infetti sviluppano l’infezione primaria con pochi o nulli sintomi clinici ma il batterio, dopo l’iniziale fase acuta, può persistere nell’organismo dando luogo ad un’infezione cronica, ed essere eliminato in grandi quantità nell’ambiente quando la bovina, persistentemente infetta, partorisce. Al termine della gravidanza la placenta consente al microrganismo di replicarsi fino ad alti titoli e al parto esso viene escreto nell’ambiente tramite il liquido amniotico e gli altri fluidi fetali (Harris et al., 2000). Grandi quantità di batteri sono escreti in forma di aerosol contaminando l’ambiente e il livello di anticorpi, in particolare le IgG, aumentano di concentrazione nel sangue. Nelle gravidanze successive la bovina ha una escrezione più bassa o addirittura nulla di batteri al parto, ma può continuare ad eliminare il microrganismo nel latte per un lungo periodo di tempo (Woldehiwet, 2004).

Sintomi

Spesso la Febbre Q nel bovino presenta un decorso asintomatico; risulta quindi difficile emettere una diagnosi sulla base di segni clinici evidenti. Si verificano infezioni latenti della mammella e dell’apparato genitale e, in alcuni casi, aborto dopo il sesto mese di gravidanza. Si possono riscontrare anche natimortalità, ritenzione di placenta, metriti e sintomi respiratori (Stober M. 2004).

Diagnosi

La diagnosi della malattia può essere eseguita solo attraverso il ricorso al laboratorio e, purtroppo, negli animali le metodologie non sono ancora pienamente standardizzate come nell’uomo, per cui l’individuazione degli allevamenti e dei soggetti infetti resta un punto critico per il controllo di questa patologia. Numerose tecniche diagnostiche sono disponibili, sia di tipo diretto, con l’identificazione dell’agente eziologico, che indiretto con la determinazione degli anticorpi anti C. burnetii. Purtroppo nessuna di queste metodiche è stata riconosciuta come test ufficiale dall’OIE, per cui la diagnosi della malattia deve prevedere l’impiego combinato di più metodologie su più soggetti, ed i risultati diagnostici vanno valutati a livello aziendale più che a livello individuale (Barberio A. e Natale A. IzsTreVe 2017). Dopo il parto C.Burnetii viene eliminata nel muco vaginale per un periodo di 14 giorni, e per questo il prelievo delle secrezioni vaginali per la diagnosi diretta deve essere effettuato entro 7 giorni dal parto stesso (Sidi-Boumedine et al.2010). Negli allevamenti infetti alcune vacche possono eliminare a lungo e persistentemente il microrganismo nel latte anche in carica abbastanza elevata. Questi soggetti probabilmente hanno una risposta immunitaria alterata nei confronti di C. burnetii, analogamente a quanto avviene nell’uomo, e sono importanti dal punto di vista epidemiologico in quanto mantengono la presenza dell’infezione in allevamento (Guatteo et al, 2007). La maggior parte delle vacche eliminatrici croniche ha un livello elevato di anticorpi che determina elevata sieropositività al test ELISA (Guatteo et al.,2007). L’elevata frequenza di escrezione di C. burnetii nel latte delle vacche pone il problema del possibile ruolo di questo alimento nella trasmissione dell’infezione all’uomo. Il consumo di latte e suoi derivati, contenenti C. burnetii, può determinare la comparsa di sieroconversione nell’uomo, mentre non vi sono chiare evidenze che possa indurre la comparsa della forma clinica di Febbre Q. Inoltre, il consumo di latte crudo o prodotti derivati al latte crudo costituisce un rischio di esposizione a C. burnetii relativamente più elevato rispetto al consumo di prodotti che abbiano subito un trattamento termico appropriato (Barberio A. e Natale A. IzsTreVe 2017). I materiali più idonei per la diagnosi diretta di Febbre Q nei bovini sono: il muco vaginale, la placenta, i tessuti fetali. Questi campioni devono essere prelevati dai feti abortiti, placente e scoli vaginali al più presto dopo l’aborto (Barberio A. e Natale A. IzsTreVe 2017). Il latte, il colostro e le feci possono essere impiegati per la ricerca dell’agente eziologico ma la diagnosi di malattia a partire da questi materiali biologici è meno affidabile (Sidi-Boumedine et al.2010). L’ELISA é la tecnica maggiormente impiegata per la diagnosi sierologica di Febbre Q nei ruminanti per la semplicità d’uso, vista la disponibilità di kit commerciali, per l’elevata sensibilità e specificità del metodo, la maggiore uniformità dei risultati ed anche per il costo contenuto dei reattivi. Il test ELISA può essere effettuato su siero o su latte di massa o di singolo animale ed è quindi raccomandato per l’esecuzione delle analisi sierologiche di routine nei bovini (OIE, 2015). La diagnosi di infezione in allevamento può essere eseguita attraverso un controllo sierologico eseguito su animali adulti. Sono sufficienti 10 campioni di sangue prelevati da bovine adulte pluripare, includendo anche animali con recenti problemi riproduttivi (metriti, infertilità, mancati secondamenti, aborti) (Sidi-Boumedine et al., 2010).

Fattori di rischio in allevamento

I due principali fattori di rischio per la diffusione dell’infezione sono l’acquisto di nuovi capi e la dimensione dell’allevamento (McCaughey et al.,2010; EFSA, 2010). Gli altri fattori di rischio individuati sono relativi alla pulizia ed igiene dei box parto (Taurelet al., 2011), alla presenza di ovicaprini (van Engelen et al., 2014), e alla mancata applicazione della quarantena agli animali acquistati Paul et al.(2012).
Per evitare l’entrata e diffusione dell’infezione vanno pertanto applicate le seguenti misure:
• Ridurre il numero di animali acquistati programmando in modo adeguato la produzione di una rimonta interna sufficiente;
• Applicare a tutti gli animali acquistati un periodo di quarantena: nel caso di animali gravidi questi vanno tenuti separati anche per il periodo peripartale (7 giorni prima e 7 giorni dopo il parto), in modo da evitare il periodo di massima escrezione del microrganismo;
• Usare per il parto dei box individuali che devono essere accuratamente puliti dopo il parto;
• Rimuovere immediatamente dai box parto, singoli o collettivi, gli aborti, le placente e la lettiera contaminata dai liquidi escreti durante il parto;
• Prevedere, per il personale esterno che viene a contatto con gli animali (es. veterinario) l’uso di calzari e vestiario mantenuto nell’azienda o disinfettato prima dell’accesso nella stessa;
• Evitare il contatto dei bovini con altri animali presenti in allevamento, in particolare ovicaprini;
• Evitare l’uso di pascoli promiscui con ovicaprini;
• Prevedere adeguati tempi di maturazione delle deiezioni prima di effettuare lo spandimento nei campi ed eventualmente ricorrere alla neutralizzazione di C. burnetii mediante trattamento con calcio cyannamide al 0,4% (Barberio A. e Natale A. IzsTreVe 2017).

Vaccinazione

È disponibile un solo vaccino registrato per la specie bovina, il Coxevac®, prodotto da CEVA salute Animale.
Nei bovini la vaccinazione con Coxevac® protegge gli animali dall’infezione o in ogni caso, riduce l’eliminazione di C. burnetii. In particolare le bovine non infette e non gravide quando vaccinate hanno una probabilità 5 volte più bassa di diventare eliminatrici di C. burnetii rispetto alle bovine non vaccinate (Guatteo et al., 2008). Al contrario, le vacche vaccinate durante la gravidanza mantengono inalterata la probabilità di diventare eliminatrici se infettate da C. burnetii (Guatteo et al., 2008).