Ossido di zinco

Ossido di zinco

di Stefano Montanari

Legislazione e futuro

Lo zinco (simbolo chimico Zn) è un oligoelemento indispensabile per animali, vegetali e microrganismi, della cui carenza si conoscono da tempo gli effetti (rallentamento della crescita, anoressia, ipercheratosi cutanea e paracheratosi dell’esofago). Secondo solo al ferro all’interno degli organismi animali presenta azione antiossidante, è inoltre necessario per il corretto funzionamento di molti ormoni (insulina, ormone della crescita) ed è l’unico metallo che appare in tutte le classi di catalizzatori biologici. L’assorbimento dello zinco avviene lungo tutto il tratto intestinale, principalmente a livello dell’intestino tenue (Figura. 2), per captazione da parte dell’orletto a spazzola dei villi tramite due processi differenti, la cui attivazione dipende dalla concentrazione dell’oligoelemento nel chimo intestinale: quando questa concentrazione è scarsa, lo zinco viene captato con un processo attivo grazie all’utilizzo di un carrier specifico, mentre a concentrazioni elevate attraversa direttamente la parete intestinale tramite un processo passivo. La quantità assorbita è influenzata da numerosi fattori: la concentrazione nella dieta, l’età dell’animale, la velocità di accrescimento, le fonti proteiche dell’alimento, ed è correlata alla componente minerale presente nella dieta: per esempio elevati livelli di calcio nell’alimento, specialmente in presenza di proteine di origine vegetale, riducono l’assorbimento di zinco nei suini e nei volatili. Infine l’escrezione avviene principalmente per via fecale e in misura molto limitata con le urine (1-2%) (Figura 2)

Figura 1 e 2 Da “Zinco Ossido, una interessante alternativa in suinicoltura.” di Quintavalla e Agostini su Large Animal Review-2007

Utilizzo dell’Ossido di Zinco Il momento dello svezzamento rappresenta un punto critico nella pratica allevatoriale suinicola: questa fase è ricca di fattori stressanti come l’allontanamento dalla madre, il cambio del regime alimentare causato dal passaggio da una dieta liquida ad una solida, i nuovi ambienti di stabulazione, gli interventi vaccinali, la creazione dei gruppi e le lotte per la definizione delle gerarchie; l’insieme di questi elementi comporta una forte ripercussione sul sistema immunitario ed è molto facile osservare la comparsa di un’enterite aspecifica, denominata PWD (Post Weaning Disease/Diarrea post-svezzamento). Malattia enzootica ad eziologia multifattoriale (di cui molte fonti di origini non infettive) fortemente associata con un’eccessiva crescita di ceppi patogeni di E. coli (F4, F18) che nonostante possa assumere un ruolo secondario rispetto ad altre patologie infettive, spesso ne rappresenta il punto di partenza, andando a creare alterazioni a livello del tratto digerente che si ripercuotono negativamente sull’accrescimento (Figura 3).

Tutti gli attuali orientamenti clinici vertono sempre più verso la riduzione degli interventi farmacologici di massa (mangimi medicati) con antimicrobici, agendo maggiormente sulle buone pratiche di biosicurezza, benessere ed allevamento. A partire dagli anni ’80, prendendo spunto da quello che avveniva in medicina umana specialmente in pediatria, anche per i suini si iniziò a far sempre più ricorso a formulazioni che utilizzavano come principi attivi oligoelementi a dosaggi elevati (definiti dosaggi “farmacologici”) da impiegare a scopo preventivo o terapeutico in corso di enteriti. Si assistette quindi ad un sempre maggior interesse nell’impiego dell’ossido di zinco ad elevate concentrazioni (3000 mg/kg) nell’alimentazione dei suinetti al fine di ridurre la gravità e la frequenza d’insorgenza delle enteriti post-svezzamento e di migliorarne di riflesso la velocità di accrescimento.

Nonostante l’utilizzo dell’ossido di zinco a concentrazioni farmacologiche sia ormai una pratica adottata da tempo, il meccanismo che determina i sui effetti positivi sulla diarrea suina non è ancora stato tuttavia pienamente compreso e ad oggi sono state formulate diverse teorie. Una possibilità è che l’ossido di zinco agisca sulle tossine di E. coli, sull’adesione del batterio all’intestino o sulla sua replicazione. L’inibizione selettiva dei processi di trasporto e della catena respiratoria di E coli da parte dello ione potrebbe contribuire a spiegarne l’effetto antibatterico. Un’altra possibile ipotesi è che l’aumento dei livelli ematici di zinco, ottenuto grazie all’apporto di ZnO con la dieta, riducano la traslocazione batterica dal piccolo intestino ai linfonodi mesenterici ileali, senza tuttavia presentare effetti sulla batteriemia, apportando un effetto benefico nella protezione nei confronti delle infezioni indotte dalle endotossine da E. coli. L’ossido di zinco inoltre, può proteggere le cellule intestinali dalle infezioni da Escherichia coli enterotossigeni per inibizione dell’adesione batterica, prevenendo l’aumento della permeabilità delle tight junctions e la modulazione dell’espressione genica delle citochine.

Impatto ambientale e selezione batterica
Come ormai è noto da tempo è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale “il decreto del Direttore Generale della Sanità Animale e dei Farmaci Veterinari che revoca, a partire dal 31 Dicembre 2021, le autorizzazioni dei medicinali veterinari contenti ossido di Zinco da somministrare per via orale a specie animali per produzione alimentare in tutte le confezioni e preparazioni autorizzate. I lotti prodotti prima di tale data devono essere smaltiti entro e non oltre il 25 Giugno 2022, dopodiché la prescrizione e l’impiego sotto qualsiasi forma, compresi mangimi medicati e prodotti intermedi, sono vietate”. Tale decisone è conseguente all’identificazione di un rischio ambientale grave dovuta alla capacità dello zinco di accumularsi nel terreno, nell’acqua e nel sedimento: lo spandimento continuo sul terreno di liquame proveniente da animali trattati, specialmente se per lunghi periodi di tempo e con possibile aggravante di impieghi illeciti e non autorizzati, nell’ambito di pratiche di suinicoltura intensiva può essere causa di significativi danni. Come primo effetto lo zinco influenza negativamente l’attività dei microrganismi e dei vermi di terra: in questo modo la scissione del materiale organico rallenta sensibilmente portando ad un impoverimento del suolo. Inoltre su terreni ricchi di zinco soltanto un limitato numero di piante può sopravvivere, a causa della loro incapacità di riuscire a smaltire le elevate dosi assorbite.

Dal suolo lo zinco può poi raggiungere le falde acquifere, in particolare se gli spandimenti vengono effettuati su terreni sabbiosi e molto drenanti. Una volta raggiunta la falda, gli effetti sono molteplici: oltre a contaminare la falda stessa è in grado di aumentare l’acidità dell’acqua, inoltre i pesci possono accumularlo all’interno dei loro tessuti, quando vivono in ambienti particolarmente contaminati, causando il fenomeno denominato biomagnificazione (meccanismo per cui i livelli di una sostanza chimica aumentano all’interno di una catena trofica in relazione alla predazione, così che il predatore ne contenga quantità superiore rispetto alla sua preda) (Figura 4).

L’impatto ambientale non è solo l’unico problema riscontrato: diversi studi hanno dimostrato che l’eccessivo uso di ZnO promuove la selezione di batteri resistenti, in particolar modo Stafilococchi (tra i quali S.Aureus e i suoi cloni meticillino-resistenti); questa resistenza è causata dalla presenza di un particolare gene (czrC) associato a determinati tipi di cassette geniche (cassetta cromosomica stafilococcica mec-SCCmec). È obbligatorio sottolineare che la SCCmec è la porzione genetica che ospita il gene responsabile della resistenza a tutti i beta-lattamici (dalla penicillina alle cefalosporine di 3° e 4° generazione). Pertanto la pressione selettiva esercitata dall’uso di medicinali veterinari contenenti ZnO può selezionare batteri resistenti a tutti i beta-lattamici e analogamente la pressione di selezione esercitata dall’uso di beta-lattamici può co-selezionare per la resistenza allo zinco, rendendo più ampia la diffusione degli agenti resistenti a queste molecole. A fronte di tutto questo, il CVMP (Comitato per i medicinali veterinari) ha stabilito che: “Il bilancio beneficio-rischio dei prodotti contenenti ossido di zinco da somministrare per via orale in animali produttori di alimenti è negativo, dal momento che i benefici di ZnO per prevenire la diarrea nei suini non sono superiori ai rischi per l’ambiente. Il CVMP ha riconosciuto anche che vi è un rischio di co-selezione di resistenza associata con l’uso di ossido di zinco”. In ogni caso la potenziale riduzione dell’uso di agenti antimicrobici nel settore zootecnico dovuta dall’utilizzo di ZnO non è da considerarsi un beneficio aggiuntivo.

Sviluppi futuri
E’ ovvio che la futura indisponibilità di medicinali veterinari contenenti ossido di zinco costituirà un drastico cambio di rotta: il periodo compreso tra il primo di Gennaio e il 25 Giugno 2022 aprirà le porte ad una fase di transizione necessaria per permettere agli allevatori di adottare opportuni cambiamenti nella gestione dei loro allevamenti al fine di evitare un incremento degli episodi di diarrea post-svezzamento, assicurare il benessere animale e prevenire l’aumento dell’uso di antibiotici. L’ideale sarebbe sfruttare al meglio questo lasso di tempo per poter impostare una nuova direzione basata principalmente su strategie di management aziendali e programmi nutrizionali appropriati affiancati ad un uso consapevole e razionale dell’antibiotico. Questi aspetti saranno approfonditi nel prossimo numero.

Il valore aggiunto del mangime

Il valore aggiunto del mangime

di Paolo Malizia e Sonia Rumi

I mangimi non sono solo un po’ di materie prime miscelate; con il loro acquisto si ottengono servizi importanti come uno scrupoloso controllo della qualità. L’attività mangimistica si basa sull’utilizzo di co-prodotti dell’industria alimentare; per questo il concetto di “economia circolare” è intrinseca all’industria mangimistica, portatrice del dovere morale di produrre in maniera sostenibile, sia in termini economici, che ambientali e sociali.

Con il termine “mangime” si intende, in senso lato, qualunque alimento o composto utilizzato per nutrire gli animali. Questa definizione comprende un insieme molto vasto di alimenti, che vanno dalle semplici materie prime somministrate in modo diretto (come ad esempio i foraggi), ai mangimi composti, formulati per soddisfare i fabbisogni nutrizionali degli animali, importanti per garantire un equilibrato e corretto apporto nutrizionale durante le diverse fasi di allevamento dell’animale: svezzamento, accrescimento, lattazione, etc… Nello specifico, si possono distinguere varie tipologie di mangimi, in base alle diverse funzioni nutrizionali che essi svolgono o alle diverse caratteristiche.

  • MANGIMI SEMPLICI (MATERIE PRIME). In questa categoria rientrano le materie prime di origine vegetale, animale o minerale che si possono somministrare direttamente come mangime (mangime semplice) o usare come ingredienti dei mangimi composti.
  • MANGIMI COMPOSTI. Sono miscele costituite da almeno due materie prime che possono contenere o meno additivi. Si suddividono in:
    1. MANGIMI COMPLEMENTARI. Sono mangimi composti con contenuto elevato di alcune sostanze ma che non soddisfano da soli le esigenze nutrizionali degli animali. Vengono normalmente associati ad altri mangimi, ad esempio i foraggi, sotto la guida di un nutrizionista. In questa categoria rientrano, ed esempio, i mangimi minerali.
    2. MANGIMI COMPLETI. I mangimi completi sono formulati da un nutrizionista in modo tale da essere bilanciati e soddisfare il fabbisogno degli animali sulla base della specie e fase di allevamento. Conoscendo i fabbisogni nutrizionali è possibile preparare un mangime completo per qualsiasi specie.
    3. MANGIMI MEDICATI. Si tratta di mangimi complementari o completi a cui viene addizionato un farmaco su prescrizione del medico veterinario per la terapia delle patologie che possono insorgere nelle varie fasi di allevamento.

La produzione di mangimi è parte integrante e importante della filiera agro-alimentare per la produzione di alimenti destinati al consumo umano e come tale deve sottostare, come tutti, alla normativa vigente in materia di sicurezza alimentare e tutela della salute umana. Le motivazioni per utilizzare un mangime sono fondamentalmente riconducibili a una miglior garanzia di tutela della sicurezza alimentare e agli evidenti miglioramenti degli aspetti nutrizionali in campo zootecnico.

Punto focale del mangimificio è il laboratorio di analisi interno in cui vengono effettuate tutte le analisi previste dal piano di autocontrollo validato dall’ATS di competenza, sia sulle materie prime in ingresso che sui prodotti finiti. Le analisi sono le più diverse e comprendono verifiche sia delle caratteristiche organolettiche, sia dell’eventuale presenza di contaminanti o di sostanze indesiderate, che possono rappresentare potenziali fattori di pericolo per la salute animale, ma soprattutto per la salute pubblica (es. salmonella, diossine, micotossine, etc.). In particolare, la verifica di sostanze indesiderate viene applicata nella produzione di mangimi medicati in un’ottica di riduzione dell’antibiotico resistenza. Queste analisi si inseriscono in un piano di controllo della qualità dei prodotti che comprende una verifica continua del processo produttivo; l’alto grado di specializzazione e l’elevata frequenza di verifica sono raggiungibili solo in un impianto deputato alla produzione di mangimi.

La tracciabilità di ogni fase del processo produttivo dal ricevimento della materia prima singola al prodotto finito garantisce la sicurezza alimentare e consente in caso di allerte di Fonte: Report Ambientale 2020. Assalzoo. tipo sanitario di intervenire tempestivamente a tutela del consumatore finale. L’etichettatura (cartellino) del mangime complementare o completo tutela l’acquirente ed è garanzia delle caratteristiche intrinseche dello stesso da parte del produttore.

L’utilizzo dei mangimi, oltre che a tutela della salute animale e dell’uomo, ha delle motivazioni di carattere zootecnico e nutrizionale. Garantire il giusto apporto di macronutrienti quali carboidrati, proteine e lipidi e micronutrienti, come vitamine e oligoelementi, è determinante per migliorare le performance produttive e l’efficienza alimentare, con evidenti vantaggi di tipo economico. Fornire una alimentazione bilanciata tutela benessere e salute dei nostri animali di allevamento.

Gli strumenti con cui si raggiungono questi evidenti vantaggi sono diversi. In primis, una formulazione attenta da parte di un esperto nutrizionista garantisce la soddisfazione dei fabbisogni di ogni singola fase produttiva. In secondo luogo il trattamento della miscela di materie prime può raggiungere livelli di complessità elevati e può variare molto in base alle caratteristiche da dare al prodotto finito. Il processo produttivo, in maniera semplicistica, può essere suddiviso in diverse fasi:

Macinazione.
La prima attività è la macinazione, un trattamento fisico mediante il quale la granulometria delle materie prime viene ridotta ed adeguata alle dimensioni utili alla successiva preparazione dei mangimi. Le diverse granulometrie ottenute in un impianto industriale sono in funzione della specie allevata e delle singole fasi di allevamento.

Dosaggio.
Dopo la macinazione avviene il dosaggio delle materie prime e degli additivi. La miscelazione attenta in un impianto di tipo industriale di macro materie prime e additivi (sostanze, microrganismi o preparati, diversi dai mangimi e dalle premiscele che sono intenzionalmente aggiunti agli alimenti per animali o all’acqua al fine di svolgere particolari funzioni nutrizionali), consente all’allevatore di operare in maniera efficiente e precisa (precision feeding).

Trattamenti termici.
Questi trattamenti, che vanno dalla sanificazione dei mangimi fino alla cottura, possono avere diversi scopi: ad esempio di modificare alcune caratteristiche organolettiche delle materie prime, aumentare la capacità di assorbire i principi nutrizionali, eliminare eventuali fattori anti-nutrizionali. La pellettatura è un trattamento meccanico con una componente termicaimportante che consente di creare un prodotto omogeneo che non possa essere selezionato dall’animale e nello stesso tempo sanificare il prodotto (70°C). La fioccatura è un processo di lavorazione che consiste nel passaggio di un seme tra due rulli in condizioni caldo umide, per ottenere la riduzione delle dimensioni e cottura dell’amido. Viene generalmente applicato direttamente sulle materie prime (semi di cereali o di leguminose). L’espansione è’ un procedimento simile all’estrusione con la differenza che può utilizzare una minore quantità di acqua e vapore con un sensibile aumento della digeribilità in particolare dell’amido.

Distribuzione.
La consegna dei mangimi avviene con automezzi generalmente ad uso esclusivo del sito produttivo, evitando possibili contaminazioni da un uso promiscuo. Tale aspetto diventa determinante nel caso di filiere particolari quali no-OGM e Biologico, o ancor più importante, per la tutela della sicurezza alimentare, nella distribuzione di mangimi medicati.

Un ultimo, ma non meno importante aspetto della produzione di mangimi è l’utilizzo di co-prodotti dell’industria alimentare, ampiamente disponibili nel nostro paese per la presenza di un’importante attività molitoria per la produzione di farine di cereali ad uso umano. L’utilizzo di farinaccio, crusca, tritello e altri co-prodotti, che derivano da altri processi industriali quali industria saccarifera, panelli oleosi, etc. entra in un concetto di economia circolare oggi sempre più presente. Produrre in maniera sostenibile è oggi un dovere morale di tutti.

E opportuno porre l’attenzione che nel caso delle filiere DOP, la discrezionalità del mangimista nello sviluppo di una “dieta” che oltre a soddisfare i fabbisogni nutrizionali ponga la giusta attenzione alla riduzione dell’impatto ambientale e fortemente limitata dalle regole di alimentazione previste dai disciplinari di produzione, che prevedono esplicitamente le materie prime che possono essere utilizzate. Fonte: Report Ambientale 2020. Assalzoo.

Gli standard di produzione sempre più elevati delle nostre aziende agricole e l’assoluta necessità di garanzia della sicurezza alimentare richiedono una precisione e una tecnologia che solo un mangimificio industriale è in grado di dare. Il valore aggiunto di un mangime rispetto alla semplice miscelazione in azienda agricola di alcune materie prime è costituito dal controllo approfondito di queste ultime; si tratta di uno dei servizi più importanti in assoluto e lo sarà sempre di più.

La formulazione dei mangimi si basa sull’utilizzo di prodotti primari coltivati a scopo mangimistico e di sottoprodotti derivanti prevalentemente dalle filiere agroalimentari in modo da permetterne al massimo la valorizzazione. Fonte: Report Ambientale 2020. Assalzoo.

Il legame materno nei suini

Il legame materno nei suini

di Sujen Santini

PARTE 1: IL NIDO

L’acquisizione della consapevolezza, anche normativa, che gli animali sono esseri senzienti ha guidato a progressive revisioni della definizione di benessere ponendo sempre più l’accento sulle loro esigenze etologiche (e quindi sulla possibilità di manifestare un adeguato comportamento di specie) ed emotive: in altre parole non è più sufficiente evitare dolori e stress inutili ma consentire anche loro di provare esperienze positive. Con questi presupposti il benessere degli animali è divenuto parte integrante della strategia “Farm to Fork” che l’Unione Europea ha firmato nel 2020 all’interno del Green Deal. A questo fatto si aggiunge una iniziativa, promossa da CIWF (Compassion In World Farming), che, con la raccolta di 1.500.000 firme dei cittadini europei, chiede di porre fine all’utilizzo delle gabbie. Questa mozione, nota come “End of the Cage Age” è stata presentata in Parlamento Europeo il quale ha dato mandato all’EFSA (l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) per produrre nuove opinion scientifiche aggiornate sul benessere degli animali in allevamento di tutte le specie che potranno condurre in futuro a nuove e importanti azioni nella regolamentazione dell’uso delle gabbie. Il 30 giugno 2021 la Commissione europea ha infatti annunciato l’intenzione di presentare una proposta legislativa, entro il 2023, per l’eliminazione graduale e il divieto finale dell’utilizzo delle gabbie per tutte le specie e le categorie di animali entro il 2027. Ci sembra quindi appropriato dedicare più rubriche dell’Atlante Etologico al comportamento della scrofa e dei suinetti nel periparto e allattamento, approfondendo prima le caratteristiche etologiche, quindi i requisiti da considerare per progettare ambienti idonei a consentire il manifestarsi di tali comportamenti e infine una rassegna delle principali soluzioni ad oggi proposte, e sperimentate, di box parto e allattamento libero o con parziale confinamento.

INTRODUZIONE

L’intensa selezione per il miglioramento produttivo degli animali allevati ha portato a cambiamenti fisiologici importanti, quali ad esempio la dimensione della cucciolata e il tasso di crescita; tuttavia risultano conservati alcuni modelli comportamentali innati sebbene la maggior parte delle pratiche intensive ne precluda il naturale svolgimento e sembra renderne superflua la funzione originale. La motivazione è che mantengono una funzione biologica per l’animale: ad esempio, il comportamento di costruzione del nido e il legame materno sono intimamente connessi alle dinamiche neuro-endocrine della scrofa, influenzando di conseguenza gli assetti ormonali che regolano il parto e la lattazione. Il mancato riconoscimento dell’importanza dei bisogni comportamentali può pertanto essere effettivamente controproducente anche in termini di efficienza produttiva.

FASE DI COSTRUZIONE DEL NIDO: RICERCA DEL SITO DEL NIDO, ISOLAMENTO E COSTRUZIONE

Comportamento e fisiologia della scrofa
Allo stato brado, circa 2-3 giorni prima del parto, la scrofa si isola dalla mandria e si allontana anche parecchi chilometri (da 2,5 a 6,5 km) in cerca di un sito di nidificazione adatto, ovvero isolato e libero solo su due/tre lati: in questo modo si sentono protette pur mantenendo la vigilanza verso possibili predatori. L’area di nidificazione comprende anche la presenza di una zona alimentazione e una di defecazione, che devono essere tra loro distanti e distinte per ragioni territoriali e sanitarie. Una volta scelta l’area, crea una depressione concava centrale sradicando la vegetazione e scavando il terreno, procede poi a raccogliere materiale idoneo che distribuisce in tutto il nido e che manterrà temperature idonee all’interno del nido anche in presenza di basse temperature ambientali. L’inizio della costruzione del nido è innescato da un aumento dei livelli di prolattina, conseguente alla diminuzione del progesterone e all’aumento delle concentrazioni di prostaglandine. Il feedback positivo derivante dal completamento del nido induce un aumento dei livelli di ossitocina: evento determinante che governerà le spontanee contrazioni uterine e quindi il successo del parto. L’aumento dell’attività dovuto alla costruzione del nido ha un effetto benefico nel ridurre lo stress e l’irrequietezza; generalmente infatti, tale comportamento diminuisce circa 4 ore prima del parto quando la scrofa entra nella “fase tranquilla” del preparto.

Importanza funzionale della fase di nidificazione Il processo di nidificazione è cruciale per l’instaurarsi del comportamento materno: scrofe che hanno dedicato più tempo per la preparazione del nido è più probabile che agiscano con attenzione verso i suinetti durante e dopo il parto. Nelle scrofe domestiche tenute in gabbie è possibile osservare questi comportamenti (scavare e sradicare) orientati verso pavimenti, sbarre e mangiatoie. La mancanza di spazio e materiale manipolabile preclude il feedback neuroendocrino della costruzione del nido ed è infatti correlata a livelli più bassi di ossitocina e a un aumento dell’attività ipotalamo- ipofisi-surrene (HPA), indicativa di stress fisiologico. Inoltre, senza la percezione del completamento della nidificazione, alcune scrofe possono continuare ad essere motivate a costruire il nido anche durante il parto, aumentando il rischio di schiacciamento. Quindi, nonostante l’assenza di prole in questa fase, la costruzione del nido è una fase critica per la sopravvivenza dei suinetti e di conseguenza rimane un comportamento evolutivo importante.

PARTO, ESORDIO LATTAZIONE E OCCUPAZIONE DEL NIDO

Comportamento e fisiologia della scrofa
Durante il parto l’aumento delle concentrazioni plasmatiche di ossitocina promuove le contrazioni dell’utero, per l’espulsione dei suinetti, e la secrezione di colostro dai capezzoli. La durata del parto è variabile, con un range di circa 26-245 min. Una breve durata del processo di parto è importante per la sopravvivenza dei suinetti poichè un ritardo può provocare anossia e natimortalità. Il feedback dalla mammella, stimolato dal massaggio dei suinetti, aumenta la concentrazione di ossitocina e la conseguente eiezione del latte. La disponibilità di colostro diminuisce esponenzialmente durante le prime 24 h di secrezione, prima di passare al latte entro 30 ore dal parto. Per i primi 2 giorni dopo il parto la scrofa trascorre la maggior parte del tempo nel nido, tranne brevi uscite per il foraggiamento. Durante questa fase di occupazione del nido, emette un tipico grugnito di richiamo dei suinetti alla mammella a intervalli di 30- 70 minuti, l’aumento della frequenza del grugnito fa sì che i suinetti passino dalla fase di pre-massaggio a quella di suzione, come vedremo in seguito. Poi le scrofe inizieranno a lasciare progressivamente il nido, evento che accade a circa 10 giorni dal parto.

Comportamento e fisiologia dei suinetti
Quando i suinetti nascono devono affrontare un numero significativo di sfide per la loro sopravvivenza. Come prima cosa devono arrivare alla mammella, mostrare vigore nell’acquisizione e nel mantenimento di un capezzolo funzionale e quindi ingerire il colostro vitale per l’equilibrio energetico, preservare l’omeotermia e promuovere la funzione immunitaria. Ciò richiede una sincronizzazione efficace tra comportamenti della scrofa e dei suoi suinetti. Quasi subito dopo la nascita il maialino è guidato alla mammella grazie ad una combinazione di stimoli tattili e olfattivi: le proprietà termiche e tattili della mammella sono uniche nell’ambiente extrauterino e quindi altamente attraente per i suinetti appena nati. Il flusso di colostro è continuo durante il parto e per circa 12 h dopo la nascita, poi inizia l’eiezione ciclica (circa ogni 30 min). A causa della natura epiteliocoriale della placenta i suinetti nascono senza protezione immunitaria che deve essere acquisita attraverso l’ingestione di colostro. La capacità di assorbimento degli anticorpi materni diminuisce già a 24 ore e di solito si completa entro 48 ore dal parto, un fenomeno generalmente indicato come chiusura intestinale che fornisce una barriera meccanica alla penetrazione di agenti patogeni. È interessante notare che, come detto, la scrofa inizia ad uscire dal nido solo dopo le prime 48 ore, ovvero al termine dell’acquisizione dell’immunità passiva da parte dei suinetti. Le più frequenti cause di mortalità neonatale sono l’ipotermia e l’ipoglicemia che portano a letargia e quindi rischio di schiacciamento. L’ingestione di colostro è necessaria per preservare l’omeotermia. I suinetti passando dall’ambiente intrauterino alla temperatura ambientale, sono infatti suscettibili all’ipotermia poiché nascono con pochissimo tessuto adiposo isolante e nessun grasso bruno e le riserve di glicogeno presenti nei muscoli sono basse e si esauriscono rapidamente. Inoltre il suino domestico ha perso gran parte della protezione fisica delle setole che hanno i suoi antenati selvatici. Il “comfort termico” è molto diverso per la scrofa e per i suoi suinetti. Per una scrofa infatti la temperatura ideale è tra 12°C e 22°C, oltre è suscettibile a stress da calore che compromette l’ingestione alimentare e la produzione lattea. Per un suinetto 34°C rappresenta invece la soglia di temperatura critica più bassa. Un nido adeguato è quindi fondamentale per raggiungere il compromesso del confort termico per scrofa e suinetti.

Il comportamento allattante della scrofa assicura una distribuzione equa del latte ai suoi suinetti, così come il comportamento dei maialini è un modo per comunicare le proprie esigenze nutrizionali individuali. Questa comunicazione è mediata attraverso la stimolazione tattile del rilascio ormonale: durante l’allattamento, gli stimoli dei suinetti influenzano il rilascio di numerosi ormoni che non solo regolano la produzione e l’eiezione del latte ma anche il metabolismo della scrofa. A differenza delle vacche, le scrofe non hanno una cisterna del capezzolo, motivo per cui un maialino non può ottenere il latte senza che ci sia un aumento della pressione intramammaria mediato dal rilascio di ossitocina. L’allattamento è suddiviso in 5 diverse fasi:
1. lotta per la posizione alla mammella (che poi rimarrà stabile)
2. pre-massaggio
3. suzione lenta
4. suzione rapida (eiezione del latte)
5. massaggio finale

Il pre-massaggio dura 1-2 minuti e il latte è disponibile solo per circa 15-20 sec, mentre la durata del massaggio finale può essere di alcuni minuti e varia con il progredire dell’allattamento. Poiché ogni suinetto alla nascita sceglierà un capezzolo funzionale che manterrà per tutta la lattazione, la funzione del massaggio finale è quella di regolare la quantità di latte prodotta dallo specifico segmento di mammella che ricevere la stimolazione, aumentando il flusso di sangue ricco di prolattina. In questo modo ogni maialino “prenota” la quantità del pasto successivo. La diminuzione del tempo di massaggio finale inizia infatti a partire dalla 3^ settimana, periodo nel quale avviene anche una fisiologica riduzione della produzione di latte.

Importanza funzionale dei comportamenti durante il parto e fase di occupazione del nido
Le scrofe selvatiche e domestiche in habitat seminaturali partoriscono in isolamento e stanno lontane dal resto della mandria durante la prima settimana dopo il parto. Questa separazione dal gruppo familiare potrebbe essersi evoluto per dare alla madre abbastanza tempo per imparare l’identità della propria nidiata attraverso i canali olfattivi e acustici. Anche per il maialino appena nato il riconoscimento materno è un compito importante poiché sono individui sociali, che vivono naturalmente in gruppi in cui le scrofe, spesso tra loro imparentate, danno alla luce in modo sincrono più giovani. La comunicazione materna rafforza il riconoscimento e l’attenzione alla prole, ed è fondamentale per tenere i suinetti nelle immediate vicinanze e per proteggerli dai pericoli. Quando la scrofa e la sua cucciolata rientrano nel gruppo familiare composto da diverse scrofe in lattazione a circa 7-10 giorni dopo il parto, diventa importante per lei essere in grado di riconoscere la sua prole, per contrastare i frequenti tentativi di allosuzione, ma soprattutto per rispondere tempestivamente ai richiami qualora un proprio maialino dovesse allontanarsi o essere in difficoltà. Il contatto naso-naso scrofa-suinetto è la prima forma di riconoscimento materno ed è un comportamento che si verifica comunemente quando sono in grado di interagire liberamente. La frequenza del contatto naso-naso aumenta durante i primi cinque giorni di vita per poi diminuire progressivamente, ovvero quando in natura i suinetti inizierebbero a seguire la loro madre fuori dal nido. Anche i segnali uditivi regolano le relazioni sociali e nutrizionali tra madre e figlio: i suinetti mostrano un ricco repertorio vocale già durante i primi giorni dopo la nascita e distinguono i vocalizzi materni già a 36 ore di vita.

In una situazione indoor convenzionale, dove madre e figlio rimangono isolati insieme fino allo svezzamento, la comunicazione e il riconoscimento materno rimangono comunque funzionali poiché sono un indicatore della disponibilità a prendersi cura della prole e della capacità di investire nella propria cucciolata: è stata infatti evidenziata una associazione positiva tra la frequenza dei contatti naso-naso e l’assunzione di latte e il rischio di schiacciamento. La transizione dalla posizione in piedi a quella sdraiata è la più comune causa di schiacciamento dei suinetti e pertanto l’attenzione e il controllo esercitati da una scrofa quando cambia posizione sono fattori chiave per la sopravvivenza dei suinetti in qualsiasi sistema. Scrofe che comunicano di più con i suinetti, sono più consapevoli della loro presenza e possono proteggerli in misura maggiore mentre si muovono e riposano e reagiscono più prontamente ai loro lamenti. L’incapacità e la frustrazione delle scrofe di interagire correttamente con i suinetti potrebbe anche essere, in parte, un motivo di cannibalismo.

Nel prossimo numero: “Partenza dal nido e integrazione sociale” e “Sviluppo nutrizionale e svezzamento”.

La niacina contro lo stress da caldo

La niacina contro lo stress da caldo

di Sonia Rumi

La questione stress da caldo nella bovina da latte deve essere risolto anche con la micro nutrizione che mediante integrazioni mirate può migliorare lo stato fisiologico della bovina, le sue capacità immunitarie e le prestazioni produttive e riproduttive.
La niacina è ampiamente riconosciuta quale potente agente anti-lipolitico che riduce la perdita di peso corporeo a cui gli animali vanno incontro nelle prime settimane di post parto, situazione che predispone alla chetosi. Studi più recenti le conferiscono un ruolo importante nel ridurre la sensibilità allo stress da caldo, grazie all’aumento della vasodilatazione periferica ed all’incremento del tasso di traspirazione.

Una bovina che produce 30 Kg di latte deve disperdere nell’ambiente una quantità di calore pari a quella sprigionata da 16 lampade ad incandescenza da 100 watt (Flamenbaum, JDS 69:3140- 3147). Quando la temperatura esterna e l’umidità relativa (THI) aumentano, questo meccanismo di dispersione della temperatura corporea diventa difficoltoso, infatti le bovine possono ricorrere alla sudorazione solo limitatamente. Già la combinazione di una temperatura esterna di 22 °C e di un’umidità relativa del 40% provoca l’adozione da parte della vacca da latte di comportamenti finalizzati alla riduzione del calore prodotto dalla sua attività metabolica ed alla sua dispersione, con l’obiettivo primario di mantenere costante la sua temperatura corporea che è di circa 38.5°C. Inizialmente è possibile osservare una riduzione dell’ingestione (finalizzata alla riduzione della produzione di calore derivante dalle fermentazioni ruminali), successivamente, un aumento del consumo d’acqua e un aumento della frequenza respiratoria (funzionale alla dispersione di calore dall’apparato respiratorio) e, infine, una riduzione dell’attività motoria (che ha sempre l’obiettivo di ridurre il calore prodotto dal metabolismo muscolare). Questo meccanismo di adattamento ha come conseguenza il calo della produzione di latte, grasso e proteine, una riduzione del comportamento estrale ed una riduzione del tempo passato sdraiata.

Se i sistemi di raffrescamento degli animali sono insufficienti è possibile che le bovine vadano in contro ad una condizione di stress da caldo. Questa condizione, di fatto patologica per la bovina, si può oggettivamente diagnosticare attraverso la misurazione della temperatura corporea e della frequenza respiratoria. Basta un aumento di soli 0.5°C della temperatura corporea e una frequenza respiratoria di oltre 80 atti al minuto per diagnosticare che gli animali non sono stati in grado di gestire l’aumento di THI. Se oltre il 15% delle bovine presentano un aumento della temperatura rettale e della frequenza respiratoria, questo significa che in stalla esiste un fattore di rischio collettivo, altrimenti si tratta di singole bovine che non riescono ad adattarsi al caldo e che quindi devono essere gestite individualmente.

Inoltre, è risaputo come dopo l’estate la bassa produzione di latte e la ridotta fertilità persistano fino all’inverno inoltrato (figura 1). In relazione a questo problema, molti allevamenti si sono dotati di sistemi di raffrescamento degli animali che hanno ridotto una parte delle perdite produttive e riproduttive tipiche dell’estate e dei mesi successivi. In questi lunghi anni di ricerca di soluzioni per mettere le bovine in condizione di adattarsi al meglio alle alte temperature, si sono accumulate conoscenze sul ruolo della nutrizione clinica e funzionale.

Figura 1. Produzione media mensile e giorni di lattazione (DIM) nella Frisona italiana 2015-2020.
Fonte Ufficio Stidi AIA.

Come accennato la prima reazione delle bovine, nel tentativo di acclimatarsi, è ridurre l’ingestione per diminuire la produzione di calore dalle fermentazioni ruminali. In considerazione del fatto che le vacche da latte in estate mangiano soprattutto durante la notte, si dovrebbero tenere accese le luci di stalla e somministrare la razione in coincidenza con la mungitura pomeridiana. Una strategia è la somministrazione della razione due volte al giorno in coincidenza con le due mungiture, preoccupandosi di avvicinarla alla mangiatoia almeno 4 volte al giorno. Le razioni estive hanno in genere una minore concentrazione di amido ed una maggiore concentrazione di zuccheri e fibre digeribili da concentrati come la crusca, le buccette di soia e le polpe di barbabietola. Consigliabile, in estate, è aumentare la concentrazione proteica della razione agendo sulla quota a bassa degradabilità ruminale ed inserendo aminoacidi rumino-protetti come metionina e lisina soddisfacendo il 110% del fabbisogno.

A causa del rallentamento delle fermentazioni ruminali, si riduce la produzione ruminale di vitamine del gruppo B, per cui un apporto supplementare, specie se di vitamine rumino- protette, può essere un valido aiuto alla salute delle bovine. In estate, il bilancio energetico e proteico negativo tipico delle ultime settimane di gestazione e dei primi 90 giorni di lattazione, porta ad un più intenso dimagrimento delle bovine e quindi ad una maggiore lipo-mobilizzazione. La niacina, denominata anche vitamina PP o vitamina B3, se utilizzata ad almeno 6 gr. al giorno, è in grado di ridurre la mobilizzazione degli acidi grassi (NEFA) dal tessuto adiposo e quindi di diminuire significativamente il rischio di lipidosi epatica e chetosi metabolica estiva. Quest’ultima malattia metabolica è la maggiore responsabile della riduzione della percentuale di bovine di razza frisona che superano i 40 Kg al picco di lattazione e quindi della diminuita produzione media degli allevamenti. Una chetosi sub-clinica riduce infatti del 7% la produzione al picco produttivo. La niacina, inoltre, sembra avere un effetto positivo di aiuto alle bovine nella dispersione del calore corporeo. Lo stress da caldo è quella condizione morbosa dovuta al fatto che un organismo vivente può avere difficoltà nel mantenere stabile la sua temperatura corporea durante il caldo e l’umidità estiva. La vitamina PP, se somministrata in forma ruminoprotetta nella quantità di 12 gr. al giorno, è in grado di indurre una vasodilatazione periferica e un’aumentata attività delle ghiandole sudoripare, anche se queste sono presenti in esigua quantità sul corpo nei ruminanti, determinando una maggiore dispersione del calore corporeo attraverso la pelle. La verifica di campo, dell’efficacia dell’aggiunta di niacina, consiste nel tenere sotto controllo la temperatura rettale. Gli investimenti, anche in termini di strutture, rappresentano un valido supporto alla lotta allo stress da caldo. È il caso dei passaggi, che possono essere allargati, del sistema di ventilazione e bagnatura delle bovine e degli abbeveratoi che devono essere posti preferenzialmente nella parte posteriore della corsia d’alimentazione e all’uscita della sala o dei robot di mungitura; se la stalla è dotata di paddock esterni è bene dotarli di abbeveratoi posti all’ombra. Considerato che i consumi d’acqua aumentano in estate anche del 50%, gli abbeveratoi devono installati oltre il fabbisogno minimo della mandria.

Tabella 1. Fabbisogni nutritivi di minerali e vitamine di una Frisona in lattazione *.

L’unione fa la forza

L’unione fa la forza

Cooperativa Zootecnica Scaligera

di Davide Pozzi

L’unione fa la forza. È una regola senza eccezioni, un motto vincente che stimola ed entusiasma persone con obiettivi comuni e che apre le porte a nuovi progetti ed opportunità. Questo accade nella Cooperativa Zootecnica Scaligera da quasi 50 anni; in questo contesto, numerose realtà di piccoli allevatori hanno unito le proprie forze ed attivato un circolo virtuoso di eccellenza, dove il benessere degli animali e la produzione di carni di prima scelta sono al centro del loro operato. La Cooperativa Zootecnica Scaligera affianca l’esperienza nell’allevamento dei bovini da carne alla passione per il territorio, all’innovazione e al rispetto dell’ambiente. Nel rispetto delle buone pratiche dell’economia circolare, la Scaligera garantisce il ciclo completo della produzione degli animali destinati all’ingrasso. Nata a Mozzecane in provincia di Verona nel 1983, rappresenta oggi una delle più prestigiose realtà nel comparto della produzione di carne bovina italiana; lavorando con 50 soci su 3.000 ettari coltivati, arriva a 40.000 capi prodotti ogni anno. Socia di Comazoo, la Cooperativa Zootecnica Scaligera è retta e disciplinata secondo il principio della mutualità. Ha per scopo la valorizzazione delle produzioni agricole dei soci attraverso la programmazione delle produzioni e l’adeguamento qualitativo e quantitativo delle stesse alla domanda. La Cooperativa gestisce direttamente l’offerta, concentrando e commercializzando direttamente le produzioni dei soci, partecipa alla gestione delle crisi di mercato, concorrendo alla riduzione / stabilizzazione dei costi di produzione e promuove pratiche colturali, di allevamento e tecniche di produzione rispettose dell’ambiente e del benessere degli animali, migliorando la qualità.

Accanto alla qualità, la Cooperativa Scaligera, fornisce un’immagine di garanzia. Qualità, packaging e certificazioni sono gli strumenti che affiancano un prodotto di fascia elevata; una prima scelta riconoscibile anche dal logo che appone al prodotto. Attraverso 400 piani annuali di autocontrollo, certifica la fase di allevamento dell’animale, le materie prime e tutto il percorso fino alla frollatura della carne. Scaligera offre un servizio personalizzato e flessibile per essere presenti puntualmente nei canali: DO, GDO, INGROSSO e HO.RE.CA. non solo nel Nord Italia ma anche nel Centro e nel Sud, in oltre 60 macellerie.

La qualità delle carni è il risultato di una rigorosa selezione genetica e di un costante controllo di tutte le fasi produttive, garantite da esperti. Il Disciplinare di produzione di Scaligera sottopone i propri allevamenti ad un rigoroso processo di autocontrollo, certificando, inoltre, i bovini, per il Benessere Animale (Classyfarm) e sottoponendoli a verifica CSQA per il “Disciplinare del vitellone e della scottona”, e le produzioni di cereali, con marchio “QV – Qualità Verificata”. Da alcuni mesi, Scaligera ha adottato alcune soluzioni tecnologiche in materia di gestione alimentare in stalla. In un’ottica di Precision Feeding è stato acquistato un software di gestione e programmazione delle razioni per l’alimentazione zootecnica. Una razione personalizzata e controllata per i bovini, che permette al nutrizionista e agli allevatori di fare scelte alimentari razionali ed efficaci a seconda delle specifiche esigenze. Il Precision Feeding consiste nel somministrare ai singoli gruppi di bovini una razione esatta, personalizzata e controllata, pesando e registrando carichi e scarichi dell’unifeed. Tra le possibilità che il precision feeding apre all’allevatore, infatti, c’è quella, appunto, di pesare con precisione i prelievi di insilato, fieno e altri alimenti che vengono immessi nel carro unifeed. Pesandoli anche in modo automatizzato e controllato dal computer, è possibile registrare e confrontare le quantità utilizzate ogni giorno e nei vari periodi dell’anno e reimpostare in modo consapevole e controllato questi impieghi. Ovviamente tutto questo si traduce anche in un risparmio di foraggio, o almeno in un controllo degli sprechi e in una migliore verifica delle scorte di magazzino. Ma la principale finalità dell’alimentazione di precisione non è tanto il risparmio di alimento, quanto quella di far sì che la quantità di alimento effettivamente somministrata ai bovini si avvicini il più possibile con quella teoricamente prevista quando sono state progettate le razioni. L’alimentazione di precisione si occupa anche del fattore qualità; per esempio, applicando rilevatori Nirs al carro miscelatore, si possono controllare e registrare i valori nutrizionali degli alimenti che compongono l’unifeed. Questo elemento è importante soprattutto per i foraggi che possono essere portatori di una enorme variabilità nella razione somministrata.

A breve, sarà presentato dalla Cooperativa un innovativo progetto volto alla riduzione dell’utilizzo di antibiotici per gli animali bovini che prenderà il via in tutti gli allevamenti di Scaligera. Un’azione importante volta a migliorare il benessere animale con un approccio nuovo e integrato capace di tutelare maggiormente l’animale e proporre al mercato prodotti sempre più in linea con la domanda del consumatore finale.

PPSD nelle scrofe: management alimentare

PPSD nelle scrofe: management alimentare

di Stefano Montanari

L’insufficiente e inadeguata produzione di colostro e latte da parte della scrofa viene definita Sindrome Disgalattica Post Parto (PPDS); diffusa in tutto il mondo è responsabile di gravi perdite economiche dovute all’aumentata mortalità pre-svezzamento dei suinetti e ad un loro ridotto accrescimento. A causa della sua natura multifattoriale l’identificazione dei differenti fattori di rischio e del relativo impatto non è sempre ben definita, ma viene comunque riconosciuto un ruolo centrale alle endotossine prodotte dai batteri Gram negativi a livello di intestino, utero e vescica. Queste tossine inducono un’inibizione della funzionalità secretoria mammaria di colostro e di latte.

L’intestino è uno dei sistemi più sensibili del suino: è in continuo contatto con l’ambiente esterno ed è facile che possa essere usato come via di ingresso per batteri potenzialmente patogeni. Questi batteri generalmente sono presenti nell’intestino dell’animale a concentrazioni non patogene: finché tra la flora intestinale vi è un giusto equilibrio e il sistema immunitario funziona in modo corretto, non si svilupperanno segni clinici. Sono comunque molti i fattori che influiscono sulla funzionalità della barriera intestinale ed anche piccole variazioni dello stato di eubiosi (equilibrio della flora intestinale) possono rappresentare un problema per l’organismo.

Nei giorni precedenti il parto, generalmente alla scrofa viene somministrata una ridotta quantità di cibo, con conseguente calo nell’ingestione di fibra; questo può indurre un rallentamento dello svuotamento intestinale a causa dell’aumento della consistenza delle feci, con relativa costipazione peraltro aggravata dallo stato di gravidanza dell’animale. Questo comporterà una massiccia moltiplicazione di batteri gram negativi a livello intestinale come E. Coli, predisponendo quindi ad un dismicrobismo con conseguente aumento di endotossine batteriche e relativo assorbimento. Inoltre le endotossine aumentano la permeabilità intestinale, permettendo ai batteri di raggiungere il circolo ematico ed andando a colonizzare altri distretti quali utero, vescica e soprattutto mammella.

Lavorando sull’alimentazione siamo in grado di modulare la peristalsi. La fibra è un elemento essenziale che influenza la composizione delle feci. Esistono due tipologie di fibra: solubile e insolubile. La fibra solubile, in genere apportata dalle polpe di barbabietola, a contatto con l’acqua presente nel lume intestinale tende a formare un composto gelatinoso che facilita l’assimilazione delle sostanze nutritive, mentre la fibra insolubile, apportata dalla crusca, assorbe grandi quantitativi di acqua con conseguente aumento del volume delle feci, velocizzando lo svuotamento intestinale; inoltre questo tipo di fibra esercita anche un’azione meccanica sulle pareti dell’intestino. Il giusto equilibrio fra queste due tipologie di fibra aiuta a mantenere una corretta peristalsi, evitando quindi costipazione e stitichezza.

Un’altra materia prima interessante per migliorare il transito intestinale nelle scrofe e ridurre i danni causati da endotossine è il lino; i semi di lino contengono particolari polisaccaridi idrosolubili, definiti mucillagini, che a contatto con l’acqua si comportano come delle spugne, assorbendola e facilitando così il transito intestinale. Questi polisaccaridi inoltre, stimolano selettivamente processi fermentativi positivi. L’introduzione nella dieta di acidificanti, prebiotici e/o probiotici può stabilizzare la flora intestinale e inibire la proliferazione di batteri patogeni e la liberazione dei loro metaboliti più dannosi, come appunto le endotossine. Anche la somministrazione di componenti vegetali, oli di piante o fitocomplessi con attività antibatterica si rivela una buona strategia.

L’aggiunta di acidi alla razione permette di mantenere basso il ph gastrico: questo ci consente di ridurre e controllare il ph durante tutto il processo digestivo, stabilizzando l’equilibrio tra ambiente gastrico acido e ambiente basico intestinale, limitando così la massiccia colonizzazione batterica intestinale.

I prebiotici sono sostanze organiche non digeribili, capaci di stimolare in modo selettivo il metabolismo e la crescita di una o alcune specie di microrganismi intestinali; hanno effetto soprattutto a livello intestinale poiché sono utilizzati dai batteri, aumentando così la produzione di acidi grassi a corta catena e risultando una fonte energetica per gli enterociti. Hanno inoltre effetti positivi anche sul ph. I probiotici sono supplemento a base di microrganismi vivi quali lieviti o lattobacilli, in grado di migliorare l’equilibrio intestinale inibendo la crescita dei batteri patogeni a livello dell’intestino tenue (come ad esempio E.Coli) e allo stesso tempo producono attivamente di acidi grassi a corta catena e stimolano la secrezione di enzimi da parte dell’organismo. Inoltre riducono nell’ultima parte dell’intestino tenue e nell’intestino crasso la concentrazione di substrati necessari per la moltiplicazione dei batteri patogeni. I probiotici, assieme ai batteri produttori di acido lattico normalmente presenti nell’organismo, stimolano la mucosa e le cellule immunocompetenti stabilizzando così la barriera difensiva intestinale. Sostanze di origine vegetale come oli, estratti di piante e fitocomplessi hanno, grazie alle loro naturali proprietà antibatteriche ed antiossidanti, un effetto positivo sulla flora microbica intestinale. Le vitamine svolgono un ruolo importante sull’integrità del sistema immunitario della scrofa: si osservano effetti positivi quando si aggiungono alla razione vitamina E (antiossidante), vitamina C (antiossidante e stimolatore del sistema immunitario) e vitamine del gruppo B.

Infine una componente fondamentale della dieta della scrofa spesso sottovalutata è l’acqua. L’acqua è essenziale per il corretto svolgimento dei processi digestivi gastroenterici, ed è il cardine su cui ovviamente si basa la produzione di latte. Alla luce di ciò è importante che sia pulita, priva di tossine, con basso tenore di ferro e magnesio e che sia di facile fruizione per l’animale con abbeveratoi sempre funzionanti ed in grado di fornire il giusto flusso di acqua (l’ideale sarebbe 4 litri al minuto).