Criptosporidiosi dei vitelli

Criptosporidiosi dei vitelli

Josephine Verhaeghe – Resp. tecnico CID LINES N.V, traduzione di Stefano Andreatta

La Criptosporidiosi è una malattia parassitaria che colpisce i vitelli dai 5 ai 35 giorni di vita e, più frequentemente, durante la seconda settimana di vita. La sua gravità dipende dalla resistenza generale del vitello e dall’intensità dell’infezione1. Lo scopo di questo articolo è quello di evidenziare l’importanza dell’ambiente e delle condizioni di igiene nella genesi e nello sviluppo di questa patologia.
L’ambiente in cui nasce e cresce il vitello è fondamentale, in particolare quando si tratta di Criptosporidiosi.
Le prime sostanze ingerite portano milioni di microrganismi in un tratto digerente sterile. Da qui l’importanza di controllare il moltiplicarsi dei patogeni attraverso l’igiene.

Di seguito alcune raccomandazioni pratiche.

1. Gestione dell’ambiente per prevenire la Criptosporidiosi
La gestione ambientale mira a ridurre il grado dell’infezione a un livello sufficientemente basso da non causare segni clinici negli animali. Le oocisti di Cryptosporidium parvum sono particolarmente resistenti e in grado di sopravvivere a temperature comprese tra -20 e +60 gradi centigradi.
La presenza di feci e altra materia organica li aiuta a sopravvivere all’essiccamento.
Il primo punto critico della gestione ambientale è quindi eliminare il più possibile la materia organica, che aiuta il parassita a sopravvivere.
Qualsiasi area a contatto con i vitelli è un probabile vettore di contaminazione, quindi, bisogna igienizzare con un protocollo validato, (prodotto * dose * tempo di contatto adeguati).

La gestione degli animali è un puntochiave:
• In un ambiente con una comprovata presenza di Criptospiridiosi, è preferibile ospitare singolarmente vitelli di età inferiore a un mese (foto 1). Si consiglia di svuotare, pulire e disinfettare le gabbiette dei vitelli prima di introdurre un nuovo animale.
• Garantire un’organizzazione per età (e non per dimensione animale, poiché un vitello più debole è un serbatoio di parassiti e altri potenziali agenti patogeni).

Assicurarsi di ridurre al minimo il rischio di trasmissione attraverso le apparecchiature e il personale:
• Mantenere un ordine logico di gestione degli animali (ad esempio: alimentare prima i vitelli più giovani, passando gradualmente ai vitelli più anziani);
• Tenere pulite e disinfettate tutte le apparecchiature mobili (secchi, bottiglie per il latte) (foto 2). Uno studio condotto in Canada ha dimostrato che i fattori di igiene e di gestione influenzavano la diffusione di Cryptosporidium parvum nell’azienda agricola2. L’uso di un detergente per pulire secchi e bottiglie è un fattore che può ridurre significativamente la contaminazione. Si consiglia di sciacquare abbeveratoi, secchi e altri materiali contenenti acqua o mangime per vitelli.

2. Uso di prodotti efficaci contro la Criptosporidiosi
Un’altra peculiarità di Cryptosporidium parvum risiede nella sua resistenza. Non è sensibile ai disinfettanti convenzionali, efficaci contro batteri, virus e funghi. Il cloro o la glutaraldeide, ad esempio, non hanno efficacia contro il Cryptosporidium parvum. Prodotti a base di ammine hanno dimostrato la loro efficacia con una diluizione del 2% e un tempo di contatto di 2 ore. Immagini al microscopio elettronico di Naciri et al.5 mostrano l’effetto delle ammine sulle oocisti: il disinfettante rompe il guscio per distruggere gli sporozoiti che si trovano all’interno (foto 3).

3. Mantenimento di un ambiente al di sotto della soglia critica
La gestione ambientale mira a ridurre il grado dell’infezione a un livello accettabile. I vitelli infestati da una quantità limitata di oocisti non mostrano sintomi, sviluppano immunità e sono progressivamente meno sensibili ai parassiti. Questo fenomeno si osserva regolarmente quando gli edifici sono puliti e vuoti all’inizio della stagione del parto. Tuttavia, dopo un certo periodo, compaiono diarrea e segni clinici. Uno studio condotto in Canada ha scoperto che i vitelli diffusori di oocisti avevano una probabilità 3 volte maggiore di mostrare segni di diarrea rispetto ai vitelli non portatori6. Infatti, oltre la soglia di 2,2 * 105 oocisti / grammo di feci, i vitelli hanno una probabilità 6 volte maggiore di avere la diarrea7.

4. Superare le prime 3 settimane
La probabilità di essere portatore di oocisti aumenta durante i giorni 5 – 23, con un picco di probabilità al giorno 147. Il contatto con la madre la quantità di colostro assunto possono essere due fattori che influenzano notevolmente l’infestazione da cripto sporidi. Uno studio scientifico ha valutato che il rischio di diarrea aumenta del 39% in caso di contatto con la madre dopo la nascita per più di un’ora7. Nello stesso studio, che considerava le aziende agricole in cui era stata convalidata la presenza di Criptosporidiosi, il mancato trasferimento dell’immunità passiva non era stato identificato come un fattore significativo associato al rischio di diarrea. L’immunità passiva influenza essenzialmente lo stato patologico e la mortalità dei vitelli. L’immunità passiva non ha dimostrato di essere importante per la resistenza ai parassiti. Naciri et al. hanno dimostrato che il titolo anticorpale non ha alcun effetto sul controllo della Criptosporidiosi9. Questi elementi confermano quindi la necessità della gestione dell’ambiente se si vuole tenere sotto controllo la quantità di oocisti che i vitelli possono assorbire nei primi giorni di vita. Allo stesso modo, è stata stabilita una correlazione negativa tra la quantità di colostro assorbita durante il primo giorno di vita e il numero di oocisti contate nelle feci dei vitelli8. In aziende agricole con un’alta prevalenza dell’agente patogeno bisogna fare attenzione all’igiene del box parto: più il vitello assumerà colostro direttamente dalla mammella della madre, più è probabile che ingerirà anche le oocisti.

Conclusione

L’ambiente e la carica microbica associata sono cruciali per i vitelli neonati. Il tratto digerente è sterile alla nascita. È colonizzato da microrganismi che vengono a contatto con il vitello nei primi giorni di vita. Il colostro svolge anche un ruolo importante nell’aiutare l’animale a difendersi prima che il suo sistema immunitario sia pienamente operativo. L’immunità passiva aiuta essenzialmente a combattere virus e batteri, ma ha scarso effetto sul Cryptosporidium parvum. È quindi ancora più importante ottimizzare le condizioni igieniche della zona del parto, delle gabbie dei vitelli e di tutti gli utensili utilizzati per nutrire gli animali. Un protocollo di pulizia regolare e rigoroso, combinato con un disinfettante con una comprovata efficacia contro il parassita, sono risorse preziose per superare il corso critico delle prime 3 settimane di vita. Per maggiori informazioni riguardanti prodotti utili per la pulizia e disinfezione di utensili e gabbie contattare il tecnico di riferimento.

Bibliografia

1. Merck veterinary manual 2. Trotz-Williams, L. A., Martin, S. W., Leslie, K. E., Duffield, T., Nydam, D. V., & Peregrine, A. S. (2008). Association between management practices and within-herd prevalence of Cryptosporidium parvum shedding on dairy farms in southern Ontario. Preventive veterinary medicine, 83(1), 11-23. 3. Quilez, J., Sanchez-Acedo, C., Avendano, C., del Cacho, E., & Lopez-Bernad, F. (2005). Efficacy of two peroxygen-based disinfectants for inactivation of Cryptosporidium parvum oocysts. Applied and environmental microbiology, 71(5), 2479-2483. 4. Shahiduzzaman, M., Dyachenko, V., Keidel, J., Schmäschke, R., & Daugschies, A. (2010). Combination of cell culture and quantitative PCR (cc-qPCR) to assess disinfectants efficacy on Cryptosporidium oocysts under standardized conditions. Veterinary parasitology, 167(1), 43-49. 5. Naciri, M., Mancassola, R., Fort, G., Danneels, B., & Verhaeghe, J. (2011). Efficacy of amine-based disinfectant KENO™ COX on the infectivity of Cryptosporidium parvum oocysts. Veterinary parasitology, 179(1-3), 43-49. 6. Trotz-Williams, L. A., Jarvie, B. D., Martin, S. W., Leslie, K. E., & Peregrine, A. S. (2005). Prevalence of Cryptosporidium parvum infection in southwestern Ontario and its association with diarrhea in neonatal dairy calves. The Canadian Veterinary Journal, 46(4), 349. 7. Trotz-Williams, L. A., Martin, S. W., Leslie, K. E., Duffield, T., Nydam, D. V., & Peregrine, A. S. (2007). Calf-level risk factors for neonatal diarrhea and shedding of Cryptosporidium parvum in Ontario dairy calves. Preventive veterinary medicine, 82(1- 2), 12-28. 8. Arsenopoulos, K., Theodoridis, A., & Papadopoulos, E. (2017). Effect of colostrum quantity and quality on neonatal calf diarrhoea due to Cryptosporidium spp. infection. Comparative immunology, microbiology and infectious diseases, 53, 50-55. 9. Naciri, M., Mancassola, R., Reperant, J. M., Canivez, O., Quinque, B., & Yvore, P. (1994). Treatment of experimental ovine cryptosporidiosis with ovine or bovine hyperimmune colostrum. Veterinary parasitology, 53(3-4), 173-190.

Suinicoltura: modello sostenibile

Suinicoltura: modello sostenibile

MODELLO SOSTENIBILE Il GOI RISparmio e COnservazione dell’azoto
nei SiStemi Agricoli suini – RISCOSSA (riscossa.crpa.it/)

di Maria Teresa Pacchioli e Sujen Santini

L’inquinamento delle risorse idriche, sotterranee o superficiali, in molti casi è dovuto ad un’eccessiva concentrazione di elementi come l’azoto e il fosforo. Utilizzati in agricoltura perché essenziali per la crescita vegetale, diventano però nocivi quando le loro concentrazioni nelle acque raggiungono livelli troppo elevati. Tipico è l’inquinamento dovuto ai nitrati, una forma minerale dell’azoto particolarmente solubile nelle acque. Anche concentrazioni di pochi milligrammi per litro di nitrati nell’acqua possono risultare tossiche per l’uomo e gli animali. Il limite di potabilità è posto a 50 milligrammi per litro. Per questi motivi, con l’uscita della Direttiva Nitrati (Dir. 91/676/CEE), l’Unione Europea ha avviato il percorso di regolamentazione dell’uso dell’azoto in agricoltura.

La protezione delle acque dall’inquinamento da azoto nelle aree con elevata concentrazione di allevamenti intensivi è una delle problematiche con cui deve confrontarsi la zootecnia italiana, localizzata soprattutto nelle regioni del Nord del Paese. L’agricoltura contribuisce in modo significativo ad aumentare il carico di nutrienti nei corpi idrici: anche se oggi si può ritenere il contenuto di nitrati nelle acque nelle regioni del nord d’Italia in genere stabile, le regioni hanno definito delle aree a rischio, indicate nel Piano tutela delle acque, e tra queste aree spiccano le zone di montagna e collina, in buona misura caratterizzate da corpi idrici in stato non buono.

Il primo fattore che regola l’escrezione di azoto da parte dei suini è evidentemente l’alimentazione proteica, cioè la quantità ed il valore biologico delle proteine che vengono somministrate all’animale. Migliore è il valore biologico delle proteine (cioè la loro fruibilità da parte dell’animale) e migliore la congruità con i fabbisogni quantitativi e qualitativi in termini di amminoacidi, migliore sarà la trasformazione delle proteine alimentari in accrescimento corporeo e quindi minore l’escrezione azotata.

Per questo motivo sia le norme che regolano la salvaguardia delle acque superficiali (D.M. 25 febbraio 2016) sia quelle che regolano le emissioni in atmosfera (Industrial Emissions Directive 2010/75/EU – Integrated Pollution Prevention and Control – Best Available Techniques (BAT) Reference Document for the Intensive Rearing of Poultry or Pigs 2017) e non ultimo le linee guida per la riduzione delle emissioni in atmosfera provenienti dalle attività agricole e zootecniche (Accordo di Bacino Padano del dicembre 2013), mettono in risalto l’efficacia di interventi sull’alimentazione tesi a: 1. adattare il tenore proteico delle diete ai reali fabbisogni dei suini migliorando il valore biologico delle proteine e ottimizzando il rapporto fra energia e proteine; 2. utilizzare diete diverse a seconda della fase di accrescimento degli animali; 3. utilizzare diete a basso tenore proteico integrate con amminoacidi di sintesi.

Questi tre interventi consentono, in ordine di efficacia crescente, di migliorare l’utilizzazione dell’azoto per l’animale, miglioramento che deve essere stimato attraverso un sistema di bilancio che tenga conto degli input (animali e alimenti in entrata nell’allevamento), degli output (animali in uscita) e delle variazioni della consistenza delle scorte vive e morte (per approfondimenti metodologici sul bilancio dell’azoto aqua.crpa.it). Il bilancio dell’azoto dell’allevamento, che rientra nel più complesso bilancio dell’azoto dell’intera azienda, è lo strumento più idoneo per stimare l’effettivo impatto ambientale di un’attività agricola e, dal punto di vista dell’allevatore può essere utilizzato non solo per dimostrare la rispondenza ai requisiti minimi previsti dalla normativa in materia ambientale, ma anche per evidenziare un impatto ambientale minore di quello standard individuato ad esempio dalla D.M. 7 aprile 2006 di recepimento della Direttiva Nitrati, e quindi la possibilità di ridurre le superfici di utilizzazione agronomica previste dal Piano di Utilizzazione Agronomica o di ridurre i quantitativi di azoto per ettaro. Questo aspetto è particolarmente importante nelle zone con acquiferi in non buono stato ed in zone vulnerabili ai nitrati.

Se da un lato si può considerare consolidato dai risultati della ricerca internazionale l’effetto positivo sull’ambiente di una riduzione del tenore proteico delle diete, gli elementi da valutare a livello di applicazione pratica sono soprattutto la costanza dei risultati nel tempo e il grado di riduzione del contenuto di proteina grezza della dieta attuabile senza che vi siano peggioramenti produttivi. Trattando la suinicoltura nazionale c’è la necessità che qualsiasi intervento sulla dieta non vada a scapito non solo della produttività in vivo ed alla macellazione, ma anche della idoneità delle carni alla produzione di stagionati di alta qualità. A questi temi è dedicata una parte delle attività del Piano per l’Innovazione RISparmio e COnservazione dell’azoto nei SiStemi Agricoli suini – RISCOSSA, realizzato nell’abito del PSR 2014-2020 REGIONE EMILIA- ROMAGNA Misura 16.1.01 – Gruppi operativi del partenariato europeo per la produttività e la sostenibilità dell’agricoltura. Il Piano è condotto dalla Fondazione CRPA Studi Ricerche (FCSR) insieme all’azienda Azienda Agricola Spaggiari Daniela, al Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (C.R.E.A.) e a Centro Ricerche Produzioni Animali (CRPA), e la collaborazione tecnica di COMAZOO che ha fornito supporto nella formulazione ed uso delle diete sperimentali. Il Piano vuole contribuire a diffondere un modello di allevamento suinicolo sostenibile, in senso ambientale ed economico, in zone della provincia di Modena dove il modello standard di suinicoltura intensiva ha fallito.

Alimentazione dei suini ed escrezione di azoto.

In sperimentazioni precedenti si è verificata la possibilità di ridurre tra il 10 e il 30% la proteina grezza dietetica dei suini attraverso un bilanciamento del suo valore biologico con l’uso crescente di amminoacidi di sintesi partendo dal primo amminoacido essenziale e limitante (lisina) fino ad arrivare all’uso di 6 amminoacidi di sintesi (lisina, metionina, triptofano, treonina, isoleucina, valina). In questo progetto si è lavorato su 3 cicli di allevamento consecutivi condotti dall’azienda Spaggiari utilizzando diete multifase per adeguare gli apporti nutritivi ai fabbisogni dei suini e, prudenzialmente, senza arrivare alla riduzione massima del tenore proteico che era stata utilizzata in prove sperimentali; Nello specifico si è posizionato il livello proteico delle diete in tutte le fasi al di sopra del valore di proteina minima equilibrata, cioè quella quantità di azoto indifferenziato necessaria agli animali per sintetizzare gli amminoacidi non essenziali. In questo caso la quantità massima di lisina presa a riferimento è stata 6,5 grammi per ogni 100 grammi di proteina grezza. Per ogni ciclo di allevamento condotto presso l’azienda Spaggiari sono stati rilevati la data di introduzione degli animali, il peso di partita, la data ed il peso degli animali eliminati o deceduti, il peso finale di tutti gli animali inviati al macello. I suini sono stati alimentati con materie prime (mais) e nuclei appositamente formulati. Di tutte le partite di mais e nucleo consegnate è stato registrato il peso e prelevato un campione per la determinazione del contenuto in azoto. Per il siero, reperito in loco autonomamente dall’Azienda agricola Spaggiari, è stato prelevato un campione a cadenza almeno bisettimanale.

Sono stati condotti tre cicli di allevamento utilizzando suini da ristallo che nei tre casi provenivano da diversi verro terminale differente per genetica: Duroc Italiano primo ciclo, Duroc Danese secondo ciclo e Larghe Withe terzo ciclo. La resa dell’azoto ottenuta nei 3 cicli è stata, rispettivamente, del 30,44%, del 38,39 e del 31, 91. L’azoto escreto negli effluenti calcolato con il metodo del bilancio è stato complessivamente di 3.480,19 chilogrammi nel primo ciclo, 3.044,51 nel secondo e 2.988,04 nel terzo ciclo. Applicando all’escreto la riduzione del 28% per volatilizzazione dell’azoto presente durante la fase di stoccaggio e distribuzione dei reflui, e il numero di cicli di allevamento attuabili nell’anno solare, si ottengono i valori di azoto al campo presentati in tabella 2. Considerando, in base all’accrescimento medio giornaliero, un numero di 1,65 cicli/anno, l’azoto annuo risulterebbe di 4138,4 kg

Come si può vedere in tabella 2, adottando un bilancio analitico dell’azoto consumato rispetto ad usare il dato tabellare in base al peso vivo medio presente fornito dall’allegato del DM 7 aprile 2006 per la redazione del Piano di Utilizzazione Agronomica dei reflui, si avrebbero notevoli risparmi di superficie per lo spandimento. Questo significa che l’adozione della dieta a ridotto tenore proteico e del calcolo di bilancio dell’azoto possono rappresentare una opportunità per risparmiare terreno impiegato per il PUA, così come permettere l’allevamento di più animali a parità di ettari disponibili.

Conclusioni

Questi primi risultati mostrano come sia possibile reintrodurre l’allevamento dei suini anche in zone collinare e montane della regione Emilia-Romagna, dove la disponibilità di terreni idonei allo spandimento dei reflui è limitata per condizioni di accessibilità e pendenza, oltre che per la fragilità dei corpi idrici. Qui la realizzazione di allevamenti di grandi dimensioni è impraticabile, ma in piccole realtà gestite con managerialità e competenza è possibile ottenere produzioni soddisfacenti e di qualità, con riduzioni importanti del tenore proteico della dieta.

Qualità della carne bovina

Qualità della carne bovina

di Davide Pozzi

La qualità della carne si costruisce in tutte le fasi che costituiscono il processo produttivo, dall’allevamento fino alla distribuzione del prodotto per il consumo. Certamente l’allevamento rappresenta un momento particolarmente importante durante il quale ogni evento, a partire dalla gestione alimentare fino alla pre-macellazione, contribuisce nella definizione delle peculiarità del prodotto finale. Ai fini dell’ottenimento di una carne che soddisfi le aspettative del consumatore, anche le fasi successive all’allevamento risultano basilari. Esse permettono di mantenere, ma anche di compromettere o esaltare, quelle caratteristiche qualitative ottenute attraverso un’opportuna gestione degli animali. La qualità può essere apprezzata sotto diversi aspetti: nutrizionali, igienico sanitari, fisici, chimici e sensoriali. A quest’ultimi spetta una maggiore attenzione; infatti, se negli anni passati non sono mai stati grandemente presi in considerazione, oggi il consumatore desidera che la carne abbia determinate caratteristiche di tenerezza, colore, capacità di ritenzione idrica e la shelf-life (conservazione della qualità totale della carne dalla macellazione alla vendita).
Questo passaggio è stato influenzato dal fatto che alla struttura di macellazione, demandata dalla GDO (Grande Distribuzione Organizzata), interessavano animali con una maggiore resa alla macellazione, una maggiore resa allo spolpo e con una carne più magra possibile. Questi aspetti hanno portato a delle influenze estremamente negative sulla qualità della carne. Negli ultimi anni la GDO ha dovuto invertire la “rotta”, lo stato di ingrassamento 1 (molto scarso) non è più ricercato, mentre si predilige uno stato di ingrassamento 2 (scarso) o 3 (mediamente importante). Questo passaggio ha determinato una grande svolta dal punto di vista della qualità sensoriale. La prima variabile che influenza questi aspetti è il Ph. Valori ideali di Ph della carne, parlando di Ph finale che si è ben stabilizzato con l’esaurimento di tutti gli zuccheri e con la massima produzione di acido lattico, è di 5,5-5,8 a 24 ore post-mortem. I complessi proteolitici che trasformano il muscolo in carne sono Ph dipendenti quindi se non ho un adeguato abbassamento del Ph le catepsine e le calpaine non lavorano. Ridotte riserve di glicogeno (lo zucchero della massa muscolare) alla macellazione si traducono in un Ph alto e carne scura. A livelli elevati di Ph non avviene un’adeguata proteolisi; la struttura muscolare rimane compatta, la carne si ossigena meno e a sua volta la deossimioglobina non si trasforma in ossimioglobina, responsabile del colore rosso ciliegia tanto apprezzata dal consumatore. Inoltre, l’acqua rimane intrappolata a causa della forza attrattiva delle proteine non denaturate e solo dopo la cottura, quando le proteine vengono degradate per effetto del calore, l’acqua viene persa, dando origine ad una carne asciutta a insapore. Diversamente, temperature post-macellazione elevate si traducono in un rapido ed eccessivo declino del Ph con denaturazione della mioglobina e carni di colore pallido. Livelli di Ph inferiori a 6 riducono la capacità di ritenzione idrica.

Anche l’età alla macellazione gioca un ruolo determinante per quanto riguarda colore, tenerezza e gradimento del consumatore. Più è giovane l’animale più la fibra muscolare è sottile e la quantità di collagene è minore. Il collagene che si forma tra i 9 e i 12 mesi è caratterizzato da elevata solubilità. Dopo i 16 mesi, invece, il contenuto di collagene tende a valori pressoché costanti ma perde progressivamente di solubilità rendendo la carne meno tenera. Inoltre, più il soggetto è giovane, minore è il contenuto di mioglobina nel muscolo con una colorazione più chiara della carne. Ulteriore fattore è lo stato di ingrassamento. Esso da una succosità ottimale, un aroma ricco, un’elevata tenerezza e una maggiore tenuta al banco. Il grasso rallenta il raffreddamento post-macellazione in questo modo i fenomeni enzimatici lavorano nelle condizioni ottimali. I principali fattori che influenzano l’ingrassamento sono: il sesso, la genetica e il valore energetico della razione. Un aspetto di non minore importanza è il benessere animale. È ormai da tutti riconosciuto che un animale che riceve le cure adeguate ha una carne con caratteristiche migliori per la tenerezza, il sapore, il colore e la conservabilità rispetto ad animali che non vivono in condizioni di benessere. Infine il sistema di allevamento; produrre carne di eccellente qualità in allevamenti estensivi risulta difficile. L’animale muovendosi di più ha un maggior accumulo di mioglobina comportando un colore più scuro della carne. Inoltre un minor incremento ponderale giornaliero comporta un invecchiamento dell’animale. Per ultimo il colore del grasso è più giallo dovuto all’invecchiamento dell’animale e ai betacaroteni del pascolo. Da quanto esposto emerge chiaramente come il raggiungimento di un elevato standard qualitativo della carne bovina rappresenti un processo articolato, complesso e delicato dove, se non si considerano con attenzione le numerosissime variabili in grado di interferire sulle adeguate modalità produttive e di trasformazione del muscolo in carne, si determina un peggioramento della qualità del prodotto finale, che può perfino arrivare non solo a deludere ma anche ad “infastidire” il consumatore. Garantire “il top” delle condizioni di gestione e alimentazione degli animali in allevamento non è quindi l’unico aspetto indispensabile per creare le basi necessarie per la produzione di una carne con caratteristiche in grado di fronteggiare i numerosi e sempre più pressanti competitors. A tale proposito, specifica attenzione deve essere riposta alle fasi successive la macellazione al fine di garantire un ottimale declino della temperatura post mortem, una progressiva e corretta acidificazione delle carni e conseguentemente le condizioni ottimali per l’attività delle proteasi deputate alla trasformazione del muscolo in carne sia in termini di attività che di persistenza nel tempo. Quest’ultima considerazione “scopre” chiaramente l’importanza del periodo di frollatura. Se è, infatti, fondamentale garantire condizioni adeguate per l’attività delle proteasi muscolari, è ancor più basilare garantire alle stesse il tempo necessario per svolgere la propria azione.

L’alba di una nuova realtà biologica

L’alba di una nuova realtà biologica

di Stefano Giovenzana

L’azienda agricola “L’Alba” di Francesca Borrini è un’azienda che nasce come allevamento di bovini da latte del mantovano. Infatti, nel 2003 la famiglia Borrini decide di affrontare una sfida impegnativa: passare dall’allevamento bovino, realtà consolidata in terra mantovana, a quello caprino, fino ad allora diffuso quasi esclusivamente nelle aree montane e collinari della provincia. Nello stesso anno avviene l’acquisto del primo gruppo di caprette di razza Saanen che entrano poi in produzione l’anno successivo nella stalla di nuova costruzione situata a San Michele in Bosco frazione di Marcaria. La superficie disponibile è di 13 ettari destinati in parte a colture foraggere, prevalentemente erba medica, con impianti che durano in genere 4 anni intervallati da erbai di graminacee (loietto, frumento) e in parte occupati dai prati stabili, tipici delle aree che circondano il fiume Mincio. Oggi, arrivati a pieno regime, l’azienda conta circa 230 capi in lattazione e una sessantina di caprette da rimonta; un centinaio di capre vengono fatte partorire in stagione a primavera mentre il resto del gregge è destagionalizzato con parti tra settembre e ottobre per poter garantire continuità delle produzioni di latte in tutto l’arco dell’anno. La produzione media si attesta sui 900 litri di latte/capo/anno con buoni valori sia per il titolo di grasso sia delle proteine; aspetti che nel giro di pochi anni affermano l’allevamento tra le migliori realtà presenti in Italia. La gestione aziendale ha posto sempre la massima attenzione su 3 aspetti chiave: • L’alimentazione, impostando razioni sulla base della disponibilità foraggera aziendale e quindi in regime di autosufficienza; • La sanità, mantenendo l’indennità CAEV ed attuando scrupolosi piani vaccinali; • Il miglioramento genetico, attraverso il ricorso alla fecondazione artificiale e a piani di accoppiamento mirati, aderendo da subito al “contratto genetico caprino”- nell’ambito del piano SATA offerto dall’ARAL. La grande attenzione rivolta all’allevamento della rimonta consente all’azienda, non solo di soddisfare la rimonta interna, ma anche di commercializzare annualmente a livello nazionale un buon numero di giovani caprette e di riproduttori. Altro passo, importante e non semplice, che fin da subito la famiglia Borrini decide di intraprendere è la trasformazione del latte prodotto e la stagionatura e commercializzazione dei prodotti ottenuti. A questo scopo, adiacente alla stalla, viene allestito il caseificio aziendale con annesso il punto vendita (successivamente verrà anche acquistato un automarket per la vendita diretta in mercati e fiere). Nel corso degli anni anche in questo ramo dell’azienda vengono introdotte novità diversificando le produzioni che spaziano dai formaggi freschi a quelli stagionati (a coagulazione lattica e presamica), fino alle paste filate, al gelato e ai dessert. La vendita dei prodotti trasformati assorbe poco più della metà della produzione; il resto del latte viene venduto ad altri trasformatori. Una volta giunti a gestire una realtà consolidata ed affermata, nel corso del 2018, la famiglia Borrini decide di porsi un altro ambizioso obiettivo: convertire la produzione al metodo biologico. La scelta è dettata dalla forte espansione che sta facendo riscontrare il mercato dei prodotti biologici, sia per quanto riguarda la commercializzazione dei prodotti trasformati, sia per la vendita del latte, e dalla valutazione per cui la gestione convenzionale, già in atto, aveva per diversi aspetti affinità con il metodo biologico. Se fino a questo punto Comazoo aveva sempre fornito il mangime all’azienda, non avendo ancora una produzione propria certificata di mangimi biologici deve interrompere le forniture. Il passaggio al metodo biologico ed il cambio di razione non sono del tutto indolori: più che la lieve flessione della quantità di latte prodotto, a mettere in allerta sono i parametri di qualità delle produzioni, titoli di grasso e proteine e tenore di urea. Nel frattempo Comazoo avvia il proprio polo produttivo di mangime biologico certificato nell’impianto sito in provincia di Pavia, e i Borrini non esitano a contattare il servizio di consulenza tecnica della cooperativa per valutare le possibili proposte per risolvere questi problemi. Partendo da una valutazione delle disponibilità di foraggi aziendali viene abbinato un mangime della linea GREEN, adeguato a bilanciare gli apporti nutritivi per soddisfare i fabbisogni delle capre. Nel giro di poche settimane i parametri qualitativi del latte si assestano su valori ottimali garantendo anche nel medio lungo periodo buoni risultati a livello di fertilità, mantenimento dello stato corporeo e persistenza delle produzioni durante tutta la lattazione. La storia di questa azienda è caratterizzata da molti momenti in cui la famiglia Borrini si è posta davanti a delle scelte più o meno importanti. Solo concentrandosi su te stessi e, ovviamente, sui propri bisogni, lasciandosi guidare anche dall’intuito, con una buona dose di coraggio, forza e determinazione, hanno raggiunto risultati invidiabili nel loro settore.

Alimentazione di precisione nel bovino da carne

Alimentazione di precisione nel bovino da carne

di Sonia Rumi e Paolo Malizia

L’Azienda Agricola Pieve di Nodari, localizzata nel bacino storico di Comazoo, fa parte della compagine sociale della cooperativa ormai da molti anni. Tra le varie attività svolte, sicuramente quella dell’allevamento del bovino da carne è la più importante. I bovini sono distribuiti in diversi siti produttivi, ognuno dei quali con caratteristiche specifiche che riguardano sia le strutture che la tipologia di animali allevati.

La struttura di più recente acquisizione presenta particolari innovazioni tecnologiche di sicuro interesse per tutti i nostri soci. Si tratta di una struttura originariamente destinata all’allevamento del bovino da latte, radicalmente modificata tenendo ben presenti le esigenze del bovino da carne e il benessere in allevamento dello stesso.

Gli animali all’arrivo vengono sottoposti ad un protocollo sanitario concordato con il veterinario aziendale e a una gestione dell’alimentazione specificatamente studiata con razioni dedicate e differenziate in funzione del sesso, della razza e del peso. La realizzazione di ampi spazi destinati all’infermeria, su lettiera permanente, consente il recupero di una percentuale molto elevata dei bovini che eventualmente manifestano patologie in questa fase. L’allevamento di circa 600 capi avviene totalmente su lettiera permanente. La stalla è stata convertita al meglio facilitando l’accesso alla mangiatoia attraverso la rimozione delle catture originariamente presenti e sostituendo gli abbeveratoi originali con vasche in acciaio inox che forniscono una quantità d’acqua in misura superiore al minimo richiesto. La stalla, totalmente aperta, ha avuto un notevole beneficio dall’installazione di un sistema di ventilazione a pale orizzontali automatizzato gestito da una centralina che considera temperatura, umidità e velocità del vento. L’innovazione tecnologica più evidente di questa azienda è l’adozione di un sistema di miscelazione e distribuzione dell’alimento unifeed totalmente automatizzato (Lely Vector). Tale sistema si struttura fondamentalmente in due robot di miscelazione e foraggiamento e in un sistema di carico degli stessi (cucina), che si approvvigionano da siti di stoccaggio dedicati.

Questa tipologia di gestione dell’alimentazione presenta innumerevoli vantaggi nell’allevamento del bovino da carne; il più nte e immediato è la possibilità di gestire razioni alimentari dedicate alle varie tipologie di animali presenti in allevamento (razza, sesso e peso). Ciò ha consentito, in questa azienda, di allevare Limousine, Charolaise e incroci, maschie e femmine, nelle varie fasi produttive, soddisfacendo i fabbisogni di ogni categoria. Un aspetto vantaggioso che si è subito nziato è il continuo avvicinamento dell’unifeed presente in mangiatoia o eventualmente scaricato agli animali; ciò associato al fatto che i bovini non possono restare senza alimento a disposizione, ha notevolmente migliorato l’ingestione di sostanza secca degli stessi. Le razioni somministrate sono assolutamente precise e corrispondenti alle formule inserite; dato che è stato più volte verificato attraverso delle analisi presso il nostro laboratorio. L’omogeneità delle razioni è molto buona a patto di collocare foraggi pre – trinciati nei siti di carico della cucina. La corretta gestione della quantità minima di unifeed presente in mangiatoia, associata a una corsia di alimentazione rivestita in resina, ha eliminato qualunque problema di fermentazione dell’alimento in mangiatoia. Il sistema consente, inoltre, di gestire alimenti che vanno introdotti in piccolissime quantità, come minerali, tamponi e lieviti, indirizzandone l’uso solo nella categoria di animali dove è richiesto. L’impianto è gestito da un software che è in grado di fornire all’allevatore e al nutrizionista dati fondamentali per migliorare le performance: reale consumo di alimento per ogni singolo box; variazioni legate ad eventuali patologie, anche di un singolo animale presente all’interno del box; calcolare l’indice di conversione reale per ogni singola partita ed eventualmente per ogni fase produttiva; gestire al meglio, dal punto di vista alimentare, una fase critica come il ristallo conoscendo con precisione la quantità di sostanza secca ingerita; valutare in tempo reale e con dati certi la variazione di sostanza secca assunta dagli animali nel momento in cui si inserisce una nuova materia prima.

Le razioni alimentari utilizzano in larga misura foraggi e materie prime aziendali. Ai foraggi, sia insilati che affienati, sono affiancati concentrati aziendali (quali mais e orzo farina) e un nucleo proteico formulato dal Servizio Tecnico di Comazoo in funzione delle esigenze specifiche dell’azienda, come ad esempio l’assenza di materie prime geneticamente modificate.

L’avere un allevamento in cui gli aspetti legati al benessere animale sono considerati una priorità, associato a un sistema di alimentazione fortemente innovativo, si è tradotto nell’azienda Nodari in un notevole miglioramento degli incrementi ponderali medi giornalieri, anche in rapporto alla stessa tipologia di animali allevati in altre stalle della stessa azienda, in un miglioramento della qualità delle carcasse al macello e in una migliore e più economica gestione degli alimenti, soprattutto concentrati, azzerando gli scarti.

L’azienda Nodari è l’esempio più nte che la realizzazione, o l’adattamento di strutture preesistenti, con parametri migliorativi del benessere animale in allevamento, associati a sistemi di ventilazione e alimentazione tecnologicamente innovativi, da cui trarre dati la cui analisi migliori il management aziendale è la strada da percorrere per restare all’interno di un mercato sempre più competitivo ed esigente.

Stress da caldo e bilancio aminoacidico nella vacca da latte

Stress da caldo e bilancio aminoacidico nella vacca da latte

di Sonia Rumi e Stefano Mattuzzi

Durante l’estate, la combinazione di calore e umidità crea un ambiente molto fastidioso per le vacche da latte. Durante il caldo estivo l’ingestione di sostanza secca può diminuire determinando una riduzione della produzione di latte accompagnata da una riduzione dei parametri di qualità, grasso e proteina, fondamentali per un ideale riconoscimento economico, in riferimento agli standard di qualità richiesti dai caseifici. Quindi si tratta di una questione che riguarda in particolare gli allevatori, ma che coinvolge anche l’intera filiera produttiva. Condizioni estive estreme hanno, inoltre, ripercussioni negative sulla sfera riproduttiva, sottoforma di ritardata ripresa dell’attività ovarica, scarse manifestazioni estrali e aumento dei riassorbimenti, e sul sistema immunitario in termini di ridotta risposta da parte delle cellule immunitarie. Fermo restando che il punto cruciale sul quale lavorare è il sostegno dell’ingestione di sostanza secca giornaliera, in ogni azienda resta fondamentale individuare e correggere tutti i fattori che possono influenzare negativamente questo aspetto. Volendo approfondire il fattore alimentazione, si rende, innanzitutto, necessario formulare razioni contenenti foraggi di qualità, in grado di apportare fibra strutturata, e concentrati energetici molto fermentescibili, per massimizzare l’ingestione, la produzione lattea e la sintesi di proteina microbica. La proteina alimentare è il secondo macronutriente fondamentale per la sintesi di proteina batterica da parte della microflora. È bene ricordare che la proteina microbica è caratterizzata da un elevato profilo aminoacidico, con concentrazioni di Lisina e Metionina superiori a tutte le fonti proteiche disponibili per l’alimentazione dei ruminanti.

Dal momento che nutrizione glucidica e azotata sono strettamente legate fra loro, la quantità di proteina alimentare necessaria è in funzione della quota di carboidrati fermentescibili della razione. Una più moderna concezione di razionamento proteico è il bilanciamento degli aminoacidi. Le proteine sono aminoacidi, uniti tra loro da legami peptidici. Sono nutrienti essenziali, con due azioni principali nella nutrizione dei ruminanti: fornire aminoacidi per le grandi funzioni organiche dell’animale e fornire azoto per i microrganismi del rumine.

Due sono gli aminoacidi limitanti per la produzione di latte e la sintesi proteica: Lisina e Metionina. Questi due aminoacidi agiscono insieme come nutrienti essenziali al corretto bilanciamento della razione della lattifera, assicurando un maggior rapporto di efficienza e di benessere nelle varie fasi dell’allevamento e nei diversi periodi dell’anno.

Oggi è noto che il soddisfacimento di questi fabbisogni è possibile solo mediante l’impiego di fonti di aminoacidi metabolici, ad alta efficienza in termini di biodisponibilità, in grado di garantire una quantità sufficiente di aminoacidi metabolizzabili nel sangue dell’animale. Infatti, la maggior parte delle proteine introdotte con la dieta è degradata dai microrganismi ruminali in modo tale che il profilo amminoacidico delle proteine assunte sia sostanzialmente differente da quello riscontrabile a livello intestinale.

Diventa opportuno somministrare alimenti proteici ricchi in Lisina (farina di estrazione di soia e di colza) e prodotti a base di Lisina metabolica, così da raggiungere livelli quanto più vicini possibile al fabbisogno reale Oltre a ciò, bisogna impiegare fonti di Metionina metabolica nella quantità necessaria a raggiungere il rapporto ottimale con l’analogo valore di Lisina metabolica (1:2,7 – 1:3,1 a seconda che si consideri rispettivamente il metodo americano o quello francese). In relazione a questi parametri è chiaro che, oggi e sempre più, si fa riferimento ad un rapporto dove gli amminoacidi, assorbiti a livello intestinale, tengano conto dell’energia ingerita (ECM) dalla lattifera, in relazione alla quantità di latte prodotto e relativi fabbisogni di mantenimento. Un’ottimizzazione dell’apporto amminoacidico può comportare un incremento della produzione di latte, un aumento dei tenori in proteina e grasso del latte, una riduzione della quantità di proteina inclusa in razione, una riduzione dell’impatto ambientale legato alla minor escrezione di azoto, una riduzione dell’incidenza delle principali dismetabolie legate al bilancio energetico negativo della vacca fresca (grazie al positivo effetto che un corretto bilanciamento esercita sull’assunzione di sostanza secca e migliori condizioni di salute e fertilità in relazione alla riduzione della spesa energetica per eliminare gli eccessi proteici e al miglior bilancio energetico della bovina), e, di conseguenza, una superiore redditività della mandria. La redditività aziendale è strettamente legata al miglioramento dell’efficienza alimentare, alla massimizzazione della produzione e all’incremento della qualità del latte, con conseguenze sul suo valore economico e tecnologico, soprattutto nella realtà italiana strettamente legata alla produzione casearia d’eccellenza.


Ci sono 20 diversi aminoacidi, suddivisi in essenziali e non essenziali, con importanti e specifici ruoli all’interno del bilancio quotidiano dei vari processi metabolici della vacca. A differenza degli aminoacidi non essenziale, quelli essenziali non possono essere sintetizzati dall’animale e quindi devono essere aggiunti nella dieta. Solitamente gli aminoacidi essenziali sono presenti nella razione in quantità inferiore rispetto ai fabbisogni delle bovine ad alta produzione presenti oggi negli allevamenti. Questo aspetto diventa maggiormente critico durante la fase estiva, e in concomitanza ad una prevedibile riduzione dell’ingestione giornaliera. I benefici aggiuntivi di una corretta formulazione, bilanciata e completa di aminoacidi metabolici, oltre che assicurare una maggiore quantità di latte prodotto giornalmente, permette un costante e sostenibile maggiore titolo proteico nel latte. Influenza, inoltre, i percorsi metabolici che governano uso e produzione di energia, aumentando la gluconeogenesi e l’ossidazione degli acidi grassi. Gli aminoacidi sono anche importanti per la regolazione metabolica dell’azoto non proteico (urea) e la sintesi di altri composti relativi e rilevabili a livello del plasma.