Peste suina africana

Peste suina africana

di Stefano Montanari

La peste suina africana (PSA) è una malattia infettiva virale ad elevata morbilità e mortalità che colpisce i suidi sia domestici che selvatici. A causa del vasto e rapido potenziale di diffusione internazionale nonché per la capacità di raggiungere proporzioni epidemiche tali da compromettere la sicurezza degli scambi tra le nazioni, è considerata una delle malattie transfrontaliere più importanti.

STORIA

Venne descritta per la prima volta in Kenya nel 1921, rimanendo confinata in Africa fin verso la fine dagli anni 50 quando iniziarono a verificarsi eventi epidemici anche al di fuori del continente africano: nel 1957 la malattia venne segnalata a Lisbona in Portogallo, alla quale fece seguito una seconda epidemia sempre in Portogallo nel 1959 che ne permise la diffusione in tutta la penisola iberica per poi raggiungere molti altri paesi europei tra cui Francia, Italia, Belgio e Paesi Bassi. Nel 2007 sono stati registrati i primi focolai in Russia e in diverse zone del Caucaso. Benchè questa malattia non sia stata per molti anni di preoccupazione nel continente Europeo, è tornata fonte di interesse nel 2018 quando è iniziato un importante focolaio nella Repubblica popolare Cinese, spostandosi gradualmente fino all’Est europa, con focolai anche in stati come Germania, Belgio e Polonia. In Italia è presente in Sardegna dal 1978 e recentemente (Gennaio 2022) ne è stata riscontrata la presenza in alcuni comuni tra le regioni di Piemonte e Liguria. (fig.1)

 

Figura 1. Area infetta (in rosso) e area di sorveglianza (in giallo) aggiornata al 27 Gennaio 2022 (dal web)

 

EZIOLOGIA

Unico membro della famiglia Asfaviridae, è un virus a DNA e se ne conoscono 22 genotipi diversi; è in grado di replicare all’interno di uno specifico vettore invertebrato: le zecche appartenenti alla famiglia Ornithodoros, che risultano un passaggio chiave per la sua diffusione. Dotato di una notevole resistenza ambientale, resta vitale nelle feci per almeno 11 giorni e nel midollo osseo per mesi; nel siero conservato a temperatura ambiente può sopravvivere per 18 mesi, nel sangue a 37 gradi per un mese mentre in quello refrigerato fino sei anni. Anche nelle carcasse e nei prodotti a base di carne suina rimane infettante per molto tempo: nelle carni refrigerate può sopravvivere per almeno 15 settimane mentre nei prosciutti e nei lavorati da 3 a 6 mesi. Infine è dotato di un’elevata tolleranza ad un’ampia gamma di disinfettanti e solo quelli dotati anche di azione detergente sono efficaci.

EPIDEMIOLOGIA

È una malattia propria dei suidi e sia i suini domestici che i cinghiali sono molto sensibili all’infezione indipendentemente dall’età, e il tasso di mortalità è molto elevato per entrambe le categorie. Risultano suscettibili all’infezione pure tutti i suidi selvatici africani (in particolare il facocero), però a differenza dei loro simili domestici e dei cinghiali, non sviluppano la malattia clinica. In Africa il principale metodo di trasmissione è il “ciclo silvestre”, tramite le zecche Ornithodoros, mentre al di fuori del continente africano, la trasmissione si verifica prevalentemente per contatto diretto, generalmente per via oro-nasale o aerosol, ma solo per distanze molto brevi. Il virus è trasmesso anche per via indiretta, la quale può avvenire attraverso la somministrazione di avanzi di carne o residui di cucina infetti, oppure tramite oggetti o veicoli da trasporto contaminati. Un ruolo epidemiologico importante viene ricoperto dagli animali portatori: trattasi di soggetti che, una volta contratta l’infezione sopravvivono ma che comunque continuano ad albergare il virus (la replicazione virale continua anche in presenza di anticorpi). Durante il susseguirsi degli anni le modificazioni della virulenza subite dal virus hanno contribuito ad un incremento delle forme subacute e croniche a ridotta mortalità con conseguente aumento di soggetti portatori in ambiente silvestre, i quali sono responsabili della diffusione del virus per lunghi periodi e lunghe distanze (pericolo transfrontaliero). (fig.2)

 

Figura 2. Epidemiologia della PSA

 

PATOGENESI ED IMMUNITÀ

Quando l’infezione viene contratta per via oro-nasale le tonsille e i linfonodi mandibolari costituiscono il primo sito di replicazione virale. Successivamente il virus entra nel torrente ematico, dove in pochi giorni raggiunge titoli elevati replicando attivamente sia nei monociti che nei polimorfonucleati. Tramite il sangue perviene poi a tutti gli organi e tessuti a partire dal midollo osseo, milza e linfonodi. Gli anticorpi sono rilevabili nel siero 7-12 giorni dopo la comparsa dei segni clinici e persistono per lunghi periodi. Le Scrofe sieropositive trasmettono anticorpi al suinetto tramite il colostro.

SINTOMATOLOGIA

Con un periodo di incubazione compreso tra i 4 e i 9 giorni, la PSA si manifesta come una malattia febbrile della quale sono possibili forme diverse: iperacuta, acuta, subacuta e cronica, anche se in alcuni casi può decorrere in forma totalmente asintomatica. Nella forma iperacuta, generalmente i soggetti sono trovati morti senza segni premonitori. Nel decorso acuto la mortalità si avvicina al 100% ed è caratterizzato da febbre elevata e persistente (fino a 42 C°), gli animali perdono l’appetito, diventano apatici, sono riluttanti al muoversi e a causa della debolezza del treno posteriore compare atassia locomotoria. Sulla cute possono manifestarsi emorragie puntiformi più o meno estese ed alterazioni cianotiche su orecchie, arti e addome. Può essere evidenziata una secrezione oculo-nasale mucopurulenta, mentre la respirazione risulta difficoltosa e talvolta accompagnata da schiuma striata di sangue a bocca e narici, indicativa di edema polmonare che spesso rappresenta la principale causa della morte. Un sintomo abbastanza comune è il vomito, mentre può comparire sia stipsi con feci dure e ricoperte di sangue e muco, come pure diarrea sanguinolenta. In qualsiasi fase della gravidanza possono verificarsi aborti. La sintomatologia è in genere di breve durata, circa 2-7 giorni, ma il decorso può protrarsi per più tempo e dopo un apparente recupero l’animale può essere soggetto ad una ricaduta che termina con la morte. La forma subacuta si riscontra nei suini che sopravvivono più a lungo, in genere a seguito di un’infezione causata da ceppi meno virulenti. Gli animali presentano febbre intermittente, in genere accompagnata da polmonite interstiziale con conseguenti difficoltà respiratorie e tosse grassa; non sono da sottovalutare possibili infezioni batteriche secondarie che possono aggravare il quadro respiratorio. A questo punto la malattia presenta 2 possibili decorsi: può portare a morte gli animali dopo un periodo variabile di settimane o addirittura mesi, oppure i suini diventano convalescenti e arrivati a questo punto o guariscono o passano alla forma cronica della malattia. Infine nel decorso cronico, il quadro clinico è caratterizzato da sintomi aspecifici e, talvolta, il dimagramento è l’unico segno rilevabile.

LESIONI

Nei suini che muoiono a causa di forme iperacute l’unica lesione macroscopica apprezzabile è un lieve accumulo di liquido nelle cavità. Nella forma acuta le estremità e la superficie ventrale dell’animale possono essere cianotiche mentre il sottocute può presentarsi emorragico; organi e mucose risultano spesso congesti con presenza di emorragie puntiformi al livello di polmoni, reni, milza, cuore e sierosa gastrointestinale e i linfonodi si presentano talmente emorragici ed aumentati di volume da assomigliare a coaguli di sangue (fig. 3 e fig. 4). La trachea spesso è piena di schiuma striata di sangue e i polmoni sono ingrossati a causa dell’accumulo di liquido, con i setti interlobulari più evidenti (fig.5). La carcassa può contenere sangue fluido non coagulato nelle diverse cavità. Le forme sub-acute e croniche sono principalmente caratterizzate da cachessia e polmonite interstiziale.

 

Figura 3. Rene di suino affetto da PSA (dal web)

 

Figura 4. Linfonodo fortemente ingrossato ed emorragico (dal web)

 

Figura 5. Polmoni con schiuma sanguinolenta (dal web)

 

DIAGNOSI

Sia i segni clinici che le lesioni non sono patognomonici, ma una mortalità insolitamente alta e la mancata risposta ai trattamenti antibiotici dovrebbe portare ad un forte di sospetto di peste suina africana e la conferma da parte di un laboratorio diventa essenziale. La diagnosi si basa essenzialmente sull’individuazione del virus piuttosto che degli anticorpi, perché la maggior parte dei suini muore prima che vengano prodotti.

PREVENZIONE E CONTROLLO

Il carattere transfrontaliero di questa malattia e le conseguenti problematiche che un focolaio può causare, comporta un focus particolare sulla sorveglianza e sulle movimentazioni di animali. Tutti i paesi dovrebbero dedicare un adeguato livello di risorse per garantire l’attuazione di politiche efficaci nel prevenire l’introduzione delle malattie più importanti del bestiame, sulla base dei moderni strumenti di analisi del rischio, concentrandosi soprattutto sulla biosicurezza esterna per ridurre al minimo il rischio di contatto tra selvatici ed animali presenti in allevamento. Allo stato attuale non esistono vaccini o terapie per affrontare la PSA e l’unica opzione disponibile per l’eradicazione è lo stamping out, cioè l’abbattimento di tutti i suini infetti e potenzialmente tali in situ.

Economia e alimentazione in stalla

Economia e alimentazione in stalla

di Angelo Bordoni

Nei momenti economicamente difficili non ci si può concentrare semplicemente sugli alimenti e sull’alimentazione, ma è, invece, necessario migliorare le proprie capacità manageriali.

Nei momenti economicamente difficili, non ci si può concentrare semplicemente sugli alimenti e sull’alimentazione, ma è, invece, necessario migliorare le proprie capacità manageriali.

Questi sono tempi in cui agli alimentaristi viene spesso richiesto di analizzare criticamente la gestione dell’allevamento per individuare eventuali soluzioni in grado di far risparmiare sui costi aziendali. Dall’ultimo trimestre 2021 abbiamo assistito ad un aumento vertiginoso dei prezzi di mais e soia, senza dimenticare naturalmente anche gli aumenti dei costi energetici, del gasolio agricolo e dei concimi. Di conseguenza, considerando che i costi alimentari incidono per un 50-60 % sui costi di produzione del latte, gli allevatori guardano con più attenzione le razioni delle loro vacche, cercando di eliminare quello che per loro è superfluo. Ma è fondamentale non eliminare quegli ingredienti che sono fondamentali per la produzione del latte ed i suoi componenti, per le condizioni di salute e immunitarie delle bovine e per la loro fertilità.

In queste fasi economiche non ci si può concentrare solamente sugli alimenti e sui programmi nutrizionali, ma è indispensabile anche migliorare le capacità gestionali in genere, per cercare di individuare qualsiasi eventuale errore. Non potendo influenzare i mercati, l’unica arma che resta all’allevatore per aumentare il proprio margine è aumentare l’efficienza, partendo da quella alimentare (minor costo a parità di produzione). In primis bisogna impostare una corretta scelta agronomica per garantirsi il corretto approvvigionamento dei foraggi aziendali per quantità e qualità. Che il miglioramento della qualità dei foraggi utilizzati sia la strada maestra per la riduzione dell’impiego dei concentrati è noto a tutti, ma spesso sottovalutato nella pratica.

Partendo dall’insilato di mais che rappresenta il foraggio di base per la maggior parte delle vacche italiane e che contribuisce ad abbassare il costo della razione, entra in razione in quantitativi che variano fra 20 e 30 kg. capo/giorno: maggiore è la quantità utilizzata, maggiore deve essere la sua qualità, soprattutto come profilo fermentativo (tabella 1). I limiti di impiego si presentano se sono presenti muffe, se la quantità di amido è bassa, se è caldo, se il profilo degli acidi grassi volatili è alterato e se presenti nitrati in eccesso.

Un altro alimento, molto utilizzato per diminuire l’acquisto da fornitori esterni di farina di mais, è il pastone integrale di mais (tutolo, granella e brattee) che non ha costi di trebbiatura, essiccazione e di mulino, ma solo di trincia, insilamento e copertura. Il valore energetico globale è inferiore solo del 10 % (ENl 2 vs 1,8) perché la fibra che apporta è di ottima qualità, a cui si associano maggior digeribilità della granella e migliore appetibilità. Inoltre, la fermentescibilità dell’amido è maggiore (tabella 2).

Qualche considerazione sul prezzo di accettazione. Se partiamo, ad esempio, da un prezzo della farina di mais alla bocca dell’animale di circa 30 €/ quintale, calcoliamo il punto di amido € 0,42 (30 € : 72% di amido sulla sostanza secca) e lo moltiplichiamo per il valore medio in amido del pastone (58 % sulla sostanza secca), otteniamo 24,4 €; a questo sottraiamo la differenza in umidità (26% = 18,06 €/q.) ed il costo di produzione (circa 2 €/q.) e otteniamo un valore di circa 16 €/q. Con la farina di mais a circa 30 € (bovini 30,6 €/q.; vacche latte 31,55 €/q) il pastone integrale riduce il costo razione se il suo prezzo è inferiore a 16 €/q. Nella contingente situazione economica sarebbe utile ridurre la quota di amido normalmente presente in razioni di vacche da latte (25-27 %), sostituendo l’amido di mais con fonti alternative. Ma la situazione è tale che alternative al mais sono poche o nulle, sia per il prezzo che per le caratteristiche diverse dell’amido. Orzo, frumento e farinaccio possono sostituire il mais solo in quota parte perché hanno un’alta capacità di ritenere acqua ed una maggiore degradabilità ruminale che causa feci tenere con riduzione della digeribilità dell’NDF della razione e possibile presenza di amido nelle feci (tabella 3).

Si potrebbe ridurre del 2-3 % la quota di amido della razione, inserendo altri carboidrati come emicellulose, cellulose, pectine e zuccheri che troviamo in foraggi (di qualità) o in concentrati come cruscami, buccette di soia, polpe di barbabietola o melasso, ma in questo momento anche i prezzi di questi prodotti sono aumentati. Quindi, ora possono essere presi in considerazione per una loro valenza nutrizionale più che economica.

Ridurre i costi dell’alimentazione proteica è apparentemente più facile, se si considera solo il parametro proteina grezza per formulare una razione. Ma così facendo si può incorrere in errori grossolani. Bisogna ricordare che la proteina della razione, soprattutto la quota solubile e rumino-degradabile, serve alla microflora ruminale per crescere e produrre biomassa attraverso la fermentazione dei carboidrati della razione. La proteina derivante dalla biomassa ruminale più la quota di proteina indegradabile costituisce la proteina metabolizzabile che è, quindi, la somma degli aminoacidi digeribili assorbibili dall’intestino e utilizzabili dalla bovina per le sue principali funzioni vitali. Nei ruminanti circa il 70 % di ciò che ingeriscono viene completamente trasformato dalla microflora ruminale di cui si deve cercare di massimizzare la produzione derivante dalla fermentazione della cellulosa. Tanto migliore è la digeribilità della componente foraggera, tanto minore sarà il rischio di eccessi di proteine e amidi, con vantaggi sulla funzionalità del digerente e sull’assorbimento dei principi nutritivi che permetteranno di migliorare le fermentazioni ruminali, ottenendo grandi quantità di proteina batterica. Naturalmente la sola proteina derivante dalla biomassa non è in grado di soddisfare i fabbisogni nutritivi di bovine con produzioni medio-alte: quindi, sono sempre indispensabili supplementi proteici (nuclei, mangimi, materie prime) ed eventualmente singoli aminoacidi rumino resistenti, in modo che la bovina riesca ad estrinsecare al massimo le sue potenzialità produttive permesse dalla genetica attuale.

Approfittando della situazione economica contingente che ci spinge a formulare razioni senza abusare di concentrati, ma senza, nel contempo, penalizzare la produzione e la qualità del latte, favoriamo anche una minore escrezione azotata nell’ambiente come inquinante (Direttiva Nitrati 91/676 CEE, recepita dal D.L.vo 152/1999 e dal Decreto ministeriale 7/4/2006).

In una situazione di prezzi degli alimenti ormai stabilmente alti da più di un anno l’approccio razionale alla nutrizione ed ai suoi principi fondamentali è quanto mai doveroso, anche se non ci si può concentrare semplicemente sull’alimentazione, ma è necessario anche migliorare il management dell’allevamento per cercare di limitare qualsiasi inefficienza economica.

Spazio al comportamento di specie

Spazio al comportamento di specie

di Sujen Santini

La questione etica nel “sistema allevamento”e il ruolo che l’animale allevato assume rispetto ad esso sta acquisendo un peso sempre maggiore sia nelle scelte legislative sia nella visione dei consumatori. Da qui l’interrogativo sulla possibilità di allevare con metodo intensivo rispettandole cinque libertà, inclusa quella di manifestare il proprio comportamento di specie, che da oltre cinquant’anni sono a fondamento del concetto di benessere. Ma come dovrebbe cambiare l’approccio teorico e pratico di chi in allevamento lavora? Quali sarebbero i costi di produzione e, di conseguenza, la remunerazione che l’allevatore dovrebbe avere per poter soddisfare queste richieste? Dopo aver approfonditogli aspetti etologici di scrofa e suinetti dalla fase di nidificazione allo svezzamento, proviamo a sintetizzare quali caratteristiche dovrebbero avere le strutture in sala parto e allattamento di allevamenti convenzionali per consentire il soddisfacimento minimo dei fabbisogni comportamentali, focalizzandoci in particolare modo sullo spazio: quantità e qualità.La quantità di spazio è infatti relativa ed è sempre dipendente da una progettazione e un arricchimento funzionali.

PARTO

Spazio
Lo spazio minimo richiesto in questa fase va calcolato partendo da due considerazioni. La prima è che il movimento tipico della scrofa in questa fase è la rotazione: oltre al comportamento di nidificazione la scrofa deve avere la possibilità di girarsi per ispezionare la nidiata, ed eseguirne il raggruppamento. È stato infatti dimostrato che la mortalità del parto libero è maggiore rispetto al parto in gabbia solo quando la superficie messa a disposizione è inferiore a 5 m2.

Figura 1. Poiché per l’allevamento secondo metodo biologico sono necessari 10 m2 minimi per le scrofe in parto e allattamento, si propone a titolo esemplificativo, una suddivisione degli spazi. Da sottolineare l’area alimentazione suinetti vicino a quella della scrofa e la collocazione dell’area di defecazione con un differenziale di temperatura (più fresco) e gli abbeveratoi (che creano una zona «umida»). Fonte Schauer.

 

Durante il parto la scrofa ha bisogno di sdraiarsi lateralmente e avere spazio sufficiente per facilitare la successiva colostratura: con questi presupposti è stata valutata una superficie minima necessaria per il parto di 2.24 m2 per il decubito della scrofa con una larghezza minima di 1.53 m2, e 2.79 m2 destinata ai suinetti (dimensioni media nidiata). La seconda considerazione è che le aree di alimentazione e defecazione devono essere distinte e separate dall’area parto: bisogna così aggiungere 2,44 m2 di superficie per alimentazione e altrettanti per la defecazione. Risulterebbe quindi una superficie complessiva minima di circa 10 m2. Lo spazio minimo dipende poi dalla taglia dell’animale: per le raccomandazioni minime riportate* si è considerata una scrofa con le seguenti dimensioni: peso 352 kg, lunghezza 2.00 m, larghezza 0.47 m, altezza 0.95 m.

Fonte: EURCAW Pigs

Fonte: Weda

Pareti
Le scrofe prediligono siti di nidificazione chiusi su tre lati con un lato aperto o parzialmente aperto, questa soluzione consente l’isolamento ma anche la vigilanza verso potenziali minacce e quindi contribuisce a mantenere tranquilla la scrofa.

Substrato
Abbiamo già trattato dell’importanza per la scrofa della costruzione del nido, per questo è raccomandata la fornitura di almeno 2 kg di paglia lunga. Se non è possibile fornire materiale idoneo alla costruzione del nido, sono comunque evidenti gli effetti positivi della fornitura di materiale manipolabile, quale ad esempio stoffa di canapa.

Pavimentazione
Proprio per l’innato comportamento di nidificazione le scrofe preferiscono un pavimento che può essere scavato rispetto al cemento. Questo potrebbe offrire anche miglior comfort alla mammella e comfort termico. Per i suinetti lattanti il comfort termico ha più importanza di quello fisico anche se questo non deve essere trascurato. Una pavimentazione sbagliata potrebbe infatti causare zoppie o lesioni cutanee carpali conseguenti alla postura durante la suzione. I bisogni della scrofa sono in antitesi con quelli dei suinetti: ad esempio il pavimento deve essere antiscivolo per la scrofa ma non abrasivo per i suinetti. Il grigliato per i suinetti dovrebbe avere una larghezza di vuoto tra le doghe non superiore a 10 mm con bordi arrotondati e plastificati.

Protezione della nidiata
La protezione del maialino appena nato è fondamentale per la sua sopravvivenza poiché lo schiacciamento è una delle principali possibili cause di mortalità neonatale. Per questo la gestione del parto libero deve prevedere la presenza di una zona nido protetta e separata dove possono avere accesso solo i suinetti in modo da consentire anche la gestione specifica di diversi microclimi e la fornitura nutrizionale specifica, nonché facilitare l’accesso per i controlli sanitari e le procedure di routine. Considerato di ospitare circa 13 suinetti fino allo svezzamento a 4 settimane di età, un nido dovrebbe essere di circa 0.90 m2. È però possibile fornire aree di riposo protette per i suinetti anche fuori dal nido, ad esempio sfruttando pareti inclinate. Questo perché l’area nido è necessaria solo nei primi giorni di vita, poi i suinetti sviluppano progressivamente sempre maggiore capacità termogenica e quindi viene meno la necessità di accedere contemporaneamente a una zona riscaldata. La cura e il controllo con cui la scrofa si corica influenza la sopravvivenza dei suinetti: fornire alle scrofe un supporto a cui appoggiarsi durante la loro discesa riduce lo schiacciamento, e le scrofe preferiscono utilizzare pareti inclinate solide.

Comfort termico
Sebbene le scrofe siano a rischio di stress da calore alle temperature sopra 22°C, recenti evidenze suggeriscono che mostrano una preferenza per zone con pavimentazione più calda (circa 34°C) nell’immediato post-partum, condizione però raccomandabile solo se la scrofa è a stabulazione libera e quindi in grado di regolare la temperatura cambiando postura, altrimenti è molto alto il rischio di incorrere in fenomeni di stress da caldo. Poiché i suinetti sono invece esposti a rischio ipotermia, per soddisfare le esigenze termiche del suinetto, salvaguardando il comfort della scrofa, è fondamentale provvedere loro con un’area dedicata, fornita di un substrato che consente di ridurre la dispersione termica: i suinetti a diretto contatto con un pavimento in cemento disperdono il 40% in più di calore rispetto a quelli a contatto con 2,5 cm di paglia. Laddove non sia possibile si utilizzano lampade riscaldanti o tappetini riscaldanti, proprio il diverso microclima rappresenta il principale fattore attrattivo dei suinetti verso il loro nido. Tuttavia, la maggior parte dei suinetti preferisce sdraiarsi al mammella della scrofa per almeno 24 h dopo il parto.

SVEZZAMENTO

I criteri di progettazione in questa fase devono considerare la necessità di arricchimento ambientale e contatto sociale, nonché lo sviluppo nutrizionale del suinetto. Se si vuole rispondere alle necessità etologiche bisogna inoltre considerare l’allattamento in gruppo e lo svezzamento graduale.

Fonte: 333 Swap system

Fonte: CIWF – Fumagalli

Spazio
Progettare lo spazio necessario in questo periodo comporta un questione di equilibrio; la scrofa ha bisogno di spazio per sottrarsi all’allattamento mentre i suinetti devono avere la possibilità di raggiungere la mammella. In sistemi a stabulazione libera dove è possibile per loro manifestare questo comportamento è dimostrato che le scrofe perdono meno peso e ritornano in estro più velocemente, mentre suinetti hanno guadagnato peso e sono passati a cibo solido più velocemente dei suinetti in sistemi confinati. Sono quindi raccomandati ambienti che incoraggiano la separazione graduale volontaria impedendo però alla scrofa l’abbandono della nidiata. Quantificare lo spazio necessario per accogliere la separazione graduale è difficile e, come già menzionato nelle sezioni precedenti, gli aspetti qualitativi dello spazio sono forse più importanti della sua reale dimensione fisica.

Per facilitare l’integrazione sarebbe opportuno praticare l’allattamento in gruppo, dando così la possibilità a diverse nidiate di mescolarsi tra loro. L’entità di questo requisito di spazio dipende da quante scrofe si intende mescolare e se queste hanno familiarità tra loro, ovvero la stessa provenienza di gruppo di gestazione. In entrambi i casi è comunque necessario prevedere sazi sufficiente per poter manifestare i comportamenti gerarchici sia di dominanza sia di evitamento o fuga. La dominanza altro non è che la priorità di accesso alle risorse che, in allevamento, sono rappresentate dal cibo, dalle zone di riposo e di defecazione: quindi i requisiti di spazio dipendono dall’accessibilità delle risorse. Allo stesso modo è necessario garantire la presenza di spazio e paratie che consentano l’evitamento e l’isolamento. Ad esempio, in un gruppo di 5 scrofe, affinché si manifestino tali comportamenti, ogni scrofa avrebbe bisogno di 3m2 di spazio ben gestito. Qualora non sia praticabile l’allattamento in gruppo, per facilitare la socializzazione precoce prima allo svezzamento sarebbe utile fornire un’area aggiuntiva a quella del box parto, inaccessibile alla scrofa, ma accessibile ai suinetti delle diverse nidiate (ovviamente quelle che poi si intendono mescolare nei box svezzamento). Tuttavia, bisogna anche tenere in considerazione possibili effetti negativi, quali la trasmissione di malattie e l’interruzione della frequenza dell’allattamento. Un buon compromesso potrebbero essere pareti divisorie che consentono il contatto tattile e visivo, soluzione che peraltro non richiederebbe spazio aggiuntivo.

Arricchimento ambientale abbiamo già parlato di materiale di arricchimento in articoli precedenti dell’Atlante etologico ai quali si rimanda il lettore.

Fornitura nutrizionale Per favorire lo svezzamento bisogna adottare sistemi che incoraggiano l’assunzione precoce di alimento solido. Ad esempio, sembrano promuovere l’assunzione di mangime mangiatoie circolari e poco profonde, poichè stimolano comportamenti esplorativi e facilitano la socializzazione attraverso lo sviluppo del comportamento sincrono. Molto importante è anche posizionare la mangiatoia dei suinetti vicino a quella della scrofa poiché per imitazione apprendono prima l’assunzione dell’alimento. Anche l’assunzione di acqua condiziona l’assunzione di alimento solido e pertanto la stessa attenzione va posta agli abbeveratoi. Non approfondiamo questo punto perché merita un articolo dedicato che vi proporremo prossimamente. Torniamo ora alle domande iniziali: proveremo a rispondere nei prossimi numeri del Notiziario portando ad esempio alcune soluzioni già in uso.

*Fonte: Alternative farrowing systems: Design criteria for farrowing systems based on the biological needs of sows and piglets. 2011 animal 5(4):580-600

“Pre-Post Parto” G.P.

“Pre-Post Parto” G.P.

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Biotina e prestazioni delle bovine da latte

Biotina e prestazioni delle bovine da latte

di Sonia Rumi

La Società Agricola Bresciani Roberto e C. di Bedizzole con Comab e Comazoo ha condotto una sperimentazione di 2 anni somministrando boli di biotina a lungo rilascio alle bovine in asciutta.

La biotina è una vitamina idrosolubile del complesso B chiamata anche vitamina H. La biotina è naturalmente presente nelle piante e quindi nelle diete somministrate alle vacche da latte. Questa vitamina è anche sintetizzata nel rumine in quantità variabili a seconda della composizione della dieta (rapporto foraggi:concentrati); infatti nelle diete abitualmente utilizzate per le bovine in lattazione, dove il rapporto foraggi concentrati è inferiore al 50%, aumenta da parte del microbioma ruminale il fabbisogno di biotina. Molte specie di batteri ruminali, ed in particolare quelli che fermentano la fibra, traggono giovamento dall’aggiunta di biotina nella dieta giornaliera. Nei bovini, è un cofattore essenziale di diversi enzimi che, a vario titolo, sono coinvolti nella sintesi del glucosio, degli acidi grassi e delle proteine, e quindi in funzioni metaboliche fondamentali. La biotina esercita la sua attività biologica sia sul microbioma ruminale che direttamente sulla bovina da latte, quando viene assorbita dall’intestino tenue. Per queste ragioni, e per la natura chimico-fisica di questa molecola, non è necessario somministrarla in forma rumino-protetta.

LESIONI PODALI

La laminite e le malattie del piede associate alla laminite sono tra le cause più comuni di zoppia nei bovini da latte. Cambiamenti improvvisi dell’alimentazione, in particolare aumenti improvvisi dei carboidrati a rapida fermentazione e/o un calo della qualità e quantità della fibra nella dieta, sono solitamente indicate come principali cause di laminite, ulcera e malattia della linea bianca. Fattori negativi come la stabulazione su pavimenti in cemento, che usurano l’unghione, la scarsa pulizia delle superfici di camminamento, che impediscono una corretta igiene del piede e condizioni di sovraffollamento, che riducono il tempo di riposo dell’animale, contribuiscono ad aumentare il rischio di lesioni agli arti e zoppie. Allo stesso tempo, si osserva una incidenza maggiore di lesioni agli arti negli allevamenti con maggiore produzione di latte, ovvero, animali con un carico metabolico superiore hanno una maggiore probabilità di essere colpiti da laminiti subcliniche. Numerosi studi, hanno dimostrato che la prevalenza di patologie podali è stata ridotta nelle vacche alimentate con una integrazione di biotina. Oltre ad avere un effetto sulla crescita dei batteri ruminali, la biotina, infatti, direttamente o indirettamente, stimola la sintesi della cheratina e la formazione del “cemento” intercellulare, con importanti vantaggi per la salute e l’integrità del tessuto corneo degli unghioni. In particolare, migliora la qualità del tessuto corneo, ottimizza la sostituzione del tessuto corneo lesionato, migliorandone la guarigione e riduce la probabilità di progressione delle lesioni primarie in laminite. Va sottolineato che vacche alimentate con razioni bilanciate per gli oligoelementi (rame, zinco, ferro, selenio, manganese, etc.) sono agevolate nella corretta formazione del tessuto corneo dell’unghione.

PRODUZIONE DI LATTE

Vari lavori scientifici, hanno dimostrato che l’integrazione con 20 mg/die di biotina a bovine in lattazione può aumentare la produzione capo giorno da 1 a 3 kg; il miglioramento delle prestazioni può essere un effetto diretto del metabolismo intermedio, dell’aumento dell’ingestione dovuto ad una più efficace digestione ruminale della fibra e a un effetto indiretto di una migliore salute degli arti o una combinazione di questi fattori. Gli effetti positivi dell’integrazione di biotina si sono misurati sia in termini di maggiore produzione di latte, sia di deposito di grasso e proteina nello stesso. I lavori scientifici hanno dimostrato che questi risultati hanno una forte influenza dose-dipendente (integrazione di 0 – 10 – 20 mg di biotina). Inoltre, in generale, i risultati migliori si evidenziano in allevati con medie produttive maggiori, suggerendo che vacche più performanti subiscono un incremento della domanda di biotina, necessaria per la biosintesi di glucosio, acidi grassi e proteine. Inoltre, è possibile affermare che l’integrazione di biotina suscita una risposta maggiore quando lo scarso apporto di nutrienti dalla dieta è limitante per il metabolismo (ad es. attività enzimatica o altri processi fisiologici e metabolici dell’animale). Infatti, la biotina è indispensabile per alcune popolazioni batteriche ruminali, in particolare per la sintesi di acido propionico (indispensabile ai fini energetici del bovino). Un’altra possibile spiegazione alla risposta produttiva nelle vacche integrate con biotina è certamente la maggiore salute del piede; le vacche hanno una migliore e maggiore mobilità, subiscono una competizione inferiore (in condizioni in cui lo spazio in mangiatoia non sia sufficiente), determinando un’ingestione di sostanza secca superiore.

PERFORMANCE RIPRODUTTIVE

Numerosi studi hanno dimostrato come la supplementazione di biotina nelle vacche da latte migliora la fertilità in termini di incremento del tasso di concepimento (CR) e riduzione del numero di inseminazioni, con un conseguente accorciamento del periodo di parto-concepimento. Le prove condotte hanno provato anche un aumento del tasso di rilevamento calori (HDR); la spiegazione potrebbe essere ricondotta a una manifestazione dei segni di calore più marcata, con una migliore rilevazione da parte dell’operatore (anche in presenza di podometri e attivometri). Rispetto a quest’ultimo aspetto, ancora una volta, una significativa influenza può averla avuta la migliore salute del piede di cui godono le vacche trattate. Performance produttive elevate rappresentano un fattore di rischio per la fertilità, segnando un ridotto tasso di gravidanza (PR) al primo servizio e un aumento del numero di fecondazioni per gravidanza. Questo non sembrava essere il caso delle vacche che hanno avuto una integrazione nella dieta con biotina; sin dal primo parto, le vacche hanno prodotto più latte e hanno avuto un tasso di concepimento superiore rispetto al gruppo controllo per l’aumento della gluconeogenesi, poiché l’energia è un fattore limitante nell’evoluzione del ciclo estrale. Quindi, possiamo affermare che l’integrazione nella dieta delle vacche da latte di 20 mg/capo/giorno di biotina esercita un effetto positivo certo sul tasso di crescita del microbioma ruminale, soprattutto verso le specie batteriche cellulosolitiche. Ciò consente la produzione di una maggiore quantità di acidi grassi volatili, e in particolar modo di propionato. La quota di biotina assorbita a livello intestinale è in grado di agire sui meccanismi fondamentali del metabolismo energetico delle bovine da latte, riflettendosi positivamente su molte delle loro performance produttive, riproduttive e sanitarie.

LA SPERIMENTAZIONE

Comab e Comazoo presso la Società Agricola Bresciani Roberto e C. di Bedizzole (BS) hanno condotto uno studio durato 2 anni che ha messo a confronto differenti protocolli di gestione delle bovine in post-parto, in assenza di box per la fase di transizione, somministrando biotina. Questa azienda è stata scelta in quanto dotata di sistemi informatici wireless per la rilevazione, tramite smartphone e computer, di ingestione, ruminazione, attività corporea e rilevamento calori, nonché per la specifica preparazione professionale del titolare Roberto Bresciani (socio storico delle cooperative di Montichiari) che ormai da 14 anni collabora con multinazionali nel settore della biosicurezza nello svolgimento di test in allevamento di prodotti, con valutazione di efficacia, ricerca dei dosaggi corretti e delle modalità di impiego ideali nelle differenti condizioni strutturali e di management. La stalla non è dotata di un box di preparazione al parto e neanche di un box di post parto per l’avviamento alla lattazione. Le vacche vengono tenute nel box di asciutta fino al momento del parto, poi sono spostate in un piccolo box infermeria dove vengono lasciate per 1-5 giorni (a seconda della disponibilità di spazio), per il consueto controllo dello stato di salute dell’animale, e subito dopo vengono introdotte nel gruppo unico di lattazione. Sia nel 2020 che nel 2021 la razione delle asciutte non ha subito alcuna variazione, ne tantomeno sono stati apportati degli aggiustamenti strutturali all’azienda.

 

Da considerare che il tasso di riforma è influenzato da problemi di spazio e dal fatto che dalla seconda metà del 2017 si sta effettuando una particolare selezione genetica, volta ad avere in produzione solo bovine con Betacaseina A2A2, pertanto i metodi con cui si scelgono di eliminare gli animali, sia da vita che da macello, seguono per buona parte questo criterio. La differenza tra i parti totali e quelli delle primipare, considerata per annualità, indica che nel 2021 si è avuta una maggiore persistenza degli animali in stalla.

 

Da notare che pur con una spesa di vaccini superiore di 847,00€ rispetto al 2020, grazie al risparmio ottenuto sui prodotti usati per la cura/prevenzione delle dismetabolie (flebi di calcio, di glucosio, Adiuxan B12 ed Hepagen) si sono risparmiati 1.158,00€ mentre la spesa corrente di medicinali non ha subito variazioni.

 

 

Per quanto concerne l’aspetto economico, si evidenzia una riduzione di circa il 48% del costo sostenuto per animale che ha partorito, considerando oltretutto che nel 2020 erano trattati solo gli animali problema, mentre nel 2021 sono stati trattati tutti gli animali al parto.

I protocolli nella pratica

Protocollo applicato dal 01/01/2020 al 31/12/2020: Quando in post-parto si rileva un calo di ingestione/ruminazione/attività corporea si procede alla somministrazione del bolo BOLIFAST RUMEN (disponibile in Comab) che garantisce, secondo i dati rilevati dai collari, una ripresa metabolica nel giro di 3/5 ore. A seconda della gravità si accompagna questo intervento con 1 iniezione di Adiuxan B12 x 5 giorni e 2 punture di Hepagen x 2 giorni oppure si integra anche con flebo di calcio, glucosio e soluzione salina reidratante. In questo modo non ci sono stati animali con dislocazioni o problemi metabolici evidenti, anche se rimane comunque il sospetto di chetosi subclinica su parte degli animali, dovuta allo stress del passaggio diretto da asciutta a gruppo unico di lattazione.

Protocollo applicato dal 01/01/2021 al 31/12/2021: Allo scopo di testare il bolo BOLITRACE BIOTIN + (disponibile in Comab) a base di biotina a lento rilascio (20 gr al giorno per 120 giorni), si è iniziato a trattare gli animali di 3°, 4° parto ed oltre, alla messa in asciutta, somministrandolo 30 giorni prima del parto. Ciò è avvenuto fino a tutto il mese di marzo 2021, poi, da aprile si è iniziato a trattare anche primipare e secondipare. Da questo momento è cessato l’impiego di Adiuxan B12 ed Hepagen e si è assistito ad un drastico calo dell’impiego di BOLIFAST RUMEN. Quando quest’ultimo è stato impiegato, non è stato necessario un ulteriore trattamento con Adiuxan B12 o Hepagen. Il costante rilascio di biotina ha supportato la ripresa dell’ingestione.

 

Appare evidente come il protocollo 2020 sia stato eseguito totalmente in fase di post-parto, cioè quando l’animale già iniziava a presentare il problema. Ciò necessitava un severo monitoraggio ed un numero di interventi come iniezioni e flebi maggiore. Inoltre, richiedeva tempi rapidi di intervento, a differenza del protocollo 2021 che viene effettuato con estrema elasticità dalla messa in asciutta fino a 2 settimane prima del parto, per le pluripare, ed il più vicino possibile al parto, per le primipare. Il motivo di questa scelta è che somministrando BOLITRACE BIOTIN + vicino al parto, si garantisce un minor stress energetico all’animale nella fase più critica dalla montata lattea fino al picco, (120 gg di rilascio garantito di biotina) e garantendo una grande tranquillità di gestione operativa per l’allevatore.

 

In questa tabella vengono messi a confronto gli indici di fertilità ottenuti nelle due annate. HDR: +9,90% (59,30% totale) tasso di calori rilevati. Dato che i collari rilevano in automatico gli estri, questo dato ci dice che nel 2021 i calori erano più manifesti quindi maggiormente rilevabili. CR: +8,90% (55,20% totale) tasso di concepimento. Questo dato molto alto, è rimasto costante per tutto l’anno e non è stato influenzato dalla stagionalità. PR%: +9,80% (34% totale) tasso di gravidanza. In letteratura è comunemente accettato il fatto che ad ogni punto di incremento di PR corrisponde un ritorno economico di 40 €/vacca; ovvero 392€/vacca x 80 capi presenti con un guadagno di circa 31.300 € in più. I dati riguardanti il Rischio calori, le Fecondate e le Gravide, confermano quanto detto sopra cioè che con 83 calori in meno potenzialmente rilevabili si sono effettuate 22 fecondazioni in meno ottenendo esattamente lo stesso numero di gravidanze.

 

In questa tabella sono riportati i valori della fertilità per ciclo (numero di calori potenziali, di fecondazioni, di gravidanze), per periodi di 21 giorni dal parto fino a 138 gg. Si evidenzia come nei primi 100 gg le vacche abbiano avuto più calori e le gravidanze, nelle pluripare, siano praticamente raddoppiate. Il dato delle primipare è anche influenzato dal fatto che nei primi 3 mesi del 2021 non sono state trattate con BOLITRACE BIOTIN +; l’andamento di HDR e CR ha comunque avuto un trend in crescita. In particolare gli animali fecondati prima dei 75 gg hanno ottenuto una performance di concepimento molto alta (78,50%) a testimonianza del fatto che le bovine erano in condizioni di salute migliori rispetto all’anno precedente.

 

La biotina è presente in natura nei foraggi freschi. Purtroppo l’alimentazione attuale delle bovine con foraggi insilati o fieni non ne garantisce un adeguato apporto perchè la sua biodisponibilità negli alimenti non è costante. Inoltre, ha un tempo d’assorbimento molto breve nell’intestino, perciò la somministrazione deve essere costante e prolungata nel tempo. Il passaggio da un protocollo di tipo terapeutico ad uno di tipo preventivo basato su BOLITRACE BIOTIN + con rilascio graduale per 120 gg di biotina, oltre alle vitamine A, D, E ed altri elementi minerali, ha dato complessivamente un ottimo risultato che si è tradotto in:

  • riduzione dei costi sostenuti per animale partoriente;
  • ampia riduzione degli interventi medicali (iniezioni) per animale, nonostante si sia trattata l’intera mandria e non solo la parte che iniziava a manifestare problemi;
  • messa a latte precoce con animali al picco senza problemi metabolici che richiedessero interventi;
  • ampia finestra temporale su quando effettuare l’intervento con migliore pratica gestionale per chi si deve occupare degli animali;
  • incremento notevole di tutti i parametri legati alla fertilità, con animali molto fertili fin da subito;
  • aumento di redditività dell’allevamento.

 

Si noti che a 86 gg si effettua mediamente il primo intervento ed a 94 gg si hanno le vacche gravide con 1,4 interventi a gravidanza ed il 73,3% di gravidanze ottenute in 1° servizio.

Ossido di zinco

Ossido di zinco

di Stefano Montanari

Legislazione e futuro

Lo zinco (simbolo chimico Zn) è un oligoelemento indispensabile per animali, vegetali e microrganismi, della cui carenza si conoscono da tempo gli effetti (rallentamento della crescita, anoressia, ipercheratosi cutanea e paracheratosi dell’esofago). Secondo solo al ferro all’interno degli organismi animali presenta azione antiossidante, è inoltre necessario per il corretto funzionamento di molti ormoni (insulina, ormone della crescita) ed è l’unico metallo che appare in tutte le classi di catalizzatori biologici. L’assorbimento dello zinco avviene lungo tutto il tratto intestinale, principalmente a livello dell’intestino tenue (Figura. 2), per captazione da parte dell’orletto a spazzola dei villi tramite due processi differenti, la cui attivazione dipende dalla concentrazione dell’oligoelemento nel chimo intestinale: quando questa concentrazione è scarsa, lo zinco viene captato con un processo attivo grazie all’utilizzo di un carrier specifico, mentre a concentrazioni elevate attraversa direttamente la parete intestinale tramite un processo passivo. La quantità assorbita è influenzata da numerosi fattori: la concentrazione nella dieta, l’età dell’animale, la velocità di accrescimento, le fonti proteiche dell’alimento, ed è correlata alla componente minerale presente nella dieta: per esempio elevati livelli di calcio nell’alimento, specialmente in presenza di proteine di origine vegetale, riducono l’assorbimento di zinco nei suini e nei volatili. Infine l’escrezione avviene principalmente per via fecale e in misura molto limitata con le urine (1-2%) (Figura 2)

Figura 1 e 2 Da “Zinco Ossido, una interessante alternativa in suinicoltura.” di Quintavalla e Agostini su Large Animal Review-2007

Utilizzo dell’Ossido di Zinco Il momento dello svezzamento rappresenta un punto critico nella pratica allevatoriale suinicola: questa fase è ricca di fattori stressanti come l’allontanamento dalla madre, il cambio del regime alimentare causato dal passaggio da una dieta liquida ad una solida, i nuovi ambienti di stabulazione, gli interventi vaccinali, la creazione dei gruppi e le lotte per la definizione delle gerarchie; l’insieme di questi elementi comporta una forte ripercussione sul sistema immunitario ed è molto facile osservare la comparsa di un’enterite aspecifica, denominata PWD (Post Weaning Disease/Diarrea post-svezzamento). Malattia enzootica ad eziologia multifattoriale (di cui molte fonti di origini non infettive) fortemente associata con un’eccessiva crescita di ceppi patogeni di E. coli (F4, F18) che nonostante possa assumere un ruolo secondario rispetto ad altre patologie infettive, spesso ne rappresenta il punto di partenza, andando a creare alterazioni a livello del tratto digerente che si ripercuotono negativamente sull’accrescimento (Figura 3).

Tutti gli attuali orientamenti clinici vertono sempre più verso la riduzione degli interventi farmacologici di massa (mangimi medicati) con antimicrobici, agendo maggiormente sulle buone pratiche di biosicurezza, benessere ed allevamento. A partire dagli anni ’80, prendendo spunto da quello che avveniva in medicina umana specialmente in pediatria, anche per i suini si iniziò a far sempre più ricorso a formulazioni che utilizzavano come principi attivi oligoelementi a dosaggi elevati (definiti dosaggi “farmacologici”) da impiegare a scopo preventivo o terapeutico in corso di enteriti. Si assistette quindi ad un sempre maggior interesse nell’impiego dell’ossido di zinco ad elevate concentrazioni (3000 mg/kg) nell’alimentazione dei suinetti al fine di ridurre la gravità e la frequenza d’insorgenza delle enteriti post-svezzamento e di migliorarne di riflesso la velocità di accrescimento.

Nonostante l’utilizzo dell’ossido di zinco a concentrazioni farmacologiche sia ormai una pratica adottata da tempo, il meccanismo che determina i sui effetti positivi sulla diarrea suina non è ancora stato tuttavia pienamente compreso e ad oggi sono state formulate diverse teorie. Una possibilità è che l’ossido di zinco agisca sulle tossine di E. coli, sull’adesione del batterio all’intestino o sulla sua replicazione. L’inibizione selettiva dei processi di trasporto e della catena respiratoria di E coli da parte dello ione potrebbe contribuire a spiegarne l’effetto antibatterico. Un’altra possibile ipotesi è che l’aumento dei livelli ematici di zinco, ottenuto grazie all’apporto di ZnO con la dieta, riducano la traslocazione batterica dal piccolo intestino ai linfonodi mesenterici ileali, senza tuttavia presentare effetti sulla batteriemia, apportando un effetto benefico nella protezione nei confronti delle infezioni indotte dalle endotossine da E. coli. L’ossido di zinco inoltre, può proteggere le cellule intestinali dalle infezioni da Escherichia coli enterotossigeni per inibizione dell’adesione batterica, prevenendo l’aumento della permeabilità delle tight junctions e la modulazione dell’espressione genica delle citochine.

Impatto ambientale e selezione batterica
Come ormai è noto da tempo è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale “il decreto del Direttore Generale della Sanità Animale e dei Farmaci Veterinari che revoca, a partire dal 31 Dicembre 2021, le autorizzazioni dei medicinali veterinari contenti ossido di Zinco da somministrare per via orale a specie animali per produzione alimentare in tutte le confezioni e preparazioni autorizzate. I lotti prodotti prima di tale data devono essere smaltiti entro e non oltre il 25 Giugno 2022, dopodiché la prescrizione e l’impiego sotto qualsiasi forma, compresi mangimi medicati e prodotti intermedi, sono vietate”. Tale decisone è conseguente all’identificazione di un rischio ambientale grave dovuta alla capacità dello zinco di accumularsi nel terreno, nell’acqua e nel sedimento: lo spandimento continuo sul terreno di liquame proveniente da animali trattati, specialmente se per lunghi periodi di tempo e con possibile aggravante di impieghi illeciti e non autorizzati, nell’ambito di pratiche di suinicoltura intensiva può essere causa di significativi danni. Come primo effetto lo zinco influenza negativamente l’attività dei microrganismi e dei vermi di terra: in questo modo la scissione del materiale organico rallenta sensibilmente portando ad un impoverimento del suolo. Inoltre su terreni ricchi di zinco soltanto un limitato numero di piante può sopravvivere, a causa della loro incapacità di riuscire a smaltire le elevate dosi assorbite.

Dal suolo lo zinco può poi raggiungere le falde acquifere, in particolare se gli spandimenti vengono effettuati su terreni sabbiosi e molto drenanti. Una volta raggiunta la falda, gli effetti sono molteplici: oltre a contaminare la falda stessa è in grado di aumentare l’acidità dell’acqua, inoltre i pesci possono accumularlo all’interno dei loro tessuti, quando vivono in ambienti particolarmente contaminati, causando il fenomeno denominato biomagnificazione (meccanismo per cui i livelli di una sostanza chimica aumentano all’interno di una catena trofica in relazione alla predazione, così che il predatore ne contenga quantità superiore rispetto alla sua preda) (Figura 4).

L’impatto ambientale non è solo l’unico problema riscontrato: diversi studi hanno dimostrato che l’eccessivo uso di ZnO promuove la selezione di batteri resistenti, in particolar modo Stafilococchi (tra i quali S.Aureus e i suoi cloni meticillino-resistenti); questa resistenza è causata dalla presenza di un particolare gene (czrC) associato a determinati tipi di cassette geniche (cassetta cromosomica stafilococcica mec-SCCmec). È obbligatorio sottolineare che la SCCmec è la porzione genetica che ospita il gene responsabile della resistenza a tutti i beta-lattamici (dalla penicillina alle cefalosporine di 3° e 4° generazione). Pertanto la pressione selettiva esercitata dall’uso di medicinali veterinari contenenti ZnO può selezionare batteri resistenti a tutti i beta-lattamici e analogamente la pressione di selezione esercitata dall’uso di beta-lattamici può co-selezionare per la resistenza allo zinco, rendendo più ampia la diffusione degli agenti resistenti a queste molecole. A fronte di tutto questo, il CVMP (Comitato per i medicinali veterinari) ha stabilito che: “Il bilancio beneficio-rischio dei prodotti contenenti ossido di zinco da somministrare per via orale in animali produttori di alimenti è negativo, dal momento che i benefici di ZnO per prevenire la diarrea nei suini non sono superiori ai rischi per l’ambiente. Il CVMP ha riconosciuto anche che vi è un rischio di co-selezione di resistenza associata con l’uso di ossido di zinco”. In ogni caso la potenziale riduzione dell’uso di agenti antimicrobici nel settore zootecnico dovuta dall’utilizzo di ZnO non è da considerarsi un beneficio aggiuntivo.

Sviluppi futuri
E’ ovvio che la futura indisponibilità di medicinali veterinari contenenti ossido di zinco costituirà un drastico cambio di rotta: il periodo compreso tra il primo di Gennaio e il 25 Giugno 2022 aprirà le porte ad una fase di transizione necessaria per permettere agli allevatori di adottare opportuni cambiamenti nella gestione dei loro allevamenti al fine di evitare un incremento degli episodi di diarrea post-svezzamento, assicurare il benessere animale e prevenire l’aumento dell’uso di antibiotici. L’ideale sarebbe sfruttare al meglio questo lasso di tempo per poter impostare una nuova direzione basata principalmente su strategie di management aziendali e programmi nutrizionali appropriati affiancati ad un uso consapevole e razionale dell’antibiotico. Questi aspetti saranno approfonditi nel prossimo numero.