La niacina contro lo stress da caldo

La niacina contro lo stress da caldo

di Sonia Rumi

La questione stress da caldo nella bovina da latte deve essere risolto anche con la micro nutrizione che mediante integrazioni mirate può migliorare lo stato fisiologico della bovina, le sue capacità immunitarie e le prestazioni produttive e riproduttive.
La niacina è ampiamente riconosciuta quale potente agente anti-lipolitico che riduce la perdita di peso corporeo a cui gli animali vanno incontro nelle prime settimane di post parto, situazione che predispone alla chetosi. Studi più recenti le conferiscono un ruolo importante nel ridurre la sensibilità allo stress da caldo, grazie all’aumento della vasodilatazione periferica ed all’incremento del tasso di traspirazione.

Una bovina che produce 30 Kg di latte deve disperdere nell’ambiente una quantità di calore pari a quella sprigionata da 16 lampade ad incandescenza da 100 watt (Flamenbaum, JDS 69:3140- 3147). Quando la temperatura esterna e l’umidità relativa (THI) aumentano, questo meccanismo di dispersione della temperatura corporea diventa difficoltoso, infatti le bovine possono ricorrere alla sudorazione solo limitatamente. Già la combinazione di una temperatura esterna di 22 °C e di un’umidità relativa del 40% provoca l’adozione da parte della vacca da latte di comportamenti finalizzati alla riduzione del calore prodotto dalla sua attività metabolica ed alla sua dispersione, con l’obiettivo primario di mantenere costante la sua temperatura corporea che è di circa 38.5°C. Inizialmente è possibile osservare una riduzione dell’ingestione (finalizzata alla riduzione della produzione di calore derivante dalle fermentazioni ruminali), successivamente, un aumento del consumo d’acqua e un aumento della frequenza respiratoria (funzionale alla dispersione di calore dall’apparato respiratorio) e, infine, una riduzione dell’attività motoria (che ha sempre l’obiettivo di ridurre il calore prodotto dal metabolismo muscolare). Questo meccanismo di adattamento ha come conseguenza il calo della produzione di latte, grasso e proteine, una riduzione del comportamento estrale ed una riduzione del tempo passato sdraiata.

Se i sistemi di raffrescamento degli animali sono insufficienti è possibile che le bovine vadano in contro ad una condizione di stress da caldo. Questa condizione, di fatto patologica per la bovina, si può oggettivamente diagnosticare attraverso la misurazione della temperatura corporea e della frequenza respiratoria. Basta un aumento di soli 0.5°C della temperatura corporea e una frequenza respiratoria di oltre 80 atti al minuto per diagnosticare che gli animali non sono stati in grado di gestire l’aumento di THI. Se oltre il 15% delle bovine presentano un aumento della temperatura rettale e della frequenza respiratoria, questo significa che in stalla esiste un fattore di rischio collettivo, altrimenti si tratta di singole bovine che non riescono ad adattarsi al caldo e che quindi devono essere gestite individualmente.

Inoltre, è risaputo come dopo l’estate la bassa produzione di latte e la ridotta fertilità persistano fino all’inverno inoltrato (figura 1). In relazione a questo problema, molti allevamenti si sono dotati di sistemi di raffrescamento degli animali che hanno ridotto una parte delle perdite produttive e riproduttive tipiche dell’estate e dei mesi successivi. In questi lunghi anni di ricerca di soluzioni per mettere le bovine in condizione di adattarsi al meglio alle alte temperature, si sono accumulate conoscenze sul ruolo della nutrizione clinica e funzionale.

Figura 1. Produzione media mensile e giorni di lattazione (DIM) nella Frisona italiana 2015-2020.
Fonte Ufficio Stidi AIA.

Come accennato la prima reazione delle bovine, nel tentativo di acclimatarsi, è ridurre l’ingestione per diminuire la produzione di calore dalle fermentazioni ruminali. In considerazione del fatto che le vacche da latte in estate mangiano soprattutto durante la notte, si dovrebbero tenere accese le luci di stalla e somministrare la razione in coincidenza con la mungitura pomeridiana. Una strategia è la somministrazione della razione due volte al giorno in coincidenza con le due mungiture, preoccupandosi di avvicinarla alla mangiatoia almeno 4 volte al giorno. Le razioni estive hanno in genere una minore concentrazione di amido ed una maggiore concentrazione di zuccheri e fibre digeribili da concentrati come la crusca, le buccette di soia e le polpe di barbabietola. Consigliabile, in estate, è aumentare la concentrazione proteica della razione agendo sulla quota a bassa degradabilità ruminale ed inserendo aminoacidi rumino-protetti come metionina e lisina soddisfacendo il 110% del fabbisogno.

A causa del rallentamento delle fermentazioni ruminali, si riduce la produzione ruminale di vitamine del gruppo B, per cui un apporto supplementare, specie se di vitamine rumino- protette, può essere un valido aiuto alla salute delle bovine. In estate, il bilancio energetico e proteico negativo tipico delle ultime settimane di gestazione e dei primi 90 giorni di lattazione, porta ad un più intenso dimagrimento delle bovine e quindi ad una maggiore lipo-mobilizzazione. La niacina, denominata anche vitamina PP o vitamina B3, se utilizzata ad almeno 6 gr. al giorno, è in grado di ridurre la mobilizzazione degli acidi grassi (NEFA) dal tessuto adiposo e quindi di diminuire significativamente il rischio di lipidosi epatica e chetosi metabolica estiva. Quest’ultima malattia metabolica è la maggiore responsabile della riduzione della percentuale di bovine di razza frisona che superano i 40 Kg al picco di lattazione e quindi della diminuita produzione media degli allevamenti. Una chetosi sub-clinica riduce infatti del 7% la produzione al picco produttivo. La niacina, inoltre, sembra avere un effetto positivo di aiuto alle bovine nella dispersione del calore corporeo. Lo stress da caldo è quella condizione morbosa dovuta al fatto che un organismo vivente può avere difficoltà nel mantenere stabile la sua temperatura corporea durante il caldo e l’umidità estiva. La vitamina PP, se somministrata in forma ruminoprotetta nella quantità di 12 gr. al giorno, è in grado di indurre una vasodilatazione periferica e un’aumentata attività delle ghiandole sudoripare, anche se queste sono presenti in esigua quantità sul corpo nei ruminanti, determinando una maggiore dispersione del calore corporeo attraverso la pelle. La verifica di campo, dell’efficacia dell’aggiunta di niacina, consiste nel tenere sotto controllo la temperatura rettale. Gli investimenti, anche in termini di strutture, rappresentano un valido supporto alla lotta allo stress da caldo. È il caso dei passaggi, che possono essere allargati, del sistema di ventilazione e bagnatura delle bovine e degli abbeveratoi che devono essere posti preferenzialmente nella parte posteriore della corsia d’alimentazione e all’uscita della sala o dei robot di mungitura; se la stalla è dotata di paddock esterni è bene dotarli di abbeveratoi posti all’ombra. Considerato che i consumi d’acqua aumentano in estate anche del 50%, gli abbeveratoi devono installati oltre il fabbisogno minimo della mandria.

Tabella 1. Fabbisogni nutritivi di minerali e vitamine di una Frisona in lattazione *.

L’unione fa la forza

L’unione fa la forza

Cooperativa Zootecnica Scaligera

di Davide Pozzi

L’unione fa la forza. È una regola senza eccezioni, un motto vincente che stimola ed entusiasma persone con obiettivi comuni e che apre le porte a nuovi progetti ed opportunità. Questo accade nella Cooperativa Zootecnica Scaligera da quasi 50 anni; in questo contesto, numerose realtà di piccoli allevatori hanno unito le proprie forze ed attivato un circolo virtuoso di eccellenza, dove il benessere degli animali e la produzione di carni di prima scelta sono al centro del loro operato. La Cooperativa Zootecnica Scaligera affianca l’esperienza nell’allevamento dei bovini da carne alla passione per il territorio, all’innovazione e al rispetto dell’ambiente. Nel rispetto delle buone pratiche dell’economia circolare, la Scaligera garantisce il ciclo completo della produzione degli animali destinati all’ingrasso. Nata a Mozzecane in provincia di Verona nel 1983, rappresenta oggi una delle più prestigiose realtà nel comparto della produzione di carne bovina italiana; lavorando con 50 soci su 3.000 ettari coltivati, arriva a 40.000 capi prodotti ogni anno. Socia di Comazoo, la Cooperativa Zootecnica Scaligera è retta e disciplinata secondo il principio della mutualità. Ha per scopo la valorizzazione delle produzioni agricole dei soci attraverso la programmazione delle produzioni e l’adeguamento qualitativo e quantitativo delle stesse alla domanda. La Cooperativa gestisce direttamente l’offerta, concentrando e commercializzando direttamente le produzioni dei soci, partecipa alla gestione delle crisi di mercato, concorrendo alla riduzione / stabilizzazione dei costi di produzione e promuove pratiche colturali, di allevamento e tecniche di produzione rispettose dell’ambiente e del benessere degli animali, migliorando la qualità.

Accanto alla qualità, la Cooperativa Scaligera, fornisce un’immagine di garanzia. Qualità, packaging e certificazioni sono gli strumenti che affiancano un prodotto di fascia elevata; una prima scelta riconoscibile anche dal logo che appone al prodotto. Attraverso 400 piani annuali di autocontrollo, certifica la fase di allevamento dell’animale, le materie prime e tutto il percorso fino alla frollatura della carne. Scaligera offre un servizio personalizzato e flessibile per essere presenti puntualmente nei canali: DO, GDO, INGROSSO e HO.RE.CA. non solo nel Nord Italia ma anche nel Centro e nel Sud, in oltre 60 macellerie.

La qualità delle carni è il risultato di una rigorosa selezione genetica e di un costante controllo di tutte le fasi produttive, garantite da esperti. Il Disciplinare di produzione di Scaligera sottopone i propri allevamenti ad un rigoroso processo di autocontrollo, certificando, inoltre, i bovini, per il Benessere Animale (Classyfarm) e sottoponendoli a verifica CSQA per il “Disciplinare del vitellone e della scottona”, e le produzioni di cereali, con marchio “QV – Qualità Verificata”. Da alcuni mesi, Scaligera ha adottato alcune soluzioni tecnologiche in materia di gestione alimentare in stalla. In un’ottica di Precision Feeding è stato acquistato un software di gestione e programmazione delle razioni per l’alimentazione zootecnica. Una razione personalizzata e controllata per i bovini, che permette al nutrizionista e agli allevatori di fare scelte alimentari razionali ed efficaci a seconda delle specifiche esigenze. Il Precision Feeding consiste nel somministrare ai singoli gruppi di bovini una razione esatta, personalizzata e controllata, pesando e registrando carichi e scarichi dell’unifeed. Tra le possibilità che il precision feeding apre all’allevatore, infatti, c’è quella, appunto, di pesare con precisione i prelievi di insilato, fieno e altri alimenti che vengono immessi nel carro unifeed. Pesandoli anche in modo automatizzato e controllato dal computer, è possibile registrare e confrontare le quantità utilizzate ogni giorno e nei vari periodi dell’anno e reimpostare in modo consapevole e controllato questi impieghi. Ovviamente tutto questo si traduce anche in un risparmio di foraggio, o almeno in un controllo degli sprechi e in una migliore verifica delle scorte di magazzino. Ma la principale finalità dell’alimentazione di precisione non è tanto il risparmio di alimento, quanto quella di far sì che la quantità di alimento effettivamente somministrata ai bovini si avvicini il più possibile con quella teoricamente prevista quando sono state progettate le razioni. L’alimentazione di precisione si occupa anche del fattore qualità; per esempio, applicando rilevatori Nirs al carro miscelatore, si possono controllare e registrare i valori nutrizionali degli alimenti che compongono l’unifeed. Questo elemento è importante soprattutto per i foraggi che possono essere portatori di una enorme variabilità nella razione somministrata.

A breve, sarà presentato dalla Cooperativa un innovativo progetto volto alla riduzione dell’utilizzo di antibiotici per gli animali bovini che prenderà il via in tutti gli allevamenti di Scaligera. Un’azione importante volta a migliorare il benessere animale con un approccio nuovo e integrato capace di tutelare maggiormente l’animale e proporre al mercato prodotti sempre più in linea con la domanda del consumatore finale.

PPSD nelle scrofe: management alimentare

PPSD nelle scrofe: management alimentare

di Stefano Montanari

L’insufficiente e inadeguata produzione di colostro e latte da parte della scrofa viene definita Sindrome Disgalattica Post Parto (PPDS); diffusa in tutto il mondo è responsabile di gravi perdite economiche dovute all’aumentata mortalità pre-svezzamento dei suinetti e ad un loro ridotto accrescimento. A causa della sua natura multifattoriale l’identificazione dei differenti fattori di rischio e del relativo impatto non è sempre ben definita, ma viene comunque riconosciuto un ruolo centrale alle endotossine prodotte dai batteri Gram negativi a livello di intestino, utero e vescica. Queste tossine inducono un’inibizione della funzionalità secretoria mammaria di colostro e di latte.

L’intestino è uno dei sistemi più sensibili del suino: è in continuo contatto con l’ambiente esterno ed è facile che possa essere usato come via di ingresso per batteri potenzialmente patogeni. Questi batteri generalmente sono presenti nell’intestino dell’animale a concentrazioni non patogene: finché tra la flora intestinale vi è un giusto equilibrio e il sistema immunitario funziona in modo corretto, non si svilupperanno segni clinici. Sono comunque molti i fattori che influiscono sulla funzionalità della barriera intestinale ed anche piccole variazioni dello stato di eubiosi (equilibrio della flora intestinale) possono rappresentare un problema per l’organismo.

Nei giorni precedenti il parto, generalmente alla scrofa viene somministrata una ridotta quantità di cibo, con conseguente calo nell’ingestione di fibra; questo può indurre un rallentamento dello svuotamento intestinale a causa dell’aumento della consistenza delle feci, con relativa costipazione peraltro aggravata dallo stato di gravidanza dell’animale. Questo comporterà una massiccia moltiplicazione di batteri gram negativi a livello intestinale come E. Coli, predisponendo quindi ad un dismicrobismo con conseguente aumento di endotossine batteriche e relativo assorbimento. Inoltre le endotossine aumentano la permeabilità intestinale, permettendo ai batteri di raggiungere il circolo ematico ed andando a colonizzare altri distretti quali utero, vescica e soprattutto mammella.

Lavorando sull’alimentazione siamo in grado di modulare la peristalsi. La fibra è un elemento essenziale che influenza la composizione delle feci. Esistono due tipologie di fibra: solubile e insolubile. La fibra solubile, in genere apportata dalle polpe di barbabietola, a contatto con l’acqua presente nel lume intestinale tende a formare un composto gelatinoso che facilita l’assimilazione delle sostanze nutritive, mentre la fibra insolubile, apportata dalla crusca, assorbe grandi quantitativi di acqua con conseguente aumento del volume delle feci, velocizzando lo svuotamento intestinale; inoltre questo tipo di fibra esercita anche un’azione meccanica sulle pareti dell’intestino. Il giusto equilibrio fra queste due tipologie di fibra aiuta a mantenere una corretta peristalsi, evitando quindi costipazione e stitichezza.

Un’altra materia prima interessante per migliorare il transito intestinale nelle scrofe e ridurre i danni causati da endotossine è il lino; i semi di lino contengono particolari polisaccaridi idrosolubili, definiti mucillagini, che a contatto con l’acqua si comportano come delle spugne, assorbendola e facilitando così il transito intestinale. Questi polisaccaridi inoltre, stimolano selettivamente processi fermentativi positivi. L’introduzione nella dieta di acidificanti, prebiotici e/o probiotici può stabilizzare la flora intestinale e inibire la proliferazione di batteri patogeni e la liberazione dei loro metaboliti più dannosi, come appunto le endotossine. Anche la somministrazione di componenti vegetali, oli di piante o fitocomplessi con attività antibatterica si rivela una buona strategia.

L’aggiunta di acidi alla razione permette di mantenere basso il ph gastrico: questo ci consente di ridurre e controllare il ph durante tutto il processo digestivo, stabilizzando l’equilibrio tra ambiente gastrico acido e ambiente basico intestinale, limitando così la massiccia colonizzazione batterica intestinale.

I prebiotici sono sostanze organiche non digeribili, capaci di stimolare in modo selettivo il metabolismo e la crescita di una o alcune specie di microrganismi intestinali; hanno effetto soprattutto a livello intestinale poiché sono utilizzati dai batteri, aumentando così la produzione di acidi grassi a corta catena e risultando una fonte energetica per gli enterociti. Hanno inoltre effetti positivi anche sul ph. I probiotici sono supplemento a base di microrganismi vivi quali lieviti o lattobacilli, in grado di migliorare l’equilibrio intestinale inibendo la crescita dei batteri patogeni a livello dell’intestino tenue (come ad esempio E.Coli) e allo stesso tempo producono attivamente di acidi grassi a corta catena e stimolano la secrezione di enzimi da parte dell’organismo. Inoltre riducono nell’ultima parte dell’intestino tenue e nell’intestino crasso la concentrazione di substrati necessari per la moltiplicazione dei batteri patogeni. I probiotici, assieme ai batteri produttori di acido lattico normalmente presenti nell’organismo, stimolano la mucosa e le cellule immunocompetenti stabilizzando così la barriera difensiva intestinale. Sostanze di origine vegetale come oli, estratti di piante e fitocomplessi hanno, grazie alle loro naturali proprietà antibatteriche ed antiossidanti, un effetto positivo sulla flora microbica intestinale. Le vitamine svolgono un ruolo importante sull’integrità del sistema immunitario della scrofa: si osservano effetti positivi quando si aggiungono alla razione vitamina E (antiossidante), vitamina C (antiossidante e stimolatore del sistema immunitario) e vitamine del gruppo B.

Infine una componente fondamentale della dieta della scrofa spesso sottovalutata è l’acqua. L’acqua è essenziale per il corretto svolgimento dei processi digestivi gastroenterici, ed è il cardine su cui ovviamente si basa la produzione di latte. Alla luce di ciò è importante che sia pulita, priva di tossine, con basso tenore di ferro e magnesio e che sia di facile fruizione per l’animale con abbeveratoi sempre funzionanti ed in grado di fornire il giusto flusso di acqua (l’ideale sarebbe 4 litri al minuto).

Il materiale di arricchimento

Il materiale di arricchimento

di Sujen Santini

Come spiegato nella prima parte la morsicatura della coda ha origine multifattoriale ma, l’arricchimento ambientale, sembra essere l’elemento più influente. Un tema che merita quindi uno specifico approfondimento.
Per i suini domestici, in allevamento intensivo, si può parlare di arricchimento solo quando le modifiche apportate a un determinato ambiente migliorano il funzionamento biologico degli animali tenuti all’interno di esso, ovvero permette agli animali la scelta di manifestare una più ampia gamma del loro repertorio comportamentale: esplorano il loro ambiente, pascolano, grufolano, annusano, mordono e masticano. La capacità di un substrato di stimolare l’animale aumenta in relazione ad alcune proprietà del materiale stesso, che sono indispensabili anche a conservarne la sua funzione nel tempo. Un materiale che non può essere distrutto diventa rapidamente poco interessante per il suino, che deve poter modificare l’oggetto attraverso la masticazione. La normativa D.L. vo 122/2011 si esprime molto chiaramente sulla questione, in particolare: “i suini devono avere accesso permanente a una quantità sufficiente di materiali che consentano loro adeguate attività di esplorazione e manipolazione, quali ad esempio paglia, fieno, legno, segatura, composti di funghi, torba o un miscuglio di questi, salvo che il loro uso possa comprometterne la salute e il benessere”. “Qualora si manifestino segni di lotta violenta, occorre immediatamente indagare le cause e adottare idonee misure, quali fornire agli animali abbondante paglia, se possibile, oppure altro materiale per esplorazione.
I materiali di arricchimento dovrebbero permettere ai suini di soddisfare i loro bisogni fondamentali senza comprometterne la salute. A tal fine la Raccomandazione UE 2016/336 stabilisce i criteri riferiti ai materiali manipolabili ideali a ridurre la necessità del taglio della coda:
a) essere commestibili — in modo che i suini possano mangiarli e annusarli, preferibilmente con benefici nutrizionali;
b) essere masticabili — in modo che i suini possano morderli;
c) essere esplorabili — in modo che i suini possano esplorarli;
d) essere manipolabili — in modo che i suini possano modificarne la posizione, l’aspetto o la struttura. Inoltre, i materiali di arricchimento dovrebbero essere forniti in modo tale da essere:
e) sostenere l’interesse, dovrebbero cioè incoraggiare il comportamento esplorativo dei suini ed essere regolarmente sostituiti e aggiunti;
f ) accessibili per la manipolazione orale;
g) forniti in quantità sufficiente (tutti gli animali devono poterne usufruire nell’arco di un’ora e deve essere raggiungibile almeno da 3 suini contemporaneamente);
h) puliti e igienici (non deve essere ricoperto per più del 30% da materiale fecale).
I suini sono abituati a masticare e ingerire ciò che trovano nell’ambiente: per questo sono considerati materiali non idonei gli oggetti nocivi per gli animali, sia dal punto di vista fisico (es. oggetti appuntiti) che dal punto di vista chimico-tossico (es. copertoni di autovetture). In base a queste caratteristiche la Raccomandazione UE 2016/336 classifica i materiali di arricchimento come segue: assente: nessuna presenza di materiale di arricchimento ambientale, oppure materiale completamente inaccessibile agli animali; marginale: il materiale di arricchimento è presente ma non è facilmente raggiungibile dagli animali, oppure non è in quantità adeguate, oppure è costituito da sostanze (es. catene, gomma, tubi in plastica morbida, plastica dura, tronchi di legno duro) che possiedono poche caratteristiche del materiale ideale. Materiali pertanto che costituiscono una distrazione per i suini ma che non dovrebbero essere considerati tali da soddisfare i loro bisogni fondamentali, e quindi dovrebbero essere forniti anche materiali ottimali o sub ottimali; subottimale: materiale di arricchimento presente e facilmente raggiungibile dagli animali, in quantità adeguate, che possiede la maggior parte delle caratteristiche del materiale ideale e che quindi dovrebbe essere utilizzato in combinazione con altri materiali (es. corde naturali, pellet);
ottimale: i materiali ottimali possono essere utilizzati da soli perché possiedono tutte le caratteristiche necessarie per soddisfare le esigenze dei suini come richiesti da Raccomandazione UE 336/2016. Ne sono un esempio paglia (da cereali e legumi), torba, foraggio verde (fieno erba insilato, erba medica) (European Commission SWD 49, 2016).
Per semplicità riportiamo la categorizzazione realizzata da CReNBA per il sistema ClassyFarm

Ai fini della valutazione del rischio morsicatura coda secondo quanto previsto dal sistema Classyfarm, la presenza di queste categorie di materiali comporta la seguente valutazione:
INSUFFICIENTE: Assenza di materiali manipolabili o presenza di materiali manipolabili di sola categoria marginale (es. catena, oggetti di plastica) o non idoneo (es. copertoni).
MIGLIORABILE: Presenza di più materiali manipolabili di categoria subottimale o una commistione di materiali (almeno un marginale e un subottimale) complementari a garantire tutte le proprietà dei materiali idonei.
OTTIMALE: Presenza di materiali manipolabili di categoria ottimale o due di categoria sub ottimale complementari a garantire tutte le 4 proprietà previste (commestibile, masticabile, esplorabile e manipolabile) come da Raccomandazione UE 336/2016. Inoltre il valutatore verifica se il materiale manipolabile è presente in quantitativo sufficiente ed è utilizzato in maniera adeguata. In proposito è opportuno sapere che i materiali manipolabili devono: essere posizionati alla giusta altezza I suini dedicano più tempo a manipolare oggetti posizionati a livello di grufolamento, ovvero sul pavimento. Oggetti appesi a 5 cm di altezza già disincentivano l’uso. sostenere l’interesse I suini riducono il loro comportamento di esplorazione di oggetti nuovi entro 5 giorni dalla loro introduzione. Se il materiale si trova a terra va mantenuto pulito, infatti il suino perde rapidamente interesse per ciò che è imbrattato da feci e urine. non generare competizione I comportamenti alimentare ed esplorativo sono sincronizzati. Ci sono due periodi di picco dell’attività d’esplorazione, uno durante la mattina ed uno durante il tardo pomeriggio-sera, entrambi della durata di diverse ore.
Facciamo qualche esempio.

Per chi ha il pavimento pieno, la lettiera in paglia (o materiale analogo) di quantità (lettiera permanente meglio di una fornitura limitata da una rastreliera) e forma (paglia lunga migliore di quella tritata) ideali rappresenta la soluzione OTTIMALE, come i seguenti dati EFSA dimostrano (Conclusioni dalla valutazione del rischio n. 2 EFSA Journal 2007; 611,8-13):

Negli allevamenti con pavimentazione fessurata, l’alternativa migliore alla lettiera vegetale si è dimostrata essere l’installazione di rastrelliere con paglia o foraggio.

Questa soluzione richiede la formazione del personale e la gestione del grigliato, inoltre ha lo svantaggio di non consentire l’attività di grufolamento. Questi ultimi aspetti possono essere superati posizionando le rastrelliere sopra le mangiatoie, oppure inserendo sotto un tappetino di gomma dura: la paglia cadendo a terra non intasa il grigliato e al contempo consente loro un po’ di attività di grufolamento.
Da un punto di vista economico possiamo fare la seguente simulazione:
Considerando un consumo di circa 80gr/capo/giorno
costo paglia 0,12€/kg x 250 giorni ciclo
costo/ciclo/capo 2,4 €
costo acquisto rastrelliera circa 60 €

Vediamo di seguito alcuni esempi:

Tra i materiali edibili anche le corde vegetali commestibili sono state utilizzate, ma il loro costo e il rapido consumo ne hanno limitato la diffusione.
Facciamo una simulazione economica:
box svezzamento da 50 capi (10-25kg)
consumo circa 1 mt al giorno -> costo corda 0,83 €/mt
Permanenza nel box 30 giorni: 0,5 €/ capo

LEGNO MORBIDO

Tronchetti di legno morbido sono tra i materiali più utilizzati. Possono essere proposti legati (prestando attenzione che raggiungano l’altezza di grufolamento, ovvero a pochi centimetri dal pavimento), a terra (in questo caso è necessario verificare che si mantengono puliti, altrimenti è bene pensare ad un’altra soluzione), oppure inseriti in supporti metallici. Il legno morbido rientra nella categoria subottimale e pertanto da solo è INSUFFICIENTE. Per raggiungere la valutazione OTTIMALE, è necessario abbinarlo ad un altro materiale subottimale complementare, quale ad esempio, la rastrelliera con paglia o fieno oppure le corde vegetali. Spesso lo si trova abbinato alle catene. In proposito è bene precisare che, a fronte delle evidenze di campo, questa combinazione è stata riconsiderata MIGLIORABILE IN VIA TRANSITORIA. Vale a dire che può essere accettata solo quando non sono presenti fenomeni di morsicatura della coda, mentre, qualora dovessero verificarsi, riconsiderare il materiale manipolabile rappresenta uno dei principali punti di intervento. Da un punto di vista economico possiamo considerare un costo di circa 0,10 €/suinetto, mentre nella fase di accrescimento-ingrasso è di circa 0,25 €/suino.

Iniziamo dalla coda

Iniziamo dalla coda

di Sujen Santini

L’animale è un essere senziente, capace di ricevere e reagire agli stimoli in maniera cosciente, traendo beneficio da un’esperienza o, al contrario, esserne danneggiato. Conseguentemente il concetto di benessere comprende non solo l’assenza di malattia ma uno stato di salute completa, sia fisica che mentale, in cui l’animale si trova in armonia con il suo ambiente. Per questo motivo gli aspetti etologici e comportamentali stanno assumendo sempre maggiore importanza nelle valutazioni degli animali allevati sia nei disciplinari di certificazione volontaria, sia nelle scelte legislative della Comunità Europea. Un esempio è rappresentato dalla Direttiva Europea 2008/120 che abolisce il taglio della coda effettuato di routine, ammettendo invece il suo taglio solo in deroga, cioè dopo che si è dimostrato di aver messo in atto tutte le strategie possibili per evitare fenomeni di morsicatura. Ma perché l’attenzione è stata rivolta a questa pratica? Secondo il rapporto tecnico scientifico dell’European Food Safety Autority (EFSA 2011) “una coda intatta e arricciata potrebbe essere il singolo indicatore basato sull’animale, più importante per la valutazione del benessere nei suini allo svezzamento, in accrescimento e all’ingrasso …” attestante “l’alta qualità gestionale e il rispetto per l’integrità del suino”. L’aspetto predominante non sarebbe quindi quello del dolore causato all’animale durante la pratica di mutilazione (elemento comunque non trascurabile), quanto non limitare la loro possibilità di manifestare un disagio e pertanto “silenziare” una sofferenza fisica ed emotiva. A qualcuno questa affermazione potrebbe anche far sorridere, ma tutelare lo stato emotivo degli animali quanto quello fisico è un concetto ormai sdoganato. Sempre secondo EFSA, “la morsicatura della coda è considerata un comportamento anormale. Ha una origine multifattoriale ma la principale causa è considerata essere il bisogno di esplicare un comportamento esplorativo. La morsicatura della coda è associata a frustrazione ed è quindi indice che gli animali siano in condizione di ridotto benessere.”

Secondo il parere dell’EFSA quindi “la morsicatura della coda è il segno che qualcosa nel sistema è sbagliato.” Nella figura di seguito vediamo schematizzati in modo facilmente leggibile i fattori che concorrono al rischio morsicatura coda secondo la loro maggiore o minore incidenza. Il fattore di maggiore rischio è proprio l’”ambiente vuoto”, cioè senza materiale di arricchimento. Anche se alimentati a volontà, quando ai suini domestici è consentito di vivere in un ambiente boschivo, continuano a dedicare il 75% del loro tempo attivo a comportamenti di pascolamento e di alimentazione. Ciò significa che anche se soddisfiamo pienamente le loro necessità fisiologiche, quale ad esempio una dieta ad libitum nutrizionalmente bilanciata, sono ugualmente altamente motivati ad esplorare i loro dintorni alla ricerca di organi sotterranei delle piante (tuberi, radici, rizomi), di un luogo confortevole per riposare, di informazioni sull’ambiente circostante.

Il punto è quindi mettere in atto tutte le possibili strategie per trovare il miglior compromesso tra la condizione che sarebbe per loro normale (A) e le condizioni di allevamento intensive (B). Proviamo a cambiare prospettiva considerando i fattori di rischio da quelli “più facili da cambiare” a quelli che richiedono più tempo o investimenti per attuare azioni correttive.

1. ALIMENTAZIONE INAPPROPRIATA

Il primo aspetto da considerare è la sanità degli alimenti, intesa come loro conservazione, presenza di muffe o micotossine. Le principali micotossine considerate importanti dal punto di vista sanitario nei suini sono i tricoteceni, specialmente il desossinivalenolo (DON), le aflatossine, le ocratossine, le fumonisine e lo zearalenone. Purtroppo le tossine raramente sono presenti singolarmente e bisognerà pertanto considerare la presenza nel loro insieme. In particolare il DON, detta anche vomitotossina, porta in prima istanza a un rifiuto dell’alimento e conseguente nervosismo. Le micotossine sono anche causa di necrosi della coda, spesso il primo segno che anticipa l’inizio del cannibalismo. In genere le micotossine sono solubili, per cui in un alimento somministrato a bagnato l’effetto negativo (es, rifiuto del cibo legato al DON) è maggiore che a secco. Esiste una variabilità individuale, di età e di razza alla sensibilità: sempre per il DON il livello massimo di accettabilità di un mangime è di 500 ppb nei suini grassi e 250-300 ppb negli svezzamenti. Bisogna poi accertarsi di sodisfare i fabbisogni nutrizionali. Primo fra tutti l’apporto proteico e amminoacidico: nelle diete con il 20% in meno di proteina rispetto ai fabbisogni consigliati compaiono più casi di morsicature e spesso l’aumento (sempre rispetto ai fabbisogni) del 20% dei livelli di Lisina, Treonina, Metionina e Triptofano digeribile abbassano il livello di aggressività in gruppi di suini ad elevato livello sanitario. Il triptofano è il precursore della serotonina, una triptamina che controlla lo stato emozionale: è infatti dimostrato che i soggetti morsicatori hanno un livello di serotonina ematica più basso. Per questo motivo Comazoo ha posto grande attenzione nella formulazione amminoacidica, introducendo anche i valori di triptofano nella dichiarazione “parametri analitici” presente nel cartellino mangime. Altro aspetto importante è l’apporto minerale, soprattutto di sodio e magnesio.

Normalmente l’inclusione di cloruro di sodio nei mangimi è di circa lo 0,3-0,5%: in caso di morsicatura della coda è bene raggiungere l’1% per ridurre la attrazione del sangue da parte dei suini morsicatori; il magnesio invece è un elemento miorilassante che sembrerebbe avere un effetto calmante (diete supplementate con maggiori quantità di magnesio evidenziano meno cortisolo nella saliva dei suini). Da non trascurare è anche il livello di fibra e la tipologia di fonti fibrose. Ad esempio l’assunzione di polpe secche di bietola può aiutare poiché aumentano il senso di sazietà e quindi concorrono a indurre una maggiore calma dei soggetti. Inoltre è importante anche considerare la corretta granulometria del mangime poiché l’insorgenza di ulcere aumenta la motivazione dei suini a masticare e quindi predispone ad un aumento di rischio di morsicatura della coda. Anche la gestione dell’alimentazione è importante con particolare riferimento alla regolarità e tipologia di somministrazione (es. a secco/in broda, ad libitum/razionato, orari regolari di somministrazione). L’assenza o il ritardo nell’arrivo degli alimenti innescano nervosismo per l’attesa e frustrazione dovuta alla incapacità di anticipare l’arrivo del pasto. Sistemi di stabulazione che prevedono un’alimentazione ad libitum con spazi di alimentazione multipli che non generano competizione, hanno dimostrato di avere una più bassa prevalenza di morsicature delle code e altre lesioni. Come precedentemente detto, la somministrazione di solo mangime concentrato, ancor di più se in broda, non soddisfa la fisiologica necessità di masticazione mantenendo l’animale nella costante ricerca di foraggio. E’ la stessa sensazione che potrebbe sperimentare ognuno di noi costretto ad alimentarsi solo con pasti frullati! Anche l’accesso all’alimento è fondamentale, garantendo uno spazio sufficiente a non innescare competizione. Per questo, per animali pesanti, ovvero oltre i 150 kg, sono necessari almeno 50 cm di fronte mangiatoia per capo. Parlando di alimentazione non dobbiamo dimenticare l’acqua: qualità, accesso e facilità di abbeverata. L’ideale sarebbe avere almeno due abbeveratoi per box o comunque almeno 1 ogni 10 capi.

2. RIMOZIONE DI ANIMALI CHE PRATICANO/SUBISCONO LA MORSICATURA DELLA CODA

Quando in un gruppo inizia a comparire il cannibalismo, diventa progressivamente sempre più difficile contrastarlo. Una volta che il fenomeno della morsicatura della coda è iniziato, la gravità del problema dipende dall’intensità del comportamento e dal numero di suini coinvolti. Il sanguinamento che deriva da una coda morsicata spesso stimola l’interesse a mordere ulteriormente la coda di altri suini compagni di box. Intervenire tempestivamente nell’individuazione e rimozione dei morsicatori e nella cura e gestione degli animali feriti è fondamentale. Prendiamo in considerazione i morsicatori, ne esistono 3 tipi:

• necessità di pascolamento ed esplorazione
E’ il più frequente. In una prima fase il morsicatore manipola la coda di un altro senza aggressività e senza causare lesioni come naturale espressione del comportamento esplorativo e di grufolamento. Questo comportamento generalmente è tollerato dal ricevente. Quando si genera una lesione sanguinante, questa scatena la seconda fase che induce un comportamento aggressivo e incentiva altri suini ad iniziare. L’assenza di sollecitazioni ambientali determina infatti vincoli allo sviluppo e all’espressione dei normali comportamenti specie-specifici, influenzando le attività comportamentali e deviandole verso altri animali: in altre parole quando il materiale di arricchimento non è idoneo esplorano e manipolano altri suini.

• competizione per le risorse
In questo caso la coda viene morsicata provocando da subito gravi lesioni, arrivando al cannibalismo

• comportamento ossessivo

E’ possibile che questo comportamento si inneschi a seguito di un focolaio dei due precedenti o può innescarsi in condizioni di alterato stato sanitario, forte stress o predisposizione innata. L’individuazione precoce che all’interno del gruppo c’è un soggetto morsicatore o di disturbo è possibile osservando la posizione della coda degli altri suini: se la coda è tenuta bassa e nascosta tra le zampe vuol dire che l’animale è in un atteggiamento difensivo e di protezione da un morsicatore. Una volta individuato il morsicatore questo va tempestivamente isolato, così come se ci sono già degli animali con ferite devono essere messi in infermeria e curati adeguatamente. Per riconoscere gli animali morsicati da mettere in infermeria possiamo rifarci alla figura a lato (Welfare Quality Protocol, 2009):

3. RIMESCOLAMENTO DEGLI ANIMALI

In natura l’organizzazione sociale è funzionale al sostentamento e alla difesa dell’individuo e con questa finalità si è evoluta in gruppi matriarcali dove l’inserimento dei maschi avviene solo per finalità riproduttive. Si caratterizza per una netta divisione dei ruoli e soprattutto per l’esistenza di un ordine gerarchico che si stabilisce in seguito a conflitti più o meno ritualizzati tramite i quali gli animali più forti e più capaci riescono ad occupare i ranghi più elevati, mentre gli altri diventano subordinati. La gerarchia si stabilisce nel giro di pochi giorni dal graduale inserimento di nuovi individui e solitamente è abbastanza stabile, anche se è possibile registrare frequenti cambi di rango, in particolare tra le classi medie. Questo fatto spiega il continuo mantenimento, anche se a livelli minimi, dell’aggressività tra animali che sono stati raggruppati da molto tempo. Questo innato comportamento sociale è in netto contrasto con le dinamiche che si verificano nell’allevamento intensivo, dove le tempistiche di rimescolamento e l’organizzazione per categorie dei gruppi segue logiche dettate dalla gestione aziendale. Inoltre, potrebbe dare una spiegazione al perché i principali moriscatori sembrano essere le femmine, mentre i maschi castrati sembrano avere la maggiore probabilità di essere morsicati. Inoltre, per la posizione di svantaggio nell’accaparramento delle risorse è più probabile che i morsicatori non siano i soggetti dominanti, bensì i soggetti più piccoli e subordinati che possono arrivare a mordere la coda nel tentativo di spiazzare gli altri animali dalla risorsa di cui hanno bisogno. La formazione di nuovi gruppi da dopo lo svezzamento in poi è un’operazione che richiede sempre la dovuta attenzione: l’età non rappresenta un indicatore della probabilità che avvengano combattimenti, ma è correlata alla quantità e alla durata dei combattimenti.

Per questo motivo è importante osservare alcune indicazioni di buone pratiche, quali:
• Spostare gli animali preferibilmente verso sera
• Far trovare nel box materiale di arricchimento idoneo • Somministrare rapidamente il pasto serale
• Fare i gruppi omogenei per peso e taglia • Se possibile mantenere il gruppo di partenza omogeneo

4. SCARSA QUALITÀ DELL’ARIA

La circolazione dell’aria, la quantità di polvere, la temperatura, l’umidità relativa dell’aria e le concentrazioni di gas sono fattori che possono e devono essere tenuti sottocontrollo poiché possono interferire negativamente sullo stato di salute e quindi nervosismo degli animali.

5. ARRICCHIMENTO NON IDONEO

Per i suini domestici, in allevamenti intensivo, si può parlare di arricchimento solo quando le modifiche apportate a un determinato ambiente migliorano il funzionamento biologico degli animali tenuti all’interno di esso, ovvero permette agli animali la scelta di manifestare una più ampia gamma del loro repertorio comportamentale: esplorano il loro ambiente, pascolano, grufolano, annusano, mordono e masticano. La capacità di un substrato di stimolare l’animale aumenta in relazione ad alcune proprietà del materiale stesso, che sono indispensabili anche a conservarne la sua funzione nel tempo. Un materiale che non può essere distrutto diventa rapidamente poco interessante per il suino, che deve poter modificare l’oggetto attraverso la masticazione. I suini sono abituati a masticare e ingerire ciò che trovano nell’ambiente: per questo è importante che sia commestibile e/o non nocivo. Se il materiale si trova a terra va mantenuto pulito, infatti il suino perde rapidamente interesse per ciò che è imbrattato da feci e urine.

Riassumendo le caratteristiche che devono avere i materiali manipolabili sono:
• commestibili: devono poterli annusare e mangiare;
• masticabili: devono poterli mordere; • esplorabili: devono poterli esplorare;
• manipolabili: devono poter modificarne la posizione, l’aspetto o la struttura.
Essendo il materiale di arricchimento ambientale il fattore più importante per ridurre il rischio di morsicatura coda, dedicheremo un articolo specifico all’approfondimento di questo aspetto.

6. SCARSO STATO DI SALUTE INDIVIDUALE O DEL GRUPPO

Tutto ciò che disturba un perfetto stato di salute può incidere sulla morsicatura della coda. Una mortalità post svezzamento superiore al 2.5% aumenta di quasi 4 volte il rischio di morsicatura (EFSA Journal, 2007). Ad esempio, le problematiche sanitarie più comunemente associabili al rischio cannibalismo sono la PRRS, endo e ectoparassitosi, disturbi enterici di origine batterica e virale.

7. STRESS TERMICO (CALDO/ FREDDO)

Vari fattori quali il livello alimentare, la qualità della dieta, l’età degli animali, le dimensioni corporee, la numerosità del box, il tipo di pavimentazione e il tipo di ventilazione influenzano i valori delle temperature critiche, percui la determinazione delle condizioni ambientali operative ottimali deve discendere da un esame complessivo del management. Orientativamente si possono comunque assumere come ottimali i valori di temperatura della tabella 1.

8. ALTA DENSITÀ DI ALLEVAMENTO

Le esigenze di spazio sono sia quantitative sia qualitative, per cui gli effetti negativi della densità elevata saranno minori se le risorse ambientali (cibo, ripari, ecc.) non generano competizione. Va inoltre tenuto presente che i suini tendono a mantenere separate le aree di alimentazione, di riposo e di defecazione, per cui risulta importante anche la possibilità di organizzare lo spazio a disposizione. Sicuramente mantenere la coda lunga necessita di uno spazio maggiore di 1 mt2 capo (parametro peraltro stimato per suini europei macellati leggeri) e, considerato che la morsicatura della coda ha origine multifattoriale, lo spazio minimo necessario dipende da questi. In alcuni casi si sono resi necessari 1,3 mt2 capo. Questo aspetto deve essere tenuto in particolare considerazione, poiché nell’ottica di fornire animali a coda lunga per filiere volontarie dedicate o per l’inevitabile adeguamento legislativo, bisogna considerare che, a parità di superficie di allevamento disponibile, è verosimile considerare una riduzione dei capi allevabili che varia dal 20 al 30%, che si traduce in un aumento dei costi di produzione che varia da circa 0,07 a 0,1 euro/p.v.

9. ASSENZA DI LETTIERA, AVENDONE AVUTO PRECEDENTEMENTE ACCESSO

Se lo svezzamento è su paglia o con particolari sistemi di arricchimento, bisogna tenerlo in seria considerazione quando si ristallano gli animali al sito di ingrasso.

10. SELEZIONE GENETICA PER UNA RIDOTTA DEPOSIZIONE ADIPOSA

Recenti studi, hanno evidenziato che vi è una componente genetica nella predisposizione a mordere la coda e che questa caratteristica è positivamente correlata con il tasso di crescita del tessuto magro. Tale constatazione potrebbe spiegare perché il problema è diventato, apparentemente, più grave nella produzione odierna. Infatti sono alcune genetiche ibride quelle che hanno maggiore probabilità di essere associate alla morsicatura della coda. Tuttavia, a parità di genetica, si evidenziano all’interno di alcune linee/ceppo soggetti con particolare comportamento ossessivo.

MORSICATURA DELLA CODA: CONSEGUENZE NEGATIVE

Dolore e paura: una vittima della morsicatura della coda prova sia dolore che paura, soprattutto in recinti piccoli o vuoti e privi di stimoli, dove non ha la possibilità di proteggersi o sfuggire agli attacchi. Il dolore derivante dalla morsicatura della coda può essere doppio, il primo dalla lesione stessa alla coda, il secondo da ogni conseguente infezione che entra nell’organismo. Declassamento delle carcasse: le lesioni della coda sono associate a pioemia e ad ascessi spinali. I suini con code gravemente morsicate hanno una prevalenza più alta di ascessi polmonari e lesioni pleuriche. Le carcasse dei suini con morsi alla coda (lievi o gravi) sono soggette a più probabile rifilatura e scarto. Ridotto accrescimento: I suini con morsicatura della coda perdono appetito o mangiano meno per evitare di esporre la propria coda ad ulteriori morsi. Energia viene spesa per combattere le malattie e non per la crescita.

SODDISFAZIONE DEL LAVORO: Tutti i fattori di scarsa sanità e benessere animale diminuiscono la soddisfazione del lavoro. Gestire animali in salute è più soddisfacente che trattare animali ammalati. Non dimentichiamoci che zootecnia (dal greco Zootéchne, dal greco τέχνη, “arte”,”perizia”, “saper fare”) è l’arte del saper allevare.

 

L’ipocalcemia nella vacca da latte

L’ipocalcemia nella vacca da latte

di Sonia Rumi

L’ipocalcemia è una delle principali patologie che possono colpire la bovina da latte nell’immediato post parto. La formulazione di una corretta razione nella fase di Close-up (immediato pre – parto) ha come obiettivo, fra i vari nutrienti, la somministrazione della giusta quantità di minerali, nel rispetto dei fabbisogni, anche se ciò risulta di difficile attuazione nella pratica quotidiana. Infatti, i foraggi utilizzati in questa fase contengono quantità eccessive e variabili di alcuni minerali; in particolare potassio e sodio, rischiando di formulare una razione ad elevato DCAD ed esponendo la bovina ad alcalosi metabolica e relativa ipocalcemia indotta.

Per la gestione dell’ipocalcemia post – parto è importante capire come la vacca regola la propria calcemia, al netto di tutti gli altri apporti minerali, in fase di preparto e di come a volte nella gestione delle razioni, nella fase di transizione, il non considerare alcuni fattori fa si che strategie, assolutamente performanti sulla carta, abbiano dato una mancata efficienza nella realtà. Un concetto chiave è la necessità di gestire la frazione ionizzata del calcio. Si tratta della frazione che interviene nella regolazione metabolica del calcio, intervenendo nell’assorbimento intestinale del calcio, nell’escrezione renale e fecale e nella movimentazione nelle ossa; l’altra parte del calcio, cioè quella legata alle proteine, non stimola l’assetto ormonale di rimaneggiamento del calcio e non viene ad avere nessuna funzione renale. (Figura 1)

Questo richiede che a livello di laboratorio ci si attrezzi con strumenti adeguati come Xrf, NIRs e wet chemistry, perché la sola ricerca del calcio totale non è più coerente e contemporanea con una visione moderna del problema ipocalcemia. Al di la di tutti i meccanismi fisiopatologici che possono concorrere, il cacio circolante è la somma di due frazioni che la bovina ha a disposizione; una è quella assorbita a livello intestinale (la bovina ingerisce foraggi, concentrati e integratori che arrivano a livello di intestino e liberano la frazione ionizzata assorbita dagli enterociti che va in circolo); la seconda è rappresentata dal tessuto osseo, che risulta essere un tessuto di deposito di calcio, fosforo e magnesio, che vengono mobilizzati nel caso in cui l’assorbimento intestinale sia insufficiente. La bovina è normocalcemica e in grado di gestire le problematiche legate all’ipocalcemia quando massimizza l’assorbimento di calcio a livello di intestino e la mobilizzazione ossea. Andando nel dettaglio, per quanto riguarda l’assorbimento intestinale della frazione ionizzata, notevole importanza è affidata alla vitamina D3, in forma attiva calcitriolo, che si occupa del trasferimento del calcio presente a livello di gastro enterico al circolo ematico.

Molte bovine in fase di transizione (ed in maniera quasi fisiologica) sono carenti di vitamina D3; infatti la vitamina D3 è sintetizzata a partire dal colesterolo. Il colesterolo è una molecola che l’animale si crea a partire da una biosintesi epatica, ma nella vacca in transizione è risaputa la coesistenza di uno status di ossidazione epatica (dovuta a lipomobilizzazione, chetosi, etc) con una sofferenza di questo organo tale per cui non è possibile creare la base biochimica da cui ottenere la vitamina D3. Questo ci fa capire come una funzionalità epatica corretta sia alla base della lotta all’ipocalcemia. Interventi in tal senso sono fondamentali; gli integratori da asciutta devono essere corretti anche per l‘apporto di vitamina D3 (fabbisogno di 1000-1200 UI x kg di sostanza secca di vitamina D3). Inoltre bisogna porre molta attenzione alla mandria che ci si trova di fronte. Una mandria con bovine che hanno fatto asciutte molto lunghe, hanno avuto problemi di fertilità, hanno un BCS oltre il range di normalità (3-3,5), sarà una mandria con una elevata predisposizione all’ipocalcemia post parto. La ricerca bibliografica, a tal proposito, descrive che bovine che hanno una mobilizzazione di 1 mmol di NEFA (del tutto frequente) riesce ad annullare l’effetto di interventi nutrizionali sia con strategia da DCAD negativo (BIOCLOR©) sia con strategie di sequestro con aluminosilicati (CATION REM©), riuscendo a rendere inefficacie una corretta gestione nutrizionale della mandria in transizione. Un altro fattore che può deprimere la conversione della vitamina D3 in calcitriolo è il fosforo sottoforma di fosforemia. Il fosforo che la vacca assume dagli alimenti ha una regolazione ormonale poco efficace (al contrario del calcio che ha una regolazione molto stretta attraverso calcitonina, paratormone etc); il fosforo, molto semplicemente, se arriva a livello di tratto gastroenterico viene assorbito. Questo rapido passaggio a livello ematico fa si che la bovina, che assume quantità incontrollate di fosforo, si possa trovare con valori di 5-6 mg / dl in preparto inibendo la trasformazione della vitamina D2 in D3 e dall’altra stimola la produzione di calcitonina, l’ormone che stimola il deposito del calcio circolante a livello osseo, aggravando lo stato di ipocalcemia. L’altro meccanismo che la vacca può mettere in atto per gestire la propria calcemia è quella di prelevare calcio dalle ossa attraverso il paratormone. Nel momento in cui, in razioni da pre – parto ci sono eccessi di potassio induciamo uno stato di alcalosi metabolica che inattivano i recettori che esistono tra paratormone e osteoclasti (cellule che vanno a prelevare il calcio dalle ossa) non permettendo l’attivazione del meccanismo di liberazione del calcio dalle ossa. Inoltre, l’eccesso di potassio non fa assorbire magnesio che è un altro dei minerali fondamentali per il funzionamento del paratormone. Quando ci si trova di fronte a stalle con, in primis con problemi di fertilità, ritardi nell’ingravidamento e giorni di lattazione molto lunghi, asciutte prolungate e animali grassi, che poi sono gestite in asciutta con la razione della lattazione, integrata con molto fosforo derivante dall’integratore da asciutta e contemporaneamente ho un eccesso di potassio (tipico della Pianura adana) derivante dai foraggi, ci si trova di fronte ai 3 fattori che predispongono all’ipocalcemia facendo fallire qualsiasi srategia DCAD o di chelazione.

Concludendo, con una gestione intelligente delle bovine in pre- e post-parto, crolla l’incidenza delle malattie metaboliche, a tutto vantaggio di produzioni, fertilità e remuneratività aziendale.