Dolore e paura nel bovino

Dolore e paura nel bovino

Oltre la descrizione dei 5 sensi, l’analisi di due emozioni importanti per una corretta gestione dei bovini in allevamento

di Sujen Santini

Il processo evolutivo degli animali erbivori li ha selezionati per non mostrare apertamente segni di sofferenza, una dinamica funzionale alla sopravvivenza dai loro predatori il cui successo nella caccia dipendeva dalla loro ricerca di individui malati e deboli. A causa di questo, esistono animali che esteriormente possono sembrare in salute, ma che in realtà stanno soffrendo, persino terribilmente, in silenzio. Ciò può significare che, soprattutto i comportamenti dolorosi più sottili, siano di difficile identificazione. I bovini sono infatti spesso descritti come animali stoici [dal latino “stoicus” che accetta ciò che accade senza lamentarsi o mostrare emozioni], ma in quanto esseri senzienti ricevono e reagiscono agli stimoli in maniera cosciente, percependoli con la propria interiorità: come noi, possono trarre beneficio da un’esperienza positiva e essere danneggiati da una negativa, producendo comportamenti di grande complessità necessari alla sopravvivenza e perpetuazione di specie. Emozioni e cognizione sono spesso intimamente legate in una complessa interazione che può modulare la risposta individuale a vari stimoli suggerendo che cambiamenti fisiologici e comportamentali forniscono importanti indicazioni dei loro stati emotivi interni.

DOLORE
Parametri fisiologici Quando l’animale prova una sensazione di dolore, il suo organismo reagisce mettendo in atto tutta una serie di strategie neuro-endocrine volte a permettergli di affrontare la situazione avversa. La Tabella 1 riassume le principali modifiche fisiologiche osservabili in corso di dolore.

Parametri comportamentali
È probabile che i bovini che soffrono abbiano priorità comportamentali diverse rispetto a quelli sani. Le risposte comportamentali conseguenti al dolore possono essere classificate in quattro categorie in funzione della loro finalità:
1. Comportamenti automatici, che permettono all’animale di allontanarsi dalla fonte di dolore (attivazione dell’arco riflesso);
2. Comportamenti di sottrazione, ovvero che consentono all’animale di proteggere la zona dolente (immobilità, posture antalgiche…);
3. Comportamenti di segnalazione (es. vocalizzazioni, isolamento, stato di vigilanza, aggressività), mediante i quali l’animale comunica il proprio stato di dolore;
4. Comportamenti che facilitano l’apprendimento e, di conseguenza, permettono all’animale di evitare in futuro una ulteriore stimolazione nocicettiva.

Bovini in preda a dolore spesso appaiono depressi e pigri, mantengono la testa in posizione declive e mostrano uno scarso interesse in ciò che li circonda. È quindi possibile riscontrare una riduzione delle comuni attività dell’animale e l’isolamento dai membri del gruppo (ad esempio si alimentano quando la mangiatoia è poco affollata). I bovini sono generalmente animali curiosi e in un contesto sereno è probabile che gli individui adulti si avvicinino per un contatto. Quando soffrono reagiscono però all’avvicinamento in modo diverso. Possono restare immobili mantenendo la testa bassa evitando il contatto visivo, o possono fuggire prima che la persona sia vicina.

Anche alla manipolazione, possono reagire con comportamenti automatici di retrazione o, al contrario, adottare una postura rigida per cercare di immobilizzare la zona dolente. Le vocalizzazioni vengono spesso impiegate per identificare il dolore: quando questo è particolarmente intenso l’animale, infatti, muggisce ripetutamente o presenta gemiti spontanei. Un dolore localizzato può essere associato ad un continuo leccamento o grattamento della parte lesa. La figura 1 descrive la scala di valutazione del dolore messa a punto per essere usata in modo facile e veloce nella pratica quotidiana e focalizzata sui segnali meno evidenti e quindi meno considerati. La scala consiste in 7 comportamenti, valutati da 0 a 2 e combinati in una scala del dolore complessiva, dove 5 rappresenta il valore soglia che identifica un animale in stato di sofferenza dolorosa.

I 7 comportamenti sono:
• Attenzione all’ambiente circostante: se una vacca ha dolore tende a concentrarsi meno su ciò che la circonda.
• Posizione della testa — lo stato di dolore è spesso accompagnata dalla pozione bassa della testa. Questo comportamento può avere diverse spiegazioni, quali ad esempio l’induzione del dolore a cambiare completamente la naturale postura, oppure per evitare le interazioni sociali.
• Posizione delle orecchie — tengono le orecchie dirite all’indietro oppure molto basse
• Espressione della faccia — quando sono in uno stato di sofferenza assumono una espressione tipicamente detta faccia sofferente
• Risposta all’approccio — una vacca sofferente a meno interesse alle interazioni sociali e quindi tenderà ad evitare anche quelle con l’uomo
• Posizione del dorso — dolore agli arti o all’addome le porta ad assumere una posizione arcuata del dorso.
• Zoppia — indica una condizione dolorosa ad uno o più arti. (Gleerup et al., 2015)

Parametri zootecnici
È noto che animali in preda a dolore presentano ripercussioni sulle loro capacità produttive e riproduttive, ma questi non possono essere considerate parametri diagnostici poiché sopraggiungono solo se le condizioni che le hanno determinate si protraggono per periodi prolungati tali da determinare una riduzione nell’assunzione di alimento e di acqua o modificazioni ormonali indotte dallo stress.

PAURA

Eliminare il dolore non basta: la cosa peggiore che si possa fare a un animale è spaventarlo. Gli animali in preda a dolori terribili possono ancora presentare un comportamento funzionale, un animale nel panico perde tale capacità. Riguardo a paura e dolore gli animali non umani si trovano in condizioni opposte a noi: hanno una capacità maggiore di controllare il dolore ma molto minore di controllare la paura. Ne consegue che per loro la paura può essere peggio del dolore. In quanto animali predati hanno sviluppato un sistema di allerta: sono costantemente vigili e quando avvertono un pericolo lo manifestano con segnali forti in modo da trasmettere il messaggio a tutta la mandria. È quindi importante non associare interazioni con l’uomo e l’ambiente a emozioni di paura e creare consuetudini che creino un vissuto tranquillo e rassicurante in una relazione sinergica di etologia collaborativa. Il bovino ha una zona di comfort che è lo spazio personale dell’animale, e necessita di una zona di fuga (fig. 3). La zona di comfort aumenta quando l’approccio è frontale o l’animale è agitato/ impaurito, diminuisce quando gli animali si trovano a loro agio in un ambiente familiare e confortevole. Una inopportuna invasione della zona di comfort può causare comportamenti imprevedibili e potenzialmente pericolosi. La zona di fuga è determinata dal temperamento e personalità dell’animale, dalla corretta gestione degli spazi e dei gruppi nelle interazioni sociali e dalla quantità e qualità di contatti con l’uomo. Parlando dei sistemi sensoriali del bovino, sono già emersi numerosi esempi di come agevolare l’interazione nelle operazioni quotidiane impostata su un rapporto di fiducia e conoscenza reciproca. La cosa importante è sapere e ricordare che gli animali hanno paura anche di piccoli dettagli, quali ad esempio:

• Riflessi di luce sulle pozzanghere • Riflessi su superfici metalliche lisce • Catene che dondolano • Parti metalliche che urtano o sbattono • Suoni acuti • Sibili prodotti dall’aria o dal vento • Correnti d’aria dirette verso gli animali in movimento • Abiti appesi sugli steccati oggetti di plastica in movimento • Movimento lento delle pale dei ventilatori • Persone in movimento davanti agli animali • Piccoli oggetti sul pavimento • Cambiamenti di pavimentazione e di superfici • Griglie di drenaggio sul pavimento • Bruschi cambiamenti di colori delle attrezzature • Ingresso in un corridoio troppo buio • Luci intense, come il sole accecante
• Cancelli a senso unico o antiarretramento

“Febbre Q” nel bovinoBozza automatica

“Febbre Q” nel bovinoBozza automatica

Una zoonosi da conoscere

di Mario Comba

La Febbre Q (Q Fever) è una patologia descritta per la prima volta nel 1935 in Australia in un gruppo di macellatori colpiti da una febbre mai vista prima, da cui il nome Query (punto interrogativo) fever. È una malattia infettiva contagiosa causata dalla rickettsia Coxiella burnetii, zoonosi importante nell’uomo, che si ammala dopo contagio respiratorio (polvere o areosol), orale (consumo di latte crudo) o percutaneo (ferite durante l’assistenza al parto) (Stober M. 2004). Diffusa in tutto il mondo, è considerata una patologia emergente. C. burnetii è in grado d’infettare un ampio numero di ospiti, e le specie animali sensibili alla malattia includono mammiferi domestici e selvatici, uccelli selvatici, rettili e anche zecche (Raoult et al., 2005). Il più importante serbatoio d’infezione è rappresentato dai ruminanti domestici da cui il microrganismo può passare all’uomo nelle modalità sopra descritte. Nei bovini l’infezione è spesso asintomatica, in alcuni casi possono manifestarsi aborti tardivi, natimortalità o altre patologie dell’apparato riproduttore, come ritenzioni placentari, metriti, riassorbimenti (Arricau-Bouvery e Rodolakis, 2005). La disseminazione di C. burnetii nell’ambiente avviene di solito dopo il parto o l’aborto, ma il patogeno viene eliminato, con cariche batteriche più basse, anche nel latte, nelle feci e nell’urina (An¬gelakis E. e Raoult D., 2010). Cause Gli animali ed anche l’uomo acquisiscono normalmente l’infezione inalando l’aerosol contaminato da forme extracellulari di C. burnetii eliminate dai soggetti infetti (Tissot- Dupont e Raoult, 1992; Porter et al., 2011; Piñero et al., 2013), ma nei bovini è considerata come via d’infezione anche quella orale (McQuiston e Childs, 2002). Dopo una prima replicazione nei linfonodi regionali prossimi alla porta d’ingresso dell’infezione, si ha una batteriemia che dura da 7 a 21 giorni a seguito della quale l’organismo si localizza nella ghiandola mammaria e nella placenta degli animali infetti (Forland et al., 2010). Nei bovini solitamente l’infezione si propaga ad animali recettivi tramite l’ambiente contaminato da un animale infetto che spesso elimina il microrganismo al momento del parto: i nuovi infetti sviluppano l’infezione primaria con pochi o nulli sintomi clinici ma il batterio, dopo l’iniziale fase acuta, può persistere nell’organismo dando luogo ad un’infezione cronica, ed essere eliminato in grandi quantità nell’ambiente quando la bovina, persistentemente infetta, partorisce. Al termine della gravidanza la placenta consente al microrganismo di replicarsi fino ad alti titoli e al parto esso viene escreto nell’ambiente tramite il liquido amniotico e gli altri fluidi fetali (Harris et al., 2000). Grandi quantità di batteri sono escreti in forma di aerosol contaminando l’ambiente e il livello di anticorpi, in particolare le IgG, aumentano di concentrazione nel sangue. Nelle gravidanze successive la bovina ha una escrezione più bassa o addirittura nulla di batteri al parto, ma può continuare ad eliminare il microrganismo nel latte per un lungo periodo di tempo (Woldehiwet, 2004).

Sintomi

Spesso la Febbre Q nel bovino presenta un decorso asintomatico; risulta quindi difficile emettere una diagnosi sulla base di segni clinici evidenti. Si verificano infezioni latenti della mammella e dell’apparato genitale e, in alcuni casi, aborto dopo il sesto mese di gravidanza. Si possono riscontrare anche natimortalità, ritenzione di placenta, metriti e sintomi respiratori (Stober M. 2004).

Diagnosi

La diagnosi della malattia può essere eseguita solo attraverso il ricorso al laboratorio e, purtroppo, negli animali le metodologie non sono ancora pienamente standardizzate come nell’uomo, per cui l’individuazione degli allevamenti e dei soggetti infetti resta un punto critico per il controllo di questa patologia. Numerose tecniche diagnostiche sono disponibili, sia di tipo diretto, con l’identificazione dell’agente eziologico, che indiretto con la determinazione degli anticorpi anti C. burnetii. Purtroppo nessuna di queste metodiche è stata riconosciuta come test ufficiale dall’OIE, per cui la diagnosi della malattia deve prevedere l’impiego combinato di più metodologie su più soggetti, ed i risultati diagnostici vanno valutati a livello aziendale più che a livello individuale (Barberio A. e Natale A. IzsTreVe 2017). Dopo il parto C.Burnetii viene eliminata nel muco vaginale per un periodo di 14 giorni, e per questo il prelievo delle secrezioni vaginali per la diagnosi diretta deve essere effettuato entro 7 giorni dal parto stesso (Sidi-Boumedine et al.2010). Negli allevamenti infetti alcune vacche possono eliminare a lungo e persistentemente il microrganismo nel latte anche in carica abbastanza elevata. Questi soggetti probabilmente hanno una risposta immunitaria alterata nei confronti di C. burnetii, analogamente a quanto avviene nell’uomo, e sono importanti dal punto di vista epidemiologico in quanto mantengono la presenza dell’infezione in allevamento (Guatteo et al, 2007). La maggior parte delle vacche eliminatrici croniche ha un livello elevato di anticorpi che determina elevata sieropositività al test ELISA (Guatteo et al.,2007). L’elevata frequenza di escrezione di C. burnetii nel latte delle vacche pone il problema del possibile ruolo di questo alimento nella trasmissione dell’infezione all’uomo. Il consumo di latte e suoi derivati, contenenti C. burnetii, può determinare la comparsa di sieroconversione nell’uomo, mentre non vi sono chiare evidenze che possa indurre la comparsa della forma clinica di Febbre Q. Inoltre, il consumo di latte crudo o prodotti derivati al latte crudo costituisce un rischio di esposizione a C. burnetii relativamente più elevato rispetto al consumo di prodotti che abbiano subito un trattamento termico appropriato (Barberio A. e Natale A. IzsTreVe 2017). I materiali più idonei per la diagnosi diretta di Febbre Q nei bovini sono: il muco vaginale, la placenta, i tessuti fetali. Questi campioni devono essere prelevati dai feti abortiti, placente e scoli vaginali al più presto dopo l’aborto (Barberio A. e Natale A. IzsTreVe 2017). Il latte, il colostro e le feci possono essere impiegati per la ricerca dell’agente eziologico ma la diagnosi di malattia a partire da questi materiali biologici è meno affidabile (Sidi-Boumedine et al.2010). L’ELISA é la tecnica maggiormente impiegata per la diagnosi sierologica di Febbre Q nei ruminanti per la semplicità d’uso, vista la disponibilità di kit commerciali, per l’elevata sensibilità e specificità del metodo, la maggiore uniformità dei risultati ed anche per il costo contenuto dei reattivi. Il test ELISA può essere effettuato su siero o su latte di massa o di singolo animale ed è quindi raccomandato per l’esecuzione delle analisi sierologiche di routine nei bovini (OIE, 2015). La diagnosi di infezione in allevamento può essere eseguita attraverso un controllo sierologico eseguito su animali adulti. Sono sufficienti 10 campioni di sangue prelevati da bovine adulte pluripare, includendo anche animali con recenti problemi riproduttivi (metriti, infertilità, mancati secondamenti, aborti) (Sidi-Boumedine et al., 2010).

Fattori di rischio in allevamento

I due principali fattori di rischio per la diffusione dell’infezione sono l’acquisto di nuovi capi e la dimensione dell’allevamento (McCaughey et al.,2010; EFSA, 2010). Gli altri fattori di rischio individuati sono relativi alla pulizia ed igiene dei box parto (Taurelet al., 2011), alla presenza di ovicaprini (van Engelen et al., 2014), e alla mancata applicazione della quarantena agli animali acquistati Paul et al.(2012).
Per evitare l’entrata e diffusione dell’infezione vanno pertanto applicate le seguenti misure:
• Ridurre il numero di animali acquistati programmando in modo adeguato la produzione di una rimonta interna sufficiente;
• Applicare a tutti gli animali acquistati un periodo di quarantena: nel caso di animali gravidi questi vanno tenuti separati anche per il periodo peripartale (7 giorni prima e 7 giorni dopo il parto), in modo da evitare il periodo di massima escrezione del microrganismo;
• Usare per il parto dei box individuali che devono essere accuratamente puliti dopo il parto;
• Rimuovere immediatamente dai box parto, singoli o collettivi, gli aborti, le placente e la lettiera contaminata dai liquidi escreti durante il parto;
• Prevedere, per il personale esterno che viene a contatto con gli animali (es. veterinario) l’uso di calzari e vestiario mantenuto nell’azienda o disinfettato prima dell’accesso nella stessa;
• Evitare il contatto dei bovini con altri animali presenti in allevamento, in particolare ovicaprini;
• Evitare l’uso di pascoli promiscui con ovicaprini;
• Prevedere adeguati tempi di maturazione delle deiezioni prima di effettuare lo spandimento nei campi ed eventualmente ricorrere alla neutralizzazione di C. burnetii mediante trattamento con calcio cyannamide al 0,4% (Barberio A. e Natale A. IzsTreVe 2017).

Vaccinazione

È disponibile un solo vaccino registrato per la specie bovina, il Coxevac®, prodotto da CEVA salute Animale.
Nei bovini la vaccinazione con Coxevac® protegge gli animali dall’infezione o in ogni caso, riduce l’eliminazione di C. burnetii. In particolare le bovine non infette e non gravide quando vaccinate hanno una probabilità 5 volte più bassa di diventare eliminatrici di C. burnetii rispetto alle bovine non vaccinate (Guatteo et al., 2008). Al contrario, le vacche vaccinate durante la gravidanza mantengono inalterata la probabilità di diventare eliminatrici se infettate da C. burnetii (Guatteo et al., 2008).

La ruminazione come indicatore di benessere

La ruminazione come indicatore di benessere

di Sonia Rumi

La variabilità del tempo di ruminazione è legata a molti fattori tra cui composizione della dieta, caratteristiche qualitative del foraggio, errori nella gestione della mandria, anche da un punto di vista etologico, stato riproduttivo, livello produttivo, condizioni climatiche e stato di salute dell’animale.

I ruminanti sono caratterizzati dall’avere un apparato digerente molto complesso, formato da tre prestomaci (rumine, reticolo, omaso) e da uno stomaco vero e proprio (abomaso). La digestione avviene nell’abomaso ed è preceduta da una fermentazione microbica, che avviene nei prestomaci. I ruminanti possono ingerire una notevole quantità di materiale vegetale, quasi senza masticarlo, accumulandolo nel rumine. A distanza di alcune ore dall’ingestione primaria, avviene il processo della ruminazione; riflesso mediante il quale l’animale riporta nella cavità orale il materiale vegetale per masticarlo, mescolarlo alla saliva e, una volta finemente triturato, rimandarlo nel rumine per il completamento della digestione (Figura 1).

FIGURA 1: Nel rumine, ad opera di specifici batteri, muffe e protozoi cellulosolitici, ha inizio una prima demolizione delle fibre vegetali. Il secondo dei tre prestomaci è il reticolo (il più piccolo), esso è formato da tante cellette reticolari (quadrate od esagonali), che ricordano per forma e struttura il favo delle api, ha uno sbocco sull’esofago e comunica ampiamente col rumine. Il reticolo ha un ruolo nella fermentazione e nel rimescolamento del materiale ingerito durante la ruminazione, uno dei suoi compiti primari è quello di separare dalla massa fermentante le particelle più fini, che possono proseguire nel tratto gastroenterico. L’ultimo dei tre prestomaci è l’omaso, esso permette il transito del materiale vegetale fermentato fino all’abomaso. La sua funzione principale è quella di riassorbire parte della componente liquida dell’ingesta fermentata. Le pareti interne dell’omaso hanno numerose pieghe (lamine omasali), che gli consentono di aumentare la superficie assorbente. Nell’abomaso l’ingesta fermentata viene sottoposta all’azione dei processi digestivi (succhi gastrici), analogamente a quanto avviene nello stomaco degli animali monogastrici (come l’uomo). Le sostanze vegetali digerite vengono rilasciate, tramite il pirolo, nell’ intestino tenue per la fase di assorbimento.

Negli vitelli i prestomaci sono poco sviluppati e non funzionanti. In questa fase, in cui l’alimentazione prettamente lattea non necessita di nessuna reazione fermentativa, la doccia esofagea consente al latte di passare direttamente nell’abomaso, bypassando il rumine (Figura 2).

FIGURA 2: L’apparato gastrico dei ruminanti è mediamente costituito nella prima settimana di età, per il 70-80% dall’abomaso, per il 15- 20% dall’omaso e soltanto per l’ 8-10% dal complesso rumine-reticolo; dopo lo svezzamento, per il 70-80% dal rumine-reticolo, per il 20% dall’omaso e soltanto per il 10% dall’abomaso.

Lo svezzamento è il passaggio nella dieta che ha l’obiettivo di favorire in modo equilibrato e relativamente rapido il processo di crescita del rumine, delle papille ruminali e l’instaurarsi della flora microbica, garantendo le performance di accrescimento. Dato che il sistema nervoso che controlla la motilità intestinale diviene funzionante a 10-15 giorni di vita, si considera tale data momento ideale per iniziare la somministrazione di alimento solido (mangime starter). Lo starter deve essere a base di cereali, appetibile e avere granulometria capace di stimolare la masticazione e la salivazione. Il vitello si considera svezzato quando il suo livello di ingestione di mangime non è inferiore al 2% del peso corporeo (2-2,5 kg), raggiungendo i 100 Kg di peso vivo intorno alle 9-10 settimane con un incremento medio giornaliero di 0,7-0,8 kg.

Nel bovino adulto la ruminazione è influenzata dal tipo di alimenti che costituiscono la razione e dalle caratteristiche della fibra, ma anche dalle condizioni sanitarie dell’animale, dal livello di stress e dal tipo di management aziendale. La ruminazione è parte integrante del processo di digestione dell’alimento, quindi influenza positivamente la quantità di sostanza secca ingerita. Allo stesso modo, all’aumentare del tempo che l’animale dedica ad alimentarsi e della quantità di sostanza secca ingerita, aumentano i tempi di ruminazione. Ciò che collega ruminazione, masticazione e livello di ingestione è l’NDF fisica effettiva (peNDF); ovvero la fibra che determina la risposta dell’animale in termini di attività di masticazione. Il fattore di efficienza fisica può variare da 0 (quando l’NDF dell’alimento non stimola la masticazione) a 1 (quando l’NDF dell’alimento promuove la massima attività di masticazione). Poiché il fattore di efficienza fisica è legato alle dimensioni delle particelle e alla riduzione delle dimensioni delle particelle (che è direttamente legata alla attività di masticazione), la peNDF influenzerà la stratificazione del contenuto ruminale, importante nel trattenere le particelle grosse, nella stimolazione della motilità, nella dinamica di fermentazione e transito. In contesti di allevamento in cui la somministrazione dell’alimento è ad libitum, la bovina deve spendere mediamente dai 480 ai 550 minuti al giorno (8-9 ore) ruminando. Sono riconosciute due fasi di ruminazione; diurna meno intensa e notturna più intensa. Questo processo fisiologico è molto sensibile a fattori ambientali e gestionali di stress. In caso di stress da caldo, sovraffollamento, cattiva gestione dei gruppi e cattiva interazione uomo-animale, i bovini possono bloccare volontariamente la ruminazione. Da questo si evince che la ruminazione rispecchia non solo la qualità e il bilanciamento della razione alimentare, ma anche lo stato di salute dell’animale. La variabilità maggiore si registra nella fase diurna. Una riduzione del 15% dell’attività ruminale aumenta il rischio di problemi metabolici come l’acidosi ruminale subclinica, abbassa l’assimilazione dei nutrienti, incrementa l’incidenza di zoppie e mastiti e riduce i parametri di qualità del latte. Nel periodo estivo, lo stress da caldo può ridurre il tempo di ruminazione del 30% con un impatto diretto sull’ingestione di sostanza secca.

La ruminazione rappresenta un adattamento evolutivo dei mammiferi erbivori, soggetti a forte pressione predatoria. Essa consente all’animale di accumulare in modo rapido grandi quantità di cibo nel rumine in seguito ad una grossolana masticazione dell’alimento ed una veloce deglutizione in aree di pascolo potenzialmente pericolose. Anche se non assistiamo più ad atti predatori, in quanto il bovino viene allevato in strutture idonee, i 3 punti evidenziati si manifestano ugualmente a causa della competitività esistente tra i soggetti. Il ruolo della ruminazione è fondamentale, essa consente di facilitare la macerazione dell’alimento ingerito, il rimescolamento del contenuto con la saliva, lo sminuzzamento dello stesso per facilitarne l’assorbimento, la distribuzione uniforme dei microrganismi cellulosolitici e la rimozione di parte dell’anidride carbonica e del metano derivanti dai processi fermentativi.

In condizioni di sovraffollamento, in cui viene ridotto del 40% lo spazio messo a disposizione delle bovine, il tempo di ruminazione può calare di 30 minuti al giorno; complice la riduzione del tempo di riposo durante il quale avviene la ruminazione. Anche la competizione gerarchica è un altro fattore da non sottovalutare. Alcuni studi hanno dimostrato che le vacche subordinate, che quindi subiscono la competizione delle dominanti, ruminano il 35% del tempo in meno a causa della riduzione del tempo di accesso alla mangiatoia e dell’ingestione. È dunque importante gestire al meglio gli spostamenti degli animali e assicurare loro i giusti spazi per ridurre al massimo l’instaurarsi di fenomeni gerarchici. Ci sono anche eventi fisiologici nella vita dell’animale che influenzano l’attività ruminale, come il parto o l’estro. Il giorno del parto è stata osservata una riduzione del tempo di ruminazione fino al 70% rispetto al tempo di ruminazione medio osservato durante il periodo di asciutta. Esiste infatti una finestra temporale intorno al parto in cui l’animale cala molto la ruminazione e successivamente ad esso riprende questa attività. Molti studiosi hanno sottolineato come questo potrebbe essere quindi usato come un indicatore per l’allevatore di un animale che si sta preparando al parto. È importante considerare che l’aumento del tempo di ruminazione dopo il parto si instaura molto più rapidamente (3 giorni) in bovine che hanno avuto tempi di ruminazione maggiori durante l’asciutta. Al contrario, l’aumento del tempo di ruminazione può instaurarsi solo dopo 15 giorni dopo il parto in bovine con un livello di ruminazione contenuto durante l’asciutta. È interessante notare inoltre che bovine a bassa ruminazione hanno una probabilità del 50% maggiore si avere diagnosticata almeno una patologia clinica dopo il parto (ritenzione di placenta, endometrite, chetosi, zoppie e mastite). Ciò si ripercuote sulla produzione durante il primo mese di lattazione che risulta ridotta del 25% (Rumination time around calving: An early signal to detect cows at greater risk of disease. L. Calamari, N. Soriani, G. Panella, F. Petrera, A. Minuti and E. Trevisi. Journal of Dairy Science Vol. 97 No. 6, 2014). Alla luce di questi risultati possiamo concludere che il tempo ruminazione potrebbe essere usato come indice del benessere della mandria. La recente introduzione di sistemi indiretti che consentono di misurare il tempo di ruminazione, sulla base dell’analisi di segnali sonori emessi durante tale processo, consente di creare un modello che rappresenta l’andamento dell’attività ruminale durante le 24 ore della mandria (Figura 3). Lo scostamento da questo modello è indicativo di disturbo in atto.

FIGURA 3: La tecnologia impiegata monitora e osserva 24 ore su 24 ogni singola vacca, permette di intervenire in modo preventivo sugli riducendo i tempi di intervento, i costi di gestione, ottimizzando le rese produttive e contribuendo al miglioramento dello stato di salute e del benessere animale. Gli obiettivi che giustificano l’adozione di questa tecnologia sono quelli di monitorare le vacche, sia a livello individuale che di gruppo, in modo tale da identificare precocemente gli animali più a rischio per problematiche sanitarie, ma anche di correggere e migliorare la gestione complessiva della mandria in ambiti quali la nutrizione, il cow comfort, la gestione degli spostamenti, lo stress termico. L’adozione della tecnologia di monitoraggio della ruminazione e del tempo in mangiatoia può davvero portare dei reali benefici nella gestione sia dei singoli individui che della mandria nel suo complesso concentrandosi maggiormente solo sugli individui presenti nella “lista di allarme salute”. Così anche chi opera sarà più efficiente in termini di tempo e risultati dovendosi focalizzare su animali che davvero necessitano di cure attente.

 

Le sensazioni degli animali: la vista

Le sensazioni degli animali: la vista

di Sujen Santini

INTRODUZIONE

Quando si confronta il cervello degli altri animali con quello dell’uomo, l’unica differenza evidente a occhio nudo è la maggiore dimensione della neocorteccia nell’uomo. All’interno della neocorteccia, i lobi frontali, sono la destinazione finale di tutta l’informazione trasmessa al cervello, dove viene riunita in un’unica visione d’insieme. Negli altri animali invece tutti i minuscoli dettagli sensoriali che provengono dall’ambiente rimangono separati e identificabili. Il prezzo che gli esseri umani pagano, in cambio dei loro lobi frontali così sviluppati, è un livello di disattenzione che non si riscontra negli altri animali. Facciamo un esempio: osservate l’immagine sottostante e dite la prima cosa che vi viene in mente. Probabilmente la maggior parte di voi coglierà un paesaggio, i più meticolosi un albero, un prato, un cielo nuvoloso. Una vacca coglie i singoli steli d’erba, le singole foglie che compongono il ramo, ovvero i singoli dettagli che compongono il quadro. Come sottolinea Temple Grandin nel suo libro La macchina degli abbracci: “Gli essere umani non sono astratti solo nel modo di pensare, ma anche nel modo di vedere e di udire. Gli animali non vedono una loro personale idea delle cose: vedono le cose reali. Questa è la grande differenza tra esseri umani ed animali che usano il linguaggio sensoriale”.

LA VISTA DEI BOVINI

Per i bovini, come per noi, la vista è il senso dominante, dal quale ottengono circa il 50% delle informazioni dall’ambiente. I bovini vedono però diversamente da noi: hanno una visione a 330°, prevalentemente laterale monoculare a grandi distanze, essendo un animale predato ciò permette di pascolare e ruminare per ore tenendo sotto controllo il territorio circostante.

La visione binoculare è un’area limitata di fronte loro e questo è da tenere in considerazione poiché limita la loro capacità di percepire la profondità o distanza.

Conoscere il campo visivo è importante ad esempio per avvicinarsi loro in modo corretto, ovvero di lato e lentamente evitando così di scatenare reazioni di paura e quindi comportamenti volubili, imprevedibili e potenzialmente pericolosi. Anche durante le operazioni di movimentazione è indispensabile tenere in considerazione che noi e le bovine abbiamo un campo visivo diverso e, pertanto, vediamo cose diverse. Facciamo un esempio. Quando gli animali devono essere caricati su un camion l’immagine che vede l’operatore che li guida è quella seguente:

La vacca invece ha un campo visivo più ampio e dunque può essere spaventata o infastidita da cose che noi non riusciamo a vedere.

I bovini vedono solo una piccola area di fronte a loro e non riescono a valutare bene distanza e profondità. Alcune configurazioni di passaggi o cancelli possono contrastare con la percezione della profondità di una vacca rendendo difficile spostare l’animale in modo efficiente. Ad esempio, una bovina non percepirà un’apertura ad angolo retto rispetto alla fine di un corridoio e l’animale si sottrarrà all’essere mosso in questa direzione poiché non percepisce una via di fuga o di ritorno.

A causa della loro limitazione nella visione verticale e della mancanza di capacità di mettere a fuoco rapidamente, è importante tenere in considerazione che la loro percezione di un ostacolo è diversa dalla nostra. Ad esempio un’ombra sul terreno potrebbe essere scambiata per un profondo crepaccio! E’ quindi importante evitare sul loro percorso ostacoli (veri o presunti) come ad esempio piccoli oggetti, cambiamenti di pavimentazione e di superfici, griglie di drenaggio: nel caso lasciare il tempo alla bovina di abbassare la testa, mettere a fuoco l’ostacolo e procedere nuovamente. I bovini in natura sono più attivi all’alba e al crepuscolo per cui sono molto sensibili alla luce, sono abbagliati dalla luce intensa e hanno paura del contrasto luminoso: sono meno in grado di discriminare oggetti che differiscono per intensità di luce e non riescono a vedere il contrasto del colore, percepiscono le ombre più estreme rispetto a come le percepiamo noi. Hanno una visione dicromatica, sono in grado di distinguere i colori delle lunghezze d’onda più lunghe (giallo, arancione e rosso) molto meglio delle lunghezze d’onda più corte (blu, grigio e verde). I vitelli sono in grado di discriminare tra lunghezze d’onda lunghe (rosse) e corte (blu) o medie (verdi), ma hanno una capacità limitata di discriminare tra corta e media. Per quanto possibile è quindi bene mantenere una illuminazione uniforme, diminuire contrasti e superfici riflettenti. Ad esempio, durante una operazione di movimentazione, bruschi cambiamenti di colori delle attrezzature, luci che riflettono sulle pozzanghere o su superfici metalliche possono rappresentare un elemento di disturbo sufficiente per impaurire l’animale e impedirgli di avanzare. Inoltre, questa sensibilità agli stimoli luminosi è da tenere in considerazione per la difficoltà di messa a fuoco nel passaggio buio/luce. Il passaggio da zone illuminate a zone in ombra richiede un periodo di regolazione di alcuni minuti, cosa di cui l’operatore deve tener conto quando vuol movimentare gli animali. Il fenomeno inverso è più veloce: i bovini sono attratti dalla luce se questa non è eccessivamente abbagliante. Ad esempio, in una condizione come la foto di seguito nel passaggio da un ambiente buio ad uno molto illuminato necessita di qualche minuto di adattamento della vista. Se il contrasto è particolarmente forte la luce li abbaglia rendendoli quasi cechi per qualche minuto.

E’ ovvio che in queste condizioni gli animali sono spaventati e si bloccano per questo motivo: urlare o indurli a muoversi con la forza è controproducente, meglio attende qualche istante che la visione si adatti e gli consenta di riprendere spontaneamente il movimento.

Altra curiosità legata alla visione è la loro percezione del movimento: la percezione del movimento dinamico è distorta per cui hanno paura dei movimenti rapidi che hanno un grande effetto nell’attivare l’amigdala, la parte del cervello che controlla la paura.

E’ pertanto bene muoversi con movimenti lenti per non spaventarli e non essere percepiti come potenziali predatori, così come prestare attenzione ad altri dettagli che possono spaventarli, quali abiti appesi sugli steccati, oggetti di plastica in movimento, il movimento delle pale dei ventilatori. Infine la vista è implicata in aspetti sociali e fisiologici: le bovine isolate soffrono, sono animali sociali che hanno bisogno di un contatto visivo con i loro simili, poiché sono animali predati il senso del gruppo li tranquillizza. Inoltre attraverso la vista, la ghiandola pineale registra la lunghezza delle ore di luce della giornata e regola l’asse ormonale riproduttivo, favorendo i parti in primavera.

Criptosporidiosi dei vitelli

Criptosporidiosi dei vitelli

Josephine Verhaeghe – Resp. tecnico CID LINES N.V, traduzione di Stefano Andreatta

La Criptosporidiosi è una malattia parassitaria che colpisce i vitelli dai 5 ai 35 giorni di vita e, più frequentemente, durante la seconda settimana di vita. La sua gravità dipende dalla resistenza generale del vitello e dall’intensità dell’infezione1. Lo scopo di questo articolo è quello di evidenziare l’importanza dell’ambiente e delle condizioni di igiene nella genesi e nello sviluppo di questa patologia.
L’ambiente in cui nasce e cresce il vitello è fondamentale, in particolare quando si tratta di Criptosporidiosi.
Le prime sostanze ingerite portano milioni di microrganismi in un tratto digerente sterile. Da qui l’importanza di controllare il moltiplicarsi dei patogeni attraverso l’igiene.

Di seguito alcune raccomandazioni pratiche.

1. Gestione dell’ambiente per prevenire la Criptosporidiosi
La gestione ambientale mira a ridurre il grado dell’infezione a un livello sufficientemente basso da non causare segni clinici negli animali. Le oocisti di Cryptosporidium parvum sono particolarmente resistenti e in grado di sopravvivere a temperature comprese tra -20 e +60 gradi centigradi.
La presenza di feci e altra materia organica li aiuta a sopravvivere all’essiccamento.
Il primo punto critico della gestione ambientale è quindi eliminare il più possibile la materia organica, che aiuta il parassita a sopravvivere.
Qualsiasi area a contatto con i vitelli è un probabile vettore di contaminazione, quindi, bisogna igienizzare con un protocollo validato, (prodotto * dose * tempo di contatto adeguati).

La gestione degli animali è un puntochiave:
• In un ambiente con una comprovata presenza di Criptospiridiosi, è preferibile ospitare singolarmente vitelli di età inferiore a un mese (foto 1). Si consiglia di svuotare, pulire e disinfettare le gabbiette dei vitelli prima di introdurre un nuovo animale.
• Garantire un’organizzazione per età (e non per dimensione animale, poiché un vitello più debole è un serbatoio di parassiti e altri potenziali agenti patogeni).

Assicurarsi di ridurre al minimo il rischio di trasmissione attraverso le apparecchiature e il personale:
• Mantenere un ordine logico di gestione degli animali (ad esempio: alimentare prima i vitelli più giovani, passando gradualmente ai vitelli più anziani);
• Tenere pulite e disinfettate tutte le apparecchiature mobili (secchi, bottiglie per il latte) (foto 2). Uno studio condotto in Canada ha dimostrato che i fattori di igiene e di gestione influenzavano la diffusione di Cryptosporidium parvum nell’azienda agricola2. L’uso di un detergente per pulire secchi e bottiglie è un fattore che può ridurre significativamente la contaminazione. Si consiglia di sciacquare abbeveratoi, secchi e altri materiali contenenti acqua o mangime per vitelli.

2. Uso di prodotti efficaci contro la Criptosporidiosi
Un’altra peculiarità di Cryptosporidium parvum risiede nella sua resistenza. Non è sensibile ai disinfettanti convenzionali, efficaci contro batteri, virus e funghi. Il cloro o la glutaraldeide, ad esempio, non hanno efficacia contro il Cryptosporidium parvum. Prodotti a base di ammine hanno dimostrato la loro efficacia con una diluizione del 2% e un tempo di contatto di 2 ore. Immagini al microscopio elettronico di Naciri et al.5 mostrano l’effetto delle ammine sulle oocisti: il disinfettante rompe il guscio per distruggere gli sporozoiti che si trovano all’interno (foto 3).

3. Mantenimento di un ambiente al di sotto della soglia critica
La gestione ambientale mira a ridurre il grado dell’infezione a un livello accettabile. I vitelli infestati da una quantità limitata di oocisti non mostrano sintomi, sviluppano immunità e sono progressivamente meno sensibili ai parassiti. Questo fenomeno si osserva regolarmente quando gli edifici sono puliti e vuoti all’inizio della stagione del parto. Tuttavia, dopo un certo periodo, compaiono diarrea e segni clinici. Uno studio condotto in Canada ha scoperto che i vitelli diffusori di oocisti avevano una probabilità 3 volte maggiore di mostrare segni di diarrea rispetto ai vitelli non portatori6. Infatti, oltre la soglia di 2,2 * 105 oocisti / grammo di feci, i vitelli hanno una probabilità 6 volte maggiore di avere la diarrea7.

4. Superare le prime 3 settimane
La probabilità di essere portatore di oocisti aumenta durante i giorni 5 – 23, con un picco di probabilità al giorno 147. Il contatto con la madre la quantità di colostro assunto possono essere due fattori che influenzano notevolmente l’infestazione da cripto sporidi. Uno studio scientifico ha valutato che il rischio di diarrea aumenta del 39% in caso di contatto con la madre dopo la nascita per più di un’ora7. Nello stesso studio, che considerava le aziende agricole in cui era stata convalidata la presenza di Criptosporidiosi, il mancato trasferimento dell’immunità passiva non era stato identificato come un fattore significativo associato al rischio di diarrea. L’immunità passiva influenza essenzialmente lo stato patologico e la mortalità dei vitelli. L’immunità passiva non ha dimostrato di essere importante per la resistenza ai parassiti. Naciri et al. hanno dimostrato che il titolo anticorpale non ha alcun effetto sul controllo della Criptosporidiosi9. Questi elementi confermano quindi la necessità della gestione dell’ambiente se si vuole tenere sotto controllo la quantità di oocisti che i vitelli possono assorbire nei primi giorni di vita. Allo stesso modo, è stata stabilita una correlazione negativa tra la quantità di colostro assorbita durante il primo giorno di vita e il numero di oocisti contate nelle feci dei vitelli8. In aziende agricole con un’alta prevalenza dell’agente patogeno bisogna fare attenzione all’igiene del box parto: più il vitello assumerà colostro direttamente dalla mammella della madre, più è probabile che ingerirà anche le oocisti.

Conclusione

L’ambiente e la carica microbica associata sono cruciali per i vitelli neonati. Il tratto digerente è sterile alla nascita. È colonizzato da microrganismi che vengono a contatto con il vitello nei primi giorni di vita. Il colostro svolge anche un ruolo importante nell’aiutare l’animale a difendersi prima che il suo sistema immunitario sia pienamente operativo. L’immunità passiva aiuta essenzialmente a combattere virus e batteri, ma ha scarso effetto sul Cryptosporidium parvum. È quindi ancora più importante ottimizzare le condizioni igieniche della zona del parto, delle gabbie dei vitelli e di tutti gli utensili utilizzati per nutrire gli animali. Un protocollo di pulizia regolare e rigoroso, combinato con un disinfettante con una comprovata efficacia contro il parassita, sono risorse preziose per superare il corso critico delle prime 3 settimane di vita. Per maggiori informazioni riguardanti prodotti utili per la pulizia e disinfezione di utensili e gabbie contattare il tecnico di riferimento.

Bibliografia

1. Merck veterinary manual 2. Trotz-Williams, L. A., Martin, S. W., Leslie, K. E., Duffield, T., Nydam, D. V., & Peregrine, A. S. (2008). Association between management practices and within-herd prevalence of Cryptosporidium parvum shedding on dairy farms in southern Ontario. Preventive veterinary medicine, 83(1), 11-23. 3. Quilez, J., Sanchez-Acedo, C., Avendano, C., del Cacho, E., & Lopez-Bernad, F. (2005). Efficacy of two peroxygen-based disinfectants for inactivation of Cryptosporidium parvum oocysts. Applied and environmental microbiology, 71(5), 2479-2483. 4. Shahiduzzaman, M., Dyachenko, V., Keidel, J., Schmäschke, R., & Daugschies, A. (2010). Combination of cell culture and quantitative PCR (cc-qPCR) to assess disinfectants efficacy on Cryptosporidium oocysts under standardized conditions. Veterinary parasitology, 167(1), 43-49. 5. Naciri, M., Mancassola, R., Fort, G., Danneels, B., & Verhaeghe, J. (2011). Efficacy of amine-based disinfectant KENO™ COX on the infectivity of Cryptosporidium parvum oocysts. Veterinary parasitology, 179(1-3), 43-49. 6. Trotz-Williams, L. A., Jarvie, B. D., Martin, S. W., Leslie, K. E., & Peregrine, A. S. (2005). Prevalence of Cryptosporidium parvum infection in southwestern Ontario and its association with diarrhea in neonatal dairy calves. The Canadian Veterinary Journal, 46(4), 349. 7. Trotz-Williams, L. A., Martin, S. W., Leslie, K. E., Duffield, T., Nydam, D. V., & Peregrine, A. S. (2007). Calf-level risk factors for neonatal diarrhea and shedding of Cryptosporidium parvum in Ontario dairy calves. Preventive veterinary medicine, 82(1- 2), 12-28. 8. Arsenopoulos, K., Theodoridis, A., & Papadopoulos, E. (2017). Effect of colostrum quantity and quality on neonatal calf diarrhoea due to Cryptosporidium spp. infection. Comparative immunology, microbiology and infectious diseases, 53, 50-55. 9. Naciri, M., Mancassola, R., Reperant, J. M., Canivez, O., Quinque, B., & Yvore, P. (1994). Treatment of experimental ovine cryptosporidiosis with ovine or bovine hyperimmune colostrum. Veterinary parasitology, 53(3-4), 173-190.

Suinicoltura: modello sostenibile

Suinicoltura: modello sostenibile

MODELLO SOSTENIBILE Il GOI RISparmio e COnservazione dell’azoto
nei SiStemi Agricoli suini – RISCOSSA (riscossa.crpa.it/)

di Maria Teresa Pacchioli e Sujen Santini

L’inquinamento delle risorse idriche, sotterranee o superficiali, in molti casi è dovuto ad un’eccessiva concentrazione di elementi come l’azoto e il fosforo. Utilizzati in agricoltura perché essenziali per la crescita vegetale, diventano però nocivi quando le loro concentrazioni nelle acque raggiungono livelli troppo elevati. Tipico è l’inquinamento dovuto ai nitrati, una forma minerale dell’azoto particolarmente solubile nelle acque. Anche concentrazioni di pochi milligrammi per litro di nitrati nell’acqua possono risultare tossiche per l’uomo e gli animali. Il limite di potabilità è posto a 50 milligrammi per litro. Per questi motivi, con l’uscita della Direttiva Nitrati (Dir. 91/676/CEE), l’Unione Europea ha avviato il percorso di regolamentazione dell’uso dell’azoto in agricoltura.

La protezione delle acque dall’inquinamento da azoto nelle aree con elevata concentrazione di allevamenti intensivi è una delle problematiche con cui deve confrontarsi la zootecnia italiana, localizzata soprattutto nelle regioni del Nord del Paese. L’agricoltura contribuisce in modo significativo ad aumentare il carico di nutrienti nei corpi idrici: anche se oggi si può ritenere il contenuto di nitrati nelle acque nelle regioni del nord d’Italia in genere stabile, le regioni hanno definito delle aree a rischio, indicate nel Piano tutela delle acque, e tra queste aree spiccano le zone di montagna e collina, in buona misura caratterizzate da corpi idrici in stato non buono.

Il primo fattore che regola l’escrezione di azoto da parte dei suini è evidentemente l’alimentazione proteica, cioè la quantità ed il valore biologico delle proteine che vengono somministrate all’animale. Migliore è il valore biologico delle proteine (cioè la loro fruibilità da parte dell’animale) e migliore la congruità con i fabbisogni quantitativi e qualitativi in termini di amminoacidi, migliore sarà la trasformazione delle proteine alimentari in accrescimento corporeo e quindi minore l’escrezione azotata.

Per questo motivo sia le norme che regolano la salvaguardia delle acque superficiali (D.M. 25 febbraio 2016) sia quelle che regolano le emissioni in atmosfera (Industrial Emissions Directive 2010/75/EU – Integrated Pollution Prevention and Control – Best Available Techniques (BAT) Reference Document for the Intensive Rearing of Poultry or Pigs 2017) e non ultimo le linee guida per la riduzione delle emissioni in atmosfera provenienti dalle attività agricole e zootecniche (Accordo di Bacino Padano del dicembre 2013), mettono in risalto l’efficacia di interventi sull’alimentazione tesi a: 1. adattare il tenore proteico delle diete ai reali fabbisogni dei suini migliorando il valore biologico delle proteine e ottimizzando il rapporto fra energia e proteine; 2. utilizzare diete diverse a seconda della fase di accrescimento degli animali; 3. utilizzare diete a basso tenore proteico integrate con amminoacidi di sintesi.

Questi tre interventi consentono, in ordine di efficacia crescente, di migliorare l’utilizzazione dell’azoto per l’animale, miglioramento che deve essere stimato attraverso un sistema di bilancio che tenga conto degli input (animali e alimenti in entrata nell’allevamento), degli output (animali in uscita) e delle variazioni della consistenza delle scorte vive e morte (per approfondimenti metodologici sul bilancio dell’azoto aqua.crpa.it). Il bilancio dell’azoto dell’allevamento, che rientra nel più complesso bilancio dell’azoto dell’intera azienda, è lo strumento più idoneo per stimare l’effettivo impatto ambientale di un’attività agricola e, dal punto di vista dell’allevatore può essere utilizzato non solo per dimostrare la rispondenza ai requisiti minimi previsti dalla normativa in materia ambientale, ma anche per evidenziare un impatto ambientale minore di quello standard individuato ad esempio dalla D.M. 7 aprile 2006 di recepimento della Direttiva Nitrati, e quindi la possibilità di ridurre le superfici di utilizzazione agronomica previste dal Piano di Utilizzazione Agronomica o di ridurre i quantitativi di azoto per ettaro. Questo aspetto è particolarmente importante nelle zone con acquiferi in non buono stato ed in zone vulnerabili ai nitrati.

Se da un lato si può considerare consolidato dai risultati della ricerca internazionale l’effetto positivo sull’ambiente di una riduzione del tenore proteico delle diete, gli elementi da valutare a livello di applicazione pratica sono soprattutto la costanza dei risultati nel tempo e il grado di riduzione del contenuto di proteina grezza della dieta attuabile senza che vi siano peggioramenti produttivi. Trattando la suinicoltura nazionale c’è la necessità che qualsiasi intervento sulla dieta non vada a scapito non solo della produttività in vivo ed alla macellazione, ma anche della idoneità delle carni alla produzione di stagionati di alta qualità. A questi temi è dedicata una parte delle attività del Piano per l’Innovazione RISparmio e COnservazione dell’azoto nei SiStemi Agricoli suini – RISCOSSA, realizzato nell’abito del PSR 2014-2020 REGIONE EMILIA- ROMAGNA Misura 16.1.01 – Gruppi operativi del partenariato europeo per la produttività e la sostenibilità dell’agricoltura. Il Piano è condotto dalla Fondazione CRPA Studi Ricerche (FCSR) insieme all’azienda Azienda Agricola Spaggiari Daniela, al Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (C.R.E.A.) e a Centro Ricerche Produzioni Animali (CRPA), e la collaborazione tecnica di COMAZOO che ha fornito supporto nella formulazione ed uso delle diete sperimentali. Il Piano vuole contribuire a diffondere un modello di allevamento suinicolo sostenibile, in senso ambientale ed economico, in zone della provincia di Modena dove il modello standard di suinicoltura intensiva ha fallito.

Alimentazione dei suini ed escrezione di azoto.

In sperimentazioni precedenti si è verificata la possibilità di ridurre tra il 10 e il 30% la proteina grezza dietetica dei suini attraverso un bilanciamento del suo valore biologico con l’uso crescente di amminoacidi di sintesi partendo dal primo amminoacido essenziale e limitante (lisina) fino ad arrivare all’uso di 6 amminoacidi di sintesi (lisina, metionina, triptofano, treonina, isoleucina, valina). In questo progetto si è lavorato su 3 cicli di allevamento consecutivi condotti dall’azienda Spaggiari utilizzando diete multifase per adeguare gli apporti nutritivi ai fabbisogni dei suini e, prudenzialmente, senza arrivare alla riduzione massima del tenore proteico che era stata utilizzata in prove sperimentali; Nello specifico si è posizionato il livello proteico delle diete in tutte le fasi al di sopra del valore di proteina minima equilibrata, cioè quella quantità di azoto indifferenziato necessaria agli animali per sintetizzare gli amminoacidi non essenziali. In questo caso la quantità massima di lisina presa a riferimento è stata 6,5 grammi per ogni 100 grammi di proteina grezza. Per ogni ciclo di allevamento condotto presso l’azienda Spaggiari sono stati rilevati la data di introduzione degli animali, il peso di partita, la data ed il peso degli animali eliminati o deceduti, il peso finale di tutti gli animali inviati al macello. I suini sono stati alimentati con materie prime (mais) e nuclei appositamente formulati. Di tutte le partite di mais e nucleo consegnate è stato registrato il peso e prelevato un campione per la determinazione del contenuto in azoto. Per il siero, reperito in loco autonomamente dall’Azienda agricola Spaggiari, è stato prelevato un campione a cadenza almeno bisettimanale.

Sono stati condotti tre cicli di allevamento utilizzando suini da ristallo che nei tre casi provenivano da diversi verro terminale differente per genetica: Duroc Italiano primo ciclo, Duroc Danese secondo ciclo e Larghe Withe terzo ciclo. La resa dell’azoto ottenuta nei 3 cicli è stata, rispettivamente, del 30,44%, del 38,39 e del 31, 91. L’azoto escreto negli effluenti calcolato con il metodo del bilancio è stato complessivamente di 3.480,19 chilogrammi nel primo ciclo, 3.044,51 nel secondo e 2.988,04 nel terzo ciclo. Applicando all’escreto la riduzione del 28% per volatilizzazione dell’azoto presente durante la fase di stoccaggio e distribuzione dei reflui, e il numero di cicli di allevamento attuabili nell’anno solare, si ottengono i valori di azoto al campo presentati in tabella 2. Considerando, in base all’accrescimento medio giornaliero, un numero di 1,65 cicli/anno, l’azoto annuo risulterebbe di 4138,4 kg

Come si può vedere in tabella 2, adottando un bilancio analitico dell’azoto consumato rispetto ad usare il dato tabellare in base al peso vivo medio presente fornito dall’allegato del DM 7 aprile 2006 per la redazione del Piano di Utilizzazione Agronomica dei reflui, si avrebbero notevoli risparmi di superficie per lo spandimento. Questo significa che l’adozione della dieta a ridotto tenore proteico e del calcolo di bilancio dell’azoto possono rappresentare una opportunità per risparmiare terreno impiegato per il PUA, così come permettere l’allevamento di più animali a parità di ettari disponibili.

Conclusioni

Questi primi risultati mostrano come sia possibile reintrodurre l’allevamento dei suini anche in zone collinare e montane della regione Emilia-Romagna, dove la disponibilità di terreni idonei allo spandimento dei reflui è limitata per condizioni di accessibilità e pendenza, oltre che per la fragilità dei corpi idrici. Qui la realizzazione di allevamenti di grandi dimensioni è impraticabile, ma in piccole realtà gestite con managerialità e competenza è possibile ottenere produzioni soddisfacenti e di qualità, con riduzioni importanti del tenore proteico della dieta.