Biogeni: Il primo passo per intraprendere un corretto allevamento conforme al metodo biologico

Biogeni: Il primo passo per intraprendere un corretto allevamento conforme al metodo biologico

di Fabiola Canadesi e Sujen Santini

I regolamenti comunitari ci presentano la scelta della razza o linea genetica come il primo passo per intraprendere un corretto allevamento conforme al metodo biologico. Gli animali che dobbiamo selezionare per il nostro allevamento devono adattarsi alle condizioni locali, possono essere varietà autoctone o linee genetiche che sviluppiamo a livello aziendale, devono essere vitali e resistenti alle malattie (è la prima voce della prevenzione). Gli animali selezionati per l’allevamento biologico devono poter evitare i problemi e le malattie tipiche dell’allevamento intensivo. Di quale tipo di animali stiamo parlando? Perché il metodo biologico rivolge la sua attenzione verso questo tipo di animali? Gli animali (ricordiamo che si parla di razze o linee genetiche) ideali sono quelli che possono adattarsi alle caratteristiche dell’allevamento biologico: spazi più ampi, accessi all’aperto e ai pascoli, un’alimentazione più rispondente alle necessità fisiologiche e una medicalizzazione molto meno spinta. Animali più longevi perché più robusti, capaci di produrre “qualità” prima di “quantità” in condizioni più “naturali” per la specie. Le motivazioni all’origine di queste indicazioni possono essere differenti, ma noi vorremo concentrarci su quella principale: la motivazione economica, allevare è un lavoro e la prima motivazione deve essere sempre economica. Il metodo biologico ci ricorda che il maggiore guadagno si ottiene principalmente diminuendo le spese e un animale allevato con metodo biologico deve fare proprio questo, produrre “qualità” più a lungo, con minori input, anche terapeutici. Perché l’indice Biogeni? Nell’ultimo decennio abbiamo assistito alla conversione di molte stalle di vacche da latte da una produzione con metodo convenzionale a biologico. Una delle criticità che maggiormente ha messo in difficoltà gli allevatori è stata quella di dover adattare le tecniche gestionali previste dal metodo di produzione biologica (utilizzo dei pascoli, razioni con un rapporto tra i foraggi e i concentrati nettamente più favorevole ai primi, il divieto dell’utilizzo di farine di estrazione e di vitamine e aminoacidi di sintesi, solo per citare alcune regole) ad animali adatti ad una produzione convenzionale finalizzata ad ottenere performance produttive sempre maggiori. Questo lavoro ha la finalità di garantire agli allevatori che hanno scelto di convertire la loro gestione di stalla al metodo biologico, un animale che, pur garantendo sempre ottime produzioni di latte, possa nel contempo adattarsi meglio ai parametri gestionali richiesti dal regolamento comunitario che disciplina le produzioni biologiche. L’indice BIOGENI per la vacca da latte nasce quindi dal desiderio di FederBio e Filbio.it di offrire agli allevatori uno strumento utile nella fase di scelta della genetica adeguata per lavorare in modo più semplice e funzionale.

FARE SELEZIONE IN UNA AZIENDA BIOLOGICA
Che ci si muova nell’ambito di un allevamento da latte convenzionale o biologico i passaggi fondamentali e gli elementi fondanti di un buon programma di selezione sono gli stessi. Potranno essere differenti gli obiettivi ma tutto il resto, almeno dal punto di vista genetico, funziona esattamente nello stesso modo. Padre e madre trasmettono alla progenie metà del loro valore genetico, questo valore genetico ereditato dai genitori si traduce in produzioni, caratteristiche morfologiche, funzionali e riproduttive attraverso una complessa interazione con l’ambiente, l’alimentazione e la gestione dell’allevamento. La variabilità genetica esistente fra gli animali consente di poter scegliere quelli che sono portatori delle caratteristiche che meglio si adattano ai propri indirizzi produttivi, in questo caso quelli specifici di un allevamento biologico. Fare selezione Selezionare significa scegliere. Nel caso del miglioramento genetico significa identificare padri e madri in modo che la loro progenie sia “migliore” dal punto di vista genetico rispetto alle generazioni precedenti. Nel caso specifico dei bovini da latte si scelgono principalmente i tori da utilizzare per la fecondazione artificiale della mandria: si lavora cioè perché le figlie delle manze e delle vacche allevate oggi siano migliori delle loro madri per effetto di questa “selezione” sui padri. Con l’avvento della genomica oggi (con l’utilizzo dei test del DNA) è possibile conoscere con una elevata accuratezza anche il valore genetico delle vacche e delle manze allevate, ed è possibile scegliere anche le madri delle future vitelle da latte dell’allevamento. Se i tori (ed eventualmente le madri) vengono selezionati in modo che abbiano caratteristiche genetiche superiori rispetto alla mandria in produzione il valore genetico medio delle vitelle nate sarà migliore di quello delle generazioni precedenti. Affinché un programma di selezione sia efficace occorre realizzare 4 passaggi fondamentali (Figura 1):

  1. Definire l’obiettivo da raggiungere;
  2. Identificare lo strumento più adatto per raggiungere l’obiettivo e scegliere i padri e/o le madri (indice di selezione);
  3. Scegliere tori (ed eventualmente vacche e manze) sulla base dell’indice di selezione;
  4. Misurare e monitorare il risultato.

Figura 1 – I quattro passaggi fondamentali per la realizzazione di un programma di selezione aziendale.

Tutte e quattro le fasi sono importanti. Definire l’obiettivo è strategico perché solo con una meta precisa da raggiungere si possono ottenere buoni risultati. Identificare lo strumento, cioè l’indicatore che verrà utilizzato per scegliere i tori e magari anche le madri delle future generazioni di vitelle è il primo passaggio operativo: è in base a questo indice che si effettueranno tutte le scelte. Il terzo passaggio è una logica conseguenza dei primi due in cui possono entrare in gioco valutazioni di tipo economico (quanto spendere per il seme o per degli eventuali test genomici, ad esempio). Il quarto è essenziale per capire se si sta facendo bene e se il programma porta il livello produttivo, morfologico e funzionale della mandria nella direzione desiderata o se sarà necessario fare degli aggiustamenti. Alla fine del percorso, se tutto funziona, le performance dell’azienda iglioreranno progressivamente e creeranno reddito per l’azienda. È a questo punto che si può parlare di un programma di selezione aziendale di successo.

IMPORTANZA DELLA GENETICA
La genetica, in linea generale, incide dal 10 al 50% sui caratteri che sono importanti per un allevamento da latte. Il restante 90-50% è determinato dall’ambiente e dalla gestione. Quanto e come sono alimentate le vacche, in quale mese dell’anno partoriscono, la loro età al parto, quanto confortevoli sono le strutture di stalla, la routine di mungitura, tutto contribuisce ed interagisce con il valore genetico del soggetto per tradursi in produzioni e performance di qualità. Se alla base c’è un buon livello genetico tutto quello che la gestione deve fare è creare la situazione nella quale la genetica possa esprimersi in tutto il suo potenziale. Ciò che si accumula generazione dopo generazione nel patrimonio genetico della mandria è permanente e può essere misurato osservando come cambia il livello genetico degli animali che costituiscono la mandria di anno in anno a seguito del ciclo continuo di selezione dei padri e delle madri migliori come genitori (figura 2) delle future generazioni. Il capitale genetico costituito dalla mandria è uno dei “tesori” importanti di un allevamento da latte. E’ un capitale su cui investire conviene sempre: se l’investimento in seme, inseminazioni ed eventualmente test genomici è fatto in modo efficace rende fino a tre-quattro volte il suo valore.

Soprattutto in un allevamento di bovini da latte gli effetti delle azioni di miglioramento non si realizzano nell’immediato ma nel medio lungo termine: per poter misurare il risultato delle scelte fatte oggi sui tori per la FA occorrerà attendere la nascita delle vitelle femmine e poi che queste arrivino al primo parto, cioè circa due-tre anni.


Figura 2 – Il ciclo continuo innescato dall’implementazione di un programma di selezione aziendale costruisce anno dopo anno un lento e progressivo miglioramento del livello genetico della mandria

La ruminazione come indicatore di benessere

La ruminazione come indicatore di benessere

di Sonia Rumi

La variabilità del tempo di ruminazione è legata a molti fattori tra cui composizione della dieta, caratteristiche qualitative del foraggio, errori nella gestione della mandria, anche da un punto di vista etologico, stato riproduttivo, livello produttivo, condizioni climatiche e stato di salute dell’animale.

I ruminanti sono caratterizzati dall’avere un apparato digerente molto complesso, formato da tre prestomaci (rumine, reticolo, omaso) e da uno stomaco vero e proprio (abomaso). La digestione avviene nell’abomaso ed è preceduta da una fermentazione microbica, che avviene nei prestomaci. I ruminanti possono ingerire una notevole quantità di materiale vegetale, quasi senza masticarlo, accumulandolo nel rumine. A distanza di alcune ore dall’ingestione primaria, avviene il processo della ruminazione; riflesso mediante il quale l’animale riporta nella cavità orale il materiale vegetale per masticarlo, mescolarlo alla saliva e, una volta finemente triturato, rimandarlo nel rumine per il completamento della digestione (Figura 1).

FIGURA 1: Nel rumine, ad opera di specifici batteri, muffe e protozoi cellulosolitici, ha inizio una prima demolizione delle fibre vegetali. Il secondo dei tre prestomaci è il reticolo (il più piccolo), esso è formato da tante cellette reticolari (quadrate od esagonali), che ricordano per forma e struttura il favo delle api, ha uno sbocco sull’esofago e comunica ampiamente col rumine. Il reticolo ha un ruolo nella fermentazione e nel rimescolamento del materiale ingerito durante la ruminazione, uno dei suoi compiti primari è quello di separare dalla massa fermentante le particelle più fini, che possono proseguire nel tratto gastroenterico. L’ultimo dei tre prestomaci è l’omaso, esso permette il transito del materiale vegetale fermentato fino all’abomaso. La sua funzione principale è quella di riassorbire parte della componente liquida dell’ingesta fermentata. Le pareti interne dell’omaso hanno numerose pieghe (lamine omasali), che gli consentono di aumentare la superficie assorbente. Nell’abomaso l’ingesta fermentata viene sottoposta all’azione dei processi digestivi (succhi gastrici), analogamente a quanto avviene nello stomaco degli animali monogastrici (come l’uomo). Le sostanze vegetali digerite vengono rilasciate, tramite il pirolo, nell’ intestino tenue per la fase di assorbimento.

Negli vitelli i prestomaci sono poco sviluppati e non funzionanti. In questa fase, in cui l’alimentazione prettamente lattea non necessita di nessuna reazione fermentativa, la doccia esofagea consente al latte di passare direttamente nell’abomaso, bypassando il rumine (Figura 2).

FIGURA 2: L’apparato gastrico dei ruminanti è mediamente costituito nella prima settimana di età, per il 70-80% dall’abomaso, per il 15- 20% dall’omaso e soltanto per l’ 8-10% dal complesso rumine-reticolo; dopo lo svezzamento, per il 70-80% dal rumine-reticolo, per il 20% dall’omaso e soltanto per il 10% dall’abomaso.

Lo svezzamento è il passaggio nella dieta che ha l’obiettivo di favorire in modo equilibrato e relativamente rapido il processo di crescita del rumine, delle papille ruminali e l’instaurarsi della flora microbica, garantendo le performance di accrescimento. Dato che il sistema nervoso che controlla la motilità intestinale diviene funzionante a 10-15 giorni di vita, si considera tale data momento ideale per iniziare la somministrazione di alimento solido (mangime starter). Lo starter deve essere a base di cereali, appetibile e avere granulometria capace di stimolare la masticazione e la salivazione. Il vitello si considera svezzato quando il suo livello di ingestione di mangime non è inferiore al 2% del peso corporeo (2-2,5 kg), raggiungendo i 100 Kg di peso vivo intorno alle 9-10 settimane con un incremento medio giornaliero di 0,7-0,8 kg.

Nel bovino adulto la ruminazione è influenzata dal tipo di alimenti che costituiscono la razione e dalle caratteristiche della fibra, ma anche dalle condizioni sanitarie dell’animale, dal livello di stress e dal tipo di management aziendale. La ruminazione è parte integrante del processo di digestione dell’alimento, quindi influenza positivamente la quantità di sostanza secca ingerita. Allo stesso modo, all’aumentare del tempo che l’animale dedica ad alimentarsi e della quantità di sostanza secca ingerita, aumentano i tempi di ruminazione. Ciò che collega ruminazione, masticazione e livello di ingestione è l’NDF fisica effettiva (peNDF); ovvero la fibra che determina la risposta dell’animale in termini di attività di masticazione. Il fattore di efficienza fisica può variare da 0 (quando l’NDF dell’alimento non stimola la masticazione) a 1 (quando l’NDF dell’alimento promuove la massima attività di masticazione). Poiché il fattore di efficienza fisica è legato alle dimensioni delle particelle e alla riduzione delle dimensioni delle particelle (che è direttamente legata alla attività di masticazione), la peNDF influenzerà la stratificazione del contenuto ruminale, importante nel trattenere le particelle grosse, nella stimolazione della motilità, nella dinamica di fermentazione e transito. In contesti di allevamento in cui la somministrazione dell’alimento è ad libitum, la bovina deve spendere mediamente dai 480 ai 550 minuti al giorno (8-9 ore) ruminando. Sono riconosciute due fasi di ruminazione; diurna meno intensa e notturna più intensa. Questo processo fisiologico è molto sensibile a fattori ambientali e gestionali di stress. In caso di stress da caldo, sovraffollamento, cattiva gestione dei gruppi e cattiva interazione uomo-animale, i bovini possono bloccare volontariamente la ruminazione. Da questo si evince che la ruminazione rispecchia non solo la qualità e il bilanciamento della razione alimentare, ma anche lo stato di salute dell’animale. La variabilità maggiore si registra nella fase diurna. Una riduzione del 15% dell’attività ruminale aumenta il rischio di problemi metabolici come l’acidosi ruminale subclinica, abbassa l’assimilazione dei nutrienti, incrementa l’incidenza di zoppie e mastiti e riduce i parametri di qualità del latte. Nel periodo estivo, lo stress da caldo può ridurre il tempo di ruminazione del 30% con un impatto diretto sull’ingestione di sostanza secca.

La ruminazione rappresenta un adattamento evolutivo dei mammiferi erbivori, soggetti a forte pressione predatoria. Essa consente all’animale di accumulare in modo rapido grandi quantità di cibo nel rumine in seguito ad una grossolana masticazione dell’alimento ed una veloce deglutizione in aree di pascolo potenzialmente pericolose. Anche se non assistiamo più ad atti predatori, in quanto il bovino viene allevato in strutture idonee, i 3 punti evidenziati si manifestano ugualmente a causa della competitività esistente tra i soggetti. Il ruolo della ruminazione è fondamentale, essa consente di facilitare la macerazione dell’alimento ingerito, il rimescolamento del contenuto con la saliva, lo sminuzzamento dello stesso per facilitarne l’assorbimento, la distribuzione uniforme dei microrganismi cellulosolitici e la rimozione di parte dell’anidride carbonica e del metano derivanti dai processi fermentativi.

In condizioni di sovraffollamento, in cui viene ridotto del 40% lo spazio messo a disposizione delle bovine, il tempo di ruminazione può calare di 30 minuti al giorno; complice la riduzione del tempo di riposo durante il quale avviene la ruminazione. Anche la competizione gerarchica è un altro fattore da non sottovalutare. Alcuni studi hanno dimostrato che le vacche subordinate, che quindi subiscono la competizione delle dominanti, ruminano il 35% del tempo in meno a causa della riduzione del tempo di accesso alla mangiatoia e dell’ingestione. È dunque importante gestire al meglio gli spostamenti degli animali e assicurare loro i giusti spazi per ridurre al massimo l’instaurarsi di fenomeni gerarchici. Ci sono anche eventi fisiologici nella vita dell’animale che influenzano l’attività ruminale, come il parto o l’estro. Il giorno del parto è stata osservata una riduzione del tempo di ruminazione fino al 70% rispetto al tempo di ruminazione medio osservato durante il periodo di asciutta. Esiste infatti una finestra temporale intorno al parto in cui l’animale cala molto la ruminazione e successivamente ad esso riprende questa attività. Molti studiosi hanno sottolineato come questo potrebbe essere quindi usato come un indicatore per l’allevatore di un animale che si sta preparando al parto. È importante considerare che l’aumento del tempo di ruminazione dopo il parto si instaura molto più rapidamente (3 giorni) in bovine che hanno avuto tempi di ruminazione maggiori durante l’asciutta. Al contrario, l’aumento del tempo di ruminazione può instaurarsi solo dopo 15 giorni dopo il parto in bovine con un livello di ruminazione contenuto durante l’asciutta. È interessante notare inoltre che bovine a bassa ruminazione hanno una probabilità del 50% maggiore si avere diagnosticata almeno una patologia clinica dopo il parto (ritenzione di placenta, endometrite, chetosi, zoppie e mastite). Ciò si ripercuote sulla produzione durante il primo mese di lattazione che risulta ridotta del 25% (Rumination time around calving: An early signal to detect cows at greater risk of disease. L. Calamari, N. Soriani, G. Panella, F. Petrera, A. Minuti and E. Trevisi. Journal of Dairy Science Vol. 97 No. 6, 2014). Alla luce di questi risultati possiamo concludere che il tempo ruminazione potrebbe essere usato come indice del benessere della mandria. La recente introduzione di sistemi indiretti che consentono di misurare il tempo di ruminazione, sulla base dell’analisi di segnali sonori emessi durante tale processo, consente di creare un modello che rappresenta l’andamento dell’attività ruminale durante le 24 ore della mandria (Figura 3). Lo scostamento da questo modello è indicativo di disturbo in atto.

FIGURA 3: La tecnologia impiegata monitora e osserva 24 ore su 24 ogni singola vacca, permette di intervenire in modo preventivo sugli riducendo i tempi di intervento, i costi di gestione, ottimizzando le rese produttive e contribuendo al miglioramento dello stato di salute e del benessere animale. Gli obiettivi che giustificano l’adozione di questa tecnologia sono quelli di monitorare le vacche, sia a livello individuale che di gruppo, in modo tale da identificare precocemente gli animali più a rischio per problematiche sanitarie, ma anche di correggere e migliorare la gestione complessiva della mandria in ambiti quali la nutrizione, il cow comfort, la gestione degli spostamenti, lo stress termico. L’adozione della tecnologia di monitoraggio della ruminazione e del tempo in mangiatoia può davvero portare dei reali benefici nella gestione sia dei singoli individui che della mandria nel suo complesso concentrandosi maggiormente solo sugli individui presenti nella “lista di allarme salute”. Così anche chi opera sarà più efficiente in termini di tempo e risultati dovendosi focalizzare su animali che davvero necessitano di cure attente.

 

Le sensazioni degli animali: la vista

Le sensazioni degli animali: la vista

di Sujen Santini

INTRODUZIONE

Quando si confronta il cervello degli altri animali con quello dell’uomo, l’unica differenza evidente a occhio nudo è la maggiore dimensione della neocorteccia nell’uomo. All’interno della neocorteccia, i lobi frontali, sono la destinazione finale di tutta l’informazione trasmessa al cervello, dove viene riunita in un’unica visione d’insieme. Negli altri animali invece tutti i minuscoli dettagli sensoriali che provengono dall’ambiente rimangono separati e identificabili. Il prezzo che gli esseri umani pagano, in cambio dei loro lobi frontali così sviluppati, è un livello di disattenzione che non si riscontra negli altri animali. Facciamo un esempio: osservate l’immagine sottostante e dite la prima cosa che vi viene in mente. Probabilmente la maggior parte di voi coglierà un paesaggio, i più meticolosi un albero, un prato, un cielo nuvoloso. Una vacca coglie i singoli steli d’erba, le singole foglie che compongono il ramo, ovvero i singoli dettagli che compongono il quadro. Come sottolinea Temple Grandin nel suo libro La macchina degli abbracci: “Gli essere umani non sono astratti solo nel modo di pensare, ma anche nel modo di vedere e di udire. Gli animali non vedono una loro personale idea delle cose: vedono le cose reali. Questa è la grande differenza tra esseri umani ed animali che usano il linguaggio sensoriale”.

LA VISTA DEI BOVINI

Per i bovini, come per noi, la vista è il senso dominante, dal quale ottengono circa il 50% delle informazioni dall’ambiente. I bovini vedono però diversamente da noi: hanno una visione a 330°, prevalentemente laterale monoculare a grandi distanze, essendo un animale predato ciò permette di pascolare e ruminare per ore tenendo sotto controllo il territorio circostante.

La visione binoculare è un’area limitata di fronte loro e questo è da tenere in considerazione poiché limita la loro capacità di percepire la profondità o distanza.

Conoscere il campo visivo è importante ad esempio per avvicinarsi loro in modo corretto, ovvero di lato e lentamente evitando così di scatenare reazioni di paura e quindi comportamenti volubili, imprevedibili e potenzialmente pericolosi. Anche durante le operazioni di movimentazione è indispensabile tenere in considerazione che noi e le bovine abbiamo un campo visivo diverso e, pertanto, vediamo cose diverse. Facciamo un esempio. Quando gli animali devono essere caricati su un camion l’immagine che vede l’operatore che li guida è quella seguente:

La vacca invece ha un campo visivo più ampio e dunque può essere spaventata o infastidita da cose che noi non riusciamo a vedere.

I bovini vedono solo una piccola area di fronte a loro e non riescono a valutare bene distanza e profondità. Alcune configurazioni di passaggi o cancelli possono contrastare con la percezione della profondità di una vacca rendendo difficile spostare l’animale in modo efficiente. Ad esempio, una bovina non percepirà un’apertura ad angolo retto rispetto alla fine di un corridoio e l’animale si sottrarrà all’essere mosso in questa direzione poiché non percepisce una via di fuga o di ritorno.

A causa della loro limitazione nella visione verticale e della mancanza di capacità di mettere a fuoco rapidamente, è importante tenere in considerazione che la loro percezione di un ostacolo è diversa dalla nostra. Ad esempio un’ombra sul terreno potrebbe essere scambiata per un profondo crepaccio! E’ quindi importante evitare sul loro percorso ostacoli (veri o presunti) come ad esempio piccoli oggetti, cambiamenti di pavimentazione e di superfici, griglie di drenaggio: nel caso lasciare il tempo alla bovina di abbassare la testa, mettere a fuoco l’ostacolo e procedere nuovamente. I bovini in natura sono più attivi all’alba e al crepuscolo per cui sono molto sensibili alla luce, sono abbagliati dalla luce intensa e hanno paura del contrasto luminoso: sono meno in grado di discriminare oggetti che differiscono per intensità di luce e non riescono a vedere il contrasto del colore, percepiscono le ombre più estreme rispetto a come le percepiamo noi. Hanno una visione dicromatica, sono in grado di distinguere i colori delle lunghezze d’onda più lunghe (giallo, arancione e rosso) molto meglio delle lunghezze d’onda più corte (blu, grigio e verde). I vitelli sono in grado di discriminare tra lunghezze d’onda lunghe (rosse) e corte (blu) o medie (verdi), ma hanno una capacità limitata di discriminare tra corta e media. Per quanto possibile è quindi bene mantenere una illuminazione uniforme, diminuire contrasti e superfici riflettenti. Ad esempio, durante una operazione di movimentazione, bruschi cambiamenti di colori delle attrezzature, luci che riflettono sulle pozzanghere o su superfici metalliche possono rappresentare un elemento di disturbo sufficiente per impaurire l’animale e impedirgli di avanzare. Inoltre, questa sensibilità agli stimoli luminosi è da tenere in considerazione per la difficoltà di messa a fuoco nel passaggio buio/luce. Il passaggio da zone illuminate a zone in ombra richiede un periodo di regolazione di alcuni minuti, cosa di cui l’operatore deve tener conto quando vuol movimentare gli animali. Il fenomeno inverso è più veloce: i bovini sono attratti dalla luce se questa non è eccessivamente abbagliante. Ad esempio, in una condizione come la foto di seguito nel passaggio da un ambiente buio ad uno molto illuminato necessita di qualche minuto di adattamento della vista. Se il contrasto è particolarmente forte la luce li abbaglia rendendoli quasi cechi per qualche minuto.

E’ ovvio che in queste condizioni gli animali sono spaventati e si bloccano per questo motivo: urlare o indurli a muoversi con la forza è controproducente, meglio attende qualche istante che la visione si adatti e gli consenta di riprendere spontaneamente il movimento.

Altra curiosità legata alla visione è la loro percezione del movimento: la percezione del movimento dinamico è distorta per cui hanno paura dei movimenti rapidi che hanno un grande effetto nell’attivare l’amigdala, la parte del cervello che controlla la paura.

E’ pertanto bene muoversi con movimenti lenti per non spaventarli e non essere percepiti come potenziali predatori, così come prestare attenzione ad altri dettagli che possono spaventarli, quali abiti appesi sugli steccati, oggetti di plastica in movimento, il movimento delle pale dei ventilatori. Infine la vista è implicata in aspetti sociali e fisiologici: le bovine isolate soffrono, sono animali sociali che hanno bisogno di un contatto visivo con i loro simili, poiché sono animali predati il senso del gruppo li tranquillizza. Inoltre attraverso la vista, la ghiandola pineale registra la lunghezza delle ore di luce della giornata e regola l’asse ormonale riproduttivo, favorendo i parti in primavera.

Zani Adam: suini, filiera corta e tradizione

Zani Adam: suini, filiera corta e tradizione

di Daniele Maspes

L’Azienda Agricola Zani Adam è un piccolo allevamento di suini a ciclo chiuso a conduzione familiare, sito in frazione Casacce nel comune di San Gervasio Bresciano. E’ socia di Comazoo dal 1999 e da allora ha sempre lavorato in stretta collaborazione con i tecnici del servizio suini della cooperativa.

L’allevamento è costituito da due unità produttive separate, una che comprende la scrofaia, gli svezzamenti ed una “messa a terra”e l’altra, che dista circa 200 metri, nella quale sono ubicati i suini all’ingrasso. Questa seconda struttura ha contratto un rapporto di soccida con Comazoo alla fine del 2011. Nonostante la due strutture d’allevamento siano identificate con due codici ASL, i due capannoni sono considerati un’unica unità sanitaria e quindi nell’ingrasso possono essere allevati solo suini provenienti dalla suddetta scrofaia con un innegabile vantaggio di salute per gli animali. In questa piccola realtà l’allevatore e la sua famiglia hanno un po’ precorso i tempi in tema di “benessere animale”, mettendo a disposizione degli animali il materiale manipolabile e non eseguendo più il taglio della coda da ormai quasi tre anni.

La scrofaia ospita circa 70 femmine in produzione, organizzate in bande trisettimanali, la quota di rimonta, due verri e 250 posti svezzamento. Nella parte di ingrasso sono mediamente presenti circa 500 capi. I suinetti che non vengono ingrassati in loco sono commercializzati da F.C.S. (Filiera Cooperativa Suinicoltori) che li colloca in altri allevamenti in soccida con Comazoo oppure presso altri ingrassi di Soci e non Soci.

La genetica presente in allevamento è ANAS. Più in specifico l’autorimonta aziendale delle scrofette F1 è ottenuta utilizzando GP Landrance Alta Prolificità con GP Large White. Il verro finale utilizzato per le coperture delle F1 è il Duroc Alta Resa. Per migliorare il profitto di questa piccola realtà allevatoriale, Adam ed i suoi genitori Domenico e Graziella hanno pensato di valorizzare la loro tradizione familiare di norcineria aprendo nel 2018 in paese a San Gervasio uno spaccio con annesso laboratorio dove vendere al pubblico i loro prodotti. Entrando nello spaccio si è accolti da una meravigliosa esposizione di salami, cotechini, salamelle da griglia, coppe, pancette baciate, culatelli, ciccioli e carne fresca (braciole, lonze, filetti, arrosti arrotolati, etc.). il profumo è inebriante.

È il classico esempio di “Filiera Corta” o a Km Zero:

  • La scrofaia Zani Adam produce i suinetti.
  • Zani Adam, in collaborazione con Comazoo, li ingrassa.
  • Comazoo vende alcuni suini grassi a Zani Adam che li fa macellare; le mezzene sono poi trasformate nel suo laboratorio nei prodotti di salumeria e di carne che vengono infine vendute nello spaccio.

Ci tengo a sottolineare l’impegno impiegato dall’Azienda Zani Adam in collaborazione con Comazoo al mantenimento ed alla divulgazione delle ricette della tradizione nella produzione del salame ma soprattutto la ricetta del “Salame DECO” (Denominazione di Origine Comunale) di Alfianello. Infatti, tutti gli anni il comune di Alfianello organizza la sagra della terza di ottobre; grazie all’impegno del sindaco Zani Matteo, le ultime due manifestazioni hanno visto protagonisti i Norcini dell’Associazione Lombarda Norcini che si sono esibiti mostrando a tutti i visitatori come si produce il salame DECO di Alfianello, descrivendo anche tutte le fasi prepratorie.

La materia prima, cioè il suino, è stata offerta da Comazoo, cooperativa che ha nel suo DNA la collaborazione alla iniziative dei propri allevatori. Questa manifestazione è stata molto gradita dai molti visitatori che hanno affollato la sagra. L’augurio è che in futuro sia sempre possibile continuare con queste interessanti iniziative che servono a coinvolgere le molte persone che poco conoscono del mondo agricolo e delle sue tradizioni.

Criptosporidiosi dei vitelli

Criptosporidiosi dei vitelli

Josephine Verhaeghe – Resp. tecnico CID LINES N.V, traduzione di Stefano Andreatta

La Criptosporidiosi è una malattia parassitaria che colpisce i vitelli dai 5 ai 35 giorni di vita e, più frequentemente, durante la seconda settimana di vita. La sua gravità dipende dalla resistenza generale del vitello e dall’intensità dell’infezione1. Lo scopo di questo articolo è quello di evidenziare l’importanza dell’ambiente e delle condizioni di igiene nella genesi e nello sviluppo di questa patologia.
L’ambiente in cui nasce e cresce il vitello è fondamentale, in particolare quando si tratta di Criptosporidiosi.
Le prime sostanze ingerite portano milioni di microrganismi in un tratto digerente sterile. Da qui l’importanza di controllare il moltiplicarsi dei patogeni attraverso l’igiene.

Di seguito alcune raccomandazioni pratiche.

1. Gestione dell’ambiente per prevenire la Criptosporidiosi
La gestione ambientale mira a ridurre il grado dell’infezione a un livello sufficientemente basso da non causare segni clinici negli animali. Le oocisti di Cryptosporidium parvum sono particolarmente resistenti e in grado di sopravvivere a temperature comprese tra -20 e +60 gradi centigradi.
La presenza di feci e altra materia organica li aiuta a sopravvivere all’essiccamento.
Il primo punto critico della gestione ambientale è quindi eliminare il più possibile la materia organica, che aiuta il parassita a sopravvivere.
Qualsiasi area a contatto con i vitelli è un probabile vettore di contaminazione, quindi, bisogna igienizzare con un protocollo validato, (prodotto * dose * tempo di contatto adeguati).

La gestione degli animali è un puntochiave:
• In un ambiente con una comprovata presenza di Criptospiridiosi, è preferibile ospitare singolarmente vitelli di età inferiore a un mese (foto 1). Si consiglia di svuotare, pulire e disinfettare le gabbiette dei vitelli prima di introdurre un nuovo animale.
• Garantire un’organizzazione per età (e non per dimensione animale, poiché un vitello più debole è un serbatoio di parassiti e altri potenziali agenti patogeni).

Assicurarsi di ridurre al minimo il rischio di trasmissione attraverso le apparecchiature e il personale:
• Mantenere un ordine logico di gestione degli animali (ad esempio: alimentare prima i vitelli più giovani, passando gradualmente ai vitelli più anziani);
• Tenere pulite e disinfettate tutte le apparecchiature mobili (secchi, bottiglie per il latte) (foto 2). Uno studio condotto in Canada ha dimostrato che i fattori di igiene e di gestione influenzavano la diffusione di Cryptosporidium parvum nell’azienda agricola2. L’uso di un detergente per pulire secchi e bottiglie è un fattore che può ridurre significativamente la contaminazione. Si consiglia di sciacquare abbeveratoi, secchi e altri materiali contenenti acqua o mangime per vitelli.

2. Uso di prodotti efficaci contro la Criptosporidiosi
Un’altra peculiarità di Cryptosporidium parvum risiede nella sua resistenza. Non è sensibile ai disinfettanti convenzionali, efficaci contro batteri, virus e funghi. Il cloro o la glutaraldeide, ad esempio, non hanno efficacia contro il Cryptosporidium parvum. Prodotti a base di ammine hanno dimostrato la loro efficacia con una diluizione del 2% e un tempo di contatto di 2 ore. Immagini al microscopio elettronico di Naciri et al.5 mostrano l’effetto delle ammine sulle oocisti: il disinfettante rompe il guscio per distruggere gli sporozoiti che si trovano all’interno (foto 3).

3. Mantenimento di un ambiente al di sotto della soglia critica
La gestione ambientale mira a ridurre il grado dell’infezione a un livello accettabile. I vitelli infestati da una quantità limitata di oocisti non mostrano sintomi, sviluppano immunità e sono progressivamente meno sensibili ai parassiti. Questo fenomeno si osserva regolarmente quando gli edifici sono puliti e vuoti all’inizio della stagione del parto. Tuttavia, dopo un certo periodo, compaiono diarrea e segni clinici. Uno studio condotto in Canada ha scoperto che i vitelli diffusori di oocisti avevano una probabilità 3 volte maggiore di mostrare segni di diarrea rispetto ai vitelli non portatori6. Infatti, oltre la soglia di 2,2 * 105 oocisti / grammo di feci, i vitelli hanno una probabilità 6 volte maggiore di avere la diarrea7.

4. Superare le prime 3 settimane
La probabilità di essere portatore di oocisti aumenta durante i giorni 5 – 23, con un picco di probabilità al giorno 147. Il contatto con la madre la quantità di colostro assunto possono essere due fattori che influenzano notevolmente l’infestazione da cripto sporidi. Uno studio scientifico ha valutato che il rischio di diarrea aumenta del 39% in caso di contatto con la madre dopo la nascita per più di un’ora7. Nello stesso studio, che considerava le aziende agricole in cui era stata convalidata la presenza di Criptosporidiosi, il mancato trasferimento dell’immunità passiva non era stato identificato come un fattore significativo associato al rischio di diarrea. L’immunità passiva influenza essenzialmente lo stato patologico e la mortalità dei vitelli. L’immunità passiva non ha dimostrato di essere importante per la resistenza ai parassiti. Naciri et al. hanno dimostrato che il titolo anticorpale non ha alcun effetto sul controllo della Criptosporidiosi9. Questi elementi confermano quindi la necessità della gestione dell’ambiente se si vuole tenere sotto controllo la quantità di oocisti che i vitelli possono assorbire nei primi giorni di vita. Allo stesso modo, è stata stabilita una correlazione negativa tra la quantità di colostro assorbita durante il primo giorno di vita e il numero di oocisti contate nelle feci dei vitelli8. In aziende agricole con un’alta prevalenza dell’agente patogeno bisogna fare attenzione all’igiene del box parto: più il vitello assumerà colostro direttamente dalla mammella della madre, più è probabile che ingerirà anche le oocisti.

Conclusione

L’ambiente e la carica microbica associata sono cruciali per i vitelli neonati. Il tratto digerente è sterile alla nascita. È colonizzato da microrganismi che vengono a contatto con il vitello nei primi giorni di vita. Il colostro svolge anche un ruolo importante nell’aiutare l’animale a difendersi prima che il suo sistema immunitario sia pienamente operativo. L’immunità passiva aiuta essenzialmente a combattere virus e batteri, ma ha scarso effetto sul Cryptosporidium parvum. È quindi ancora più importante ottimizzare le condizioni igieniche della zona del parto, delle gabbie dei vitelli e di tutti gli utensili utilizzati per nutrire gli animali. Un protocollo di pulizia regolare e rigoroso, combinato con un disinfettante con una comprovata efficacia contro il parassita, sono risorse preziose per superare il corso critico delle prime 3 settimane di vita. Per maggiori informazioni riguardanti prodotti utili per la pulizia e disinfezione di utensili e gabbie contattare il tecnico di riferimento.

Bibliografia

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