Il calcolo del bilancio dell’azoto in un’App

Il calcolo del bilancio dell’azoto in un’App

di Andrea Bertolini*, Laura Valli e Valeria Musi**

Il Progetto “Low EmiSSion farming”, coordinato da PROMOCOP Lombardia coinvolge in qualità di Partner Fondazione CRPA Studi Ricerche, che si avvale della collaborazione delle aziende COMAZOO, Azienda Canobbio e Agricola Barozzi. Si tratta di un progetto di informazione e dimostrazione per la diffusione di buone pratiche di produzione che siano in grado di ridurre le emissioni di gas a effetto serra e ammoniaca dagli allevamenti di bovine da latte e suini della Lombardia. Questo per creare una sensibilizzazione sul tema e nel breve periodo per favorire un’applicazione delle normative vigenti che forniscono già indirizzi tecnici in tal senso, ma di cui i produttori sono in genere poco informati e/o di cui non sono ben conosciute le implicazioni tecniche ed operative (per esempio investimenti necessari, costi di esercizio, efficacia, ecc.).

Le emissioni in atmosfera di gas a effetto serra (GHG) e di ammoniaca derivano dalle diverse attività umane, comprese quelle agricole e di allevamento. Le produzioni zootecniche generano ed immettono nell’ambiente composti azotati derivati dagli effluenti (nitrati, potenziali inquinanti delle acque superficiali e profonde; ossidi dell’azoto tra cui l’N2O, potente gas a effetto serra) e metano, GHG prodotto dalle fermentazioni enteriche e dagli effluenti. Soprattutto all’azoto sono imputati effetti negativi sull’ambiente in quanto è la fonte primaria di ammoniaca che a livello atmosferico può essere precursore delle polveri sottili e può determinare fenomeni di acidificazione ed eutrofizzazione dei suoli. In base ai dati ISPRA 2021, il settore agricolo italiano rappresenta solo il 7% circa delle emissioni nazionali di gas serra, mentre è responsabile del 95% delle emissioni nazionali di ammoniaca.

Al fine di raggiungere un generale miglioramento della qualità dell’aria e diminuire l’impatto sulla salute di circa il 50%, l’Unione Europea nel 2016 ha emanato la direttiva UE n. 2016/2284, cd. Direttiva NEC (National Emission Ceiling), concernente la riduzione delle emissioni nazionali di determinati inquinanti atmosferici. Con riferimento all’ammoniaca, per l’Italia la Direttiva definisce la diminuzione delle emissioni totali del 5% rispetto ai valori del 2005, dal 2020 al 2029, e del 16% entro il 2030 e da mantenere negli anni a venire. Allo scopo di contenere il più possibile le emissioni inquinanti, derivanti dagli allevamenti zootecnici possono essere impiegate una serie di tecniche specifiche per prevenire la perdita di nutrienti durante la gestione e l’utilizzazione agronomica degli effluenti, come la frequente rimozione delle deiezioni dalle stalle, la copertura degli stoccaggi, l’interramento degli effluenti nello spandimento.

Queste tecniche sono ancora oggi considerate come le “Best Available Techniques” (BAT) nelle normative UE (Decisione di Esecuzione (EU) 2017/302) per ridurre le emissioni di ammoniaca in quanto soddisfano le condizioni della definizione di BAT, ovvero misure efficaci, praticamente applicabili ed economicamente sostenibili. Ma soprattutto da diversi anni le normative riconoscono che la razionalizzazione della nutrizione azotata in allevamento conduce alla riduzione delle escrezioni di azoto alla fonte, cioè ne diminuisce la concentrazione negli effluenti. Infatti sono considerate BAT anche una serie di tecniche nutrizionali che consentono di diminuire l’azoto escreto e che a differenza di altri interventi non richiedono investimenti in strutture e attrezzature. Il bilancio dell’azoto – Ogni azienda agricola costituisce un’unità di “scambio” di azoto con l’ambiente: essa importa azoto dall’esterno, in particolare sotto forma di mangimi, foraggi e fertilizzanti, e ne esporta, sotto forma di prodotti agricoli venduti. L’azoto che esce con le produzioni è una quota inferiore di quello che entra con i mezzi di produzione.

La differenza fra “ingresso e uscita” rappresenta la quota di azoto “improduttiva”, cioè non trasformata in prodotto e che l’azienda deve gestire come surplus. Questa viene determinata attraverso un bilancio vero e proprio che analizza i flussi di azoto all’interno dell’azienda e permette di valutare quali siano le voci ed i passaggi che incidono maggiormente sul bilancio dell’elemento e quali processi risultino meno efficienti. Per mettere le aziende suinicole in grado di realizzare un bilancio dell’azoto impiegato nella produzione animale, è stata sviluppata un’applicazione che consente di calcolare la quota di surplus di azoto che resta da gestire in azienda come escrezioni (urine e feci) e che generano gli effluenti, e quindi anche la resa dell’azoto dietetico in prodotto zootecnico in base alle caratteristiche dei mangimi somministrati.

L’applicazione è stata realizzata nell’ambito del progetto dimostrativo “Produzioni zootecniche lombarde a basse emissioni, eco compatibili e resilienti – Low EmiSSion farming”. Il progetto, finanziato dal PSR 2014- 2020 Regione Lombardia. Misura 1 – “Trasferimento di conoscenze e azioni di informazione” Sottomisura 1.2 – “Sostegno a attività dimostrative e azioni di informazione” Operazione 1.2.01 “Progetti dimostrativi e azioni di informazione” realizzato da Promocoop Lombardia e Fondazione CRPA Studi Ricerche, è finalizzato alla diffusione delle buone pratiche di produzione in grado di ridurre le emissioni di gas a effetto serra e ammoniaca dagli allevamenti di bovine da latte e suini della Lombardia.

Questo applicativo permette agli utenti di gestire i bilanci dell’azoto e di valutare la performance ambientale degli allevamenti in forma semplice e veloce. Il calcolo quantifica il surplus di azoto (N escreto) come differenza fra input e output, secondo la seguente equazione: N escreto = N nel mangime utilizzato – N animali in uscita (venduti e morti) + N animali in entrata – (N inventario finale degli animali – N inventario iniziale degli animali) Il calcolo del bilancio può essere riferito ad un ciclo di allevamento o ad un anno solare. L’input dei dati (questionario) è strutturato in 3 schermate principali:

1. Azienda – informazioni sull’azienda;
2. Giacenze – Informazione sulle giacenze di animali, materie e mangimi;
3. Movimenti – Informazione sui movimenti di animali, materie e mangimi.

L’utilizzo dell’applicativo è gratuito ed è indirizzato a tecnici, allevatori, ricercatori, studenti, e a chiunque sia interessato al tema del bilancio dell’azoto. Per ogni azienda e per ogni annata l’utente può compilare il bilancio dell’azoto: i dati inseriti rimangono privati e solo l’utente ha la possibilità di accedervi. Molto semplice ed intuitivo, il tool prevede maschere per individuare ed inserire gli elementi del bilancio (input ed output) e restituisce una schermata riassuntiva di bilancio e di resa dell’azoto.

Il bilancio si completa in circa 10 minuti di compilazione e tra gli output i risultati significativi sono: azoto escreto (kg N per il periodo di riferimento, per esempio ciclo di ingrasso o anno solare) e resa dell’azoto della proteina della razione in peso vivo (%). Questi due indicatori, rispondendo alle pratiche che il conduttore può attivare in azienda relativamente alla scelta della razione, possono servire a rendere ancor più consapevoli gli operatori aziendali, stimolandoli al perseguimento di azioni che riducono gli impatti ambientali delle loro attività.

* Fondazione CRPA Studi Ricerche
** CRPA SCpA

+111% di costi negli allevamenti di bovini da latte

+111% di costi negli allevamenti di bovini da latte

di Paolo Malizia e Sonia Rumi

Il CREA, Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria, ha prodotto un report, il terzo nel 2022, che fornisce una analisi ufficiale dell’impatto della crisi energetica sui bilanci delle aziende di bovine da latte e sui costi di produzione del latte.

Il rapporto del CREA, pubblicato lo scorso settembre, scaturisce dallo studio dei dati RICA, Rete di Informazione Contabile Agricola, emanazione del CREA stesso e documenta le difficoltà di una agricoltura che affronta una crisi senza precedenti dovuta agli effetti della guerra e aggravata dall’emergenza idrica. L’obiettivo del documento è quantificare gli effetti determinati dall’aumento di alcuni costi di produzione sui risultati economici delle aziende zootecniche, in particolare quelle da latte, uno dei settori più colpiti dall’impennata dei costi. Si sono analizzate 8 voci di costo per gli ultimi 5 anni disponibili, 2016- 2020, su un campione di oltre 2000 aziende. Le voci di costo comprendono sementi, fertilizzanti, fitosanitari, mangimi, foraggi e lettiere, gasolio, energia elettrica e noleggi passivi.

Il dato principale evidenziato dalla Tabella 1 è che nel primo semestre 2022, rispetto ai valori di riferimento del quinquennio 2016-2020, si è avuto, nelle stalle di vacche da latte, un aumento di costo medio di produzione di oltre 90.000 euro con una variazione in percentuale superiore al 110%. I valori di incremento in senso assoluto di mangimi ed energia elettrica raggiungono rispettivamente i 34.000 (+95%) e oltre 35.000 € (+1.100%) per azienda.

Se analizziamo nella Figura 1 la composizione dei costi correnti nella situazione di partenza (quinquennio 2016-2020) la componente che pesa percentualmente di più (45% dei costi correnti) è quella dei mangimi, seguita da foraggi e lettiere (8,3% dei costi correnti). In seguito all’aumento dei costi delle materie prime cambia non solo il valore assoluto dei costi correnti aziendali, ma anche la composizione tra le diverse componenti con una predominanza del valore percentuale di costo per l’elettricità che passa al 5,2% al 23,4% dei costi totali.

Un dato importante che si evince dalla Figura 2 è che la dimensione aziendale influisce direttamente sul contenimento dei costi correnti poiché le aziende di dimensioni maggiori hanno incrementi percentuali dei costi leggermente inferiori a quelli di aziende di minor dimensione; la motivazione potrebbe essere legata alla capacità di applicare, nelle grandi aziende, economie di scala capaci di contenere l’aumento dei costi correnti. L’area geografica su cui insistono la maggior parte delle nostre aziende socie, caratterizzate da una dimensione aziendale medio – grande o grande, manifesta un incremento dei costi, in termini assoluti, più elevato (oltre 138.000€ per azienda), ma in termini percentuali un incremento lievemente più basso rispetto ad altre aree d’Italia (106,2%). La seconda parte del rapporto analizza gli effetti degli aumenti dei costi energetici e delle materie prime per litro di latte prodotto. Nella situazione di base 2016-2020 il costo operativo per la produzione di un litro di latte, in valore assoluto, è pari a 30 centesimi/litro; nel primo semestre 2022 tale costo viene collocato a 54 centesimi/ litro, con un incremento percentuale dell’82% e quindi con un costo aggiuntivo di 24 centesimi/litro. Assumendo come prezzo di riferimento i valori CLAL del quinquennio 2016- 2020, valore medio 36,5 centesimi/ litro e per il primo semestre 2022 47,1 centesimi litro si evidenzia un peggioramento del quadro economico, infatti, se nella situazione di base (2016- 2020) il prezzo del latte è risultato essere superiore al livello dei costi di produzione, nella condizione attuale il prezzo appare insufficiente a coprire i costi cresciuti enormemente a seguito della crisi energetica.

Tali dati sono evidenziati nella Figura 3. Risulta chiaro, di fronte a questi dati, che la capacità di resilienza delle nostre aziende zootecniche da latte è messo a dura prova da questa congiuntura economica sfavorevole. Le conclusioni del rapporto sono che una azienda su quattro potrebbe non riuscire a coprire i costi correnti con il forte rischio di dover chiudere l’attività. È altresì vero che la dimensione aziendale, sia economica che rapportata al numero di vacche allevate, delle nostre aziende socie, la collocazione territoriale e la destinazione produttiva del latte, con una trasformazione e una valorizzazione superiore rispetto al prezzo sul quale sono basate le analisi del CREA, possono mitigare una situazione di chiara difficoltà. Non bisogna, però. dimenticare che le aziende di medio – piccole dimensioni, più penalizzate, sono una componente importante di tutela del territorio, generano un indotto significativo in aree marginali e spesso producono prodotti DOP minori ma fortemente legati e valorizzanti il territorio. In questo, la Cooperativa, garantendo un trattamento paritario dei propri Soci indipendentemente dalle dimensioni aziendali, può essere di aiuto.

La funzione delle corna

La funzione delle corna

di Sujen Santini

La decornazione, soprattutto negli allevamenti da latte, è da tempo pratica routinaria finalizzata alla sicurezza degli operatori e degli stessi bovini che, negli spazi previsti di stabulazione, andrebbero inevitabilmente incontro a ferite e traumi poichè le distanze di fuga risultano inadeguate. Abituati a vedere e gestire animali senza corna probabilmente ci si interroga poco sulla loro valenza riferendola erroneamente a un’arma di difesa: essendo la vacca un animale predato, le corna non hanno una funzione «arma» tra conspecifici, poiché è controproducente per la sopravvivenza della specie procurarsi lesioni che possono rendere più vulnerabili ai predatori. Le corna per un bovino rappresentano quindi molto altro: uno strumento funzionale alla comunicazione e un “organo” che interviene nei processi metabolici, respiratori e termoregolatori. Osservandoli, possiamo infatti facilmente notare che i bovini che vivono in regioni più fresche tendono ad avere corna più piccole; la struttura del loro corpo è più compatta e le zampe anteriori portano il peso maggiore. Al contrario, i bovini delle regioni più calde hanno corna più grandi e un corpo più snello e meno appesantito verso la parte anteriore. Ancora, gli animali che vivono in condizioni ambientali dove l’alimentazione è più scarsa hanno corna più grandi, mentre quelli che vivono dove la vegetazione è più lussureggiante tendono ad avere corna più piccole.

La natura degli animali con le corna
Gli animali con le corna si trovano alla fine di una lunga linea di sviluppo evolutivo iniziata milioni di anni fa e possiedono diverse caratteristiche uniche, riferite principalmente ad un sistema metabolico differenziato. I ruminanti hanno bisogno di meno energia di qualsiasi altro animale per demolire e trasformare la fibra vegetale: è difficile replicarlo in modo più efficiente utilizzando la tecnologia. Si trovano, dal punto di vista evolutivo, al polo opposto rispetto ai roditori per i quali l’attività nervoso-sensoriale è invece il punto di forza; i carnivori si trovano nel mezzo, condividendo entrambe le qualità, ma in misura minore.

Strumento di comunicazione
Dal punto di vista morfologico si può trovare una chiara correlazione tra la forma del corpo e quella delle corna. Il corpo e le corna sembrano compensarsi a vicenda: più sottile è il corpo più grande è il corno; più il corpo è tozzo e più piccolo è il corno. Le corna permettono ai bovini di apparire più slanciati rispetto alla loro compattezza corporea; la sagoma della vacca acquista carattere grazie alle corna. Ogni animale è ben consapevole delle dimensioni e della forma delle sue corna e del punto in cui terminano, ciò gli dà la capacità di gestire movimento all’interno dello spazio della mandria. Studi osservazionali condotti su gruppi di vacche in lattazione, hanno rilevato una grande comunità integrata che comprende la maggior parte dei singoli individui, ma con molte relazioni non casuali dove quelle di attaccamento prevalgono su quelle agonistiche, basate principalmente dalla loro esperienza insieme. Le gerarchie di dominanza possono, probabilmente, essere viste come un livello di complessità sociale di ordine superiore al di là delle dimensioni del gruppo e servono a ridurre i conflitti di gruppo relativi all’appropriazione delle risorse. La gerarchia si manifesta nel comportamento dominante degli animali di alto rango e nel comportamento evasivo di quelli di basso rango. Una posizione che tuttavia deve essere continuamente riaffermata, soprattutto in allevamento dove lo spostamento di gruppo è pratica frequente. Nelle lotte per stabilire la gerarchia, le corna vengono utilizzate per trattenere o deviare un attacco, per bloccare insieme le teste evitando che scivolino via e per consentire una prova di forza testa a testa. Gli animali senza corna non possono condurre la loro lotta in modo specie specifico, non sono in grado di spingere l’uno contro l’altro; scivolano via e devono affrontarsi di lato.

La quantità di spazio necessario per ogni animale è quindi fortemente influenzata dal fatto che abbia o meno le corna. Tra i bovini con le corna, la distanza richiesta tra gli animali più in alto nella gerarchia e quelli più in basso varia da uno a tre metri. Gli animali senza corna, al contrario, hanno bisogno di un metro al massimo. Questo spazio, che circonda ogni animale come una bolla invisibile, è conosciuto come «distanza individuale». L’invasione di questo spazio condurrà gli animali più in basso nella gerarchia a fuggire o disinnescare un confronto. Questo comportamento naturale può però essere ostacolato quando manca un sufficiente “spazio di fuga”, situazione comune negli allevamenti a stabulazione libera. In questo caso le lotte e gli scontri possono essere abbastanza frequenti: anche tra le vacche decornate possono verificarsi frequenti lesioni causate dalle testate, anche se meno visibili all’esterno. Le vacche con le loro corna mostrano un comportamento di cura piuttosto specifico usandole, ad esempio, per grattarsi la schiena. O quando usano la punta del corno di un’altra vacca per grattarsi e pulirsi gli occhi. Infine, anche gli animali adulti si divertono a incrociare le corna in modo amichevole e giocoso o a grattarsi reciprocamente con esse.

Altre funzioni delle corna
Anche se tutti i mammiferi possiedono gli stessi organi di base, vi è una grande variazione nel grado di sviluppo. Un organo può svilupparsi notevolmente a spese di un altro: è solo nei ruminanti che i denti canini e incisivi vengono rimpiazzati da una placca dentale cornea nella mascella superiore. Lo sviluppo di corna sembra sempre avvenire a spese dei denti. La prima assunzione di cibo attraverso la bocca di un ruminante è relativamente poco importante; il vero lavoro viene svolto nel rumine e dai grandi molari durante la ruminazione.

A partire da circa 12 mesi di età, le cavità dei seni paranasali iniziano a svilupparsi nel cranio del vitello e sono collegate direttamente o indirettamente alla cavità nasale e sono ricoperte dalla stessa mucosa. Il senso dell’olfatto, tuttavia, si trova solo nella parte posteriore superiore della cavità nasale. Più l’animale invecchia, più i seni raggiungono i nuclei ossei del corno, rendendoli sempre più cavi. Nella vacca adulta le cavità sinusali occupano l’intero spazio tra la volta del cranio e la capsula cerebrale dividendolo in vari comparti. L’osso cavo del corno è l’unico osso a crescita continua nella vacca e il corno cresce attorno ad esso.

Il nucleo osseo è la parte più interna del corno. È costituito da materiale osseo, saldamente fissato all’osso frontale del cranio. All’interno del nucleo osseo vi è una rete di cavità sinusali areate. Con l’avanzare dell’età si estendono quasi fino all’estremità del nucleo osseo e sono rivestite da un sottile strato di mucosa. L’aria scorre attraverso queste cavità ad ogni aspirazione nasale. Poiché il respiro di una vacca viene sempre mescolato con i gas che fuoriescono dal rumine (la vacca erutta una o due volte al minuto), l’odore emanato dal rumine raggiunge la cavità del nucleo osseo. Questo odore può essere avvertito quando un corno viene amputato o se una vacca ha una lesione aperta all’osso del corno. Grazie all’eruttazione, i gas che si sprigionano durante la fermentazione del cibo nel rumine vengono immessi nella circolazione respiratoria, questi gas salgono attraversando il sistema dei sei seni nasali e frontali fino alle corna e oltrepassano probabilmente la barriera gas-sangue attraverso le mucose di queste cavità. Il naso e la bocca sono due aperture attraverso le quali la vacca entra in contatto con il mondo esterno. Ogni inspirazione porta aria esterna nel naso. La sua membrana mucosa la riscalda e la inumidisce. Il particolato si raccoglie sulle superfici umide e viene successivamente espulso. Gli ampi seni paranasali della vacca aumentano la superficie della mucosa e, estendendosi fino al nucleo osseo del corno, costituiscono una parte significativa della difesa immunitaria del sistema respiratorio. L’aria inspirata dai seni paranasali arriva direttamente nei polmoni, abbassando contemporaneamente la pressione nei seni stessi. Al contrario, l’aria in uscita dai polmoni passa attraverso il naso insieme ai gas, provenienti dal rumine, che fuoriescono dalla gola; così facendo entra nel sistema sinusale e ne aumenta la pressione. Inspirando ed espirando l’aria passa sulla mucosa nasale dove si trovano i recettori olfattivi. È qui che si percepiscono gli odori interni ed esterni. Queste dinamiche spiegano inoltre il coinvolgimento delle corna nei sistemi di termoregolazione.

La rimozione della struttura del corno ha una notevole influenza sulla forma del cranio in via di sviluppo. Una volta raggiunta l’età adulta, la maggior parte degli animali decornati avrà sviluppato un marcato rigonfiamento sulla fronte. Se guardiamo l’interno di un cranio troviamo che questo rigonfiamento – come il nucleo osseo del corno – è pieno di cavità aeree. Gli animali probabilmente hanno bisogno di un certo volume di cavità sinusali e devono compensare la mancanza di corna sviluppando questa protuberanza ossea. L’esame di numerosi crani di vacche dopo la macellazione ha rivelato che un’alta percentuale degli animali decornati ha le ossa frontali con forma più concava e una distanza minore tra gli occhi: tendono quindi ad avere una visione maggiormente protratta in avanti e un angolo cieco un po’ più ampio verso la parte posteriore rispetto alle vacche con corna.

Il fatto che l’organismo animale reagisca alla rimozione dell’abozzo corneale, e quindi delle corna, compensando con un cambiamento nello sviluppo delle ossa frontali cranio, conferma l’importanza funzionale delle loro corna. Questa considerazione, aggiunta all’evidenza che il corno è un organo “vivo” e quindi sensibile al dolore impone una maggior consapevolezza nella pratica di decornazione, qualora non si scelga per il proprio allevamento l’uso di tori riproduttori portatori del gene polled (acorne).

La rimozione delle corna
La decornazione è definita come mutilazione, ovvero una pratica non effettuata per fini terapeutici o diagnostici, che si manifesta quale danno o perdita di una parte sensibile del corpo o quale alterazione della struttura dell’osso. Come si legge nel CE draft 8/09 articolo 22, punti 1, 2 e 3, “le mutilazioni nei bovini dovrebbero essere generalmente proibite; dovrebbero essere messe in atto delle misure per evitare tali pratiche, come ad esempio la selezione di idonee razze bovine. L’autorità competente può derogare a questo divieto generale solo relativamente alle seguenti mutilazioni: a) distruzione o rimozione degli abbozzi corneali per evitare la decornazione; b) decornazione, solo se necessaria per evitare problemi di benessere e se eseguita mediante rimozione chirurgica delle corna; Tutte le procedure dovrebbero essere eseguite sugli animali in modo da evitare dolore e disagio inutili e prolungati, eseguite da un veterinario o da altra persona competente ed istruita allo scopo ed essere condotte sotto anestesia e seguite da idonea analgesia[…]”. Queste indicazioni sono in linea con quanto raccomanda anche EFSA. “La decornazione delle manze e delle vacche dovrebbe essere evitata, per quanto possibile, ed eseguita solamente con l’utilizzo di anestesia ed analgesia locale. Se è necessario privare le bovine delle corna, dovrebbe essere eseguita la degemmazione, ovvero la rimozione degli abbozzi corneali, quando gli animali sono ancora vitelli, ma si dovrebbero utilizzare metodi di anestesia e analgesia.” (EFSA, 2012b – Raccomandazione 106). “Il termocauterio dovrebbe essere preferito all’uso di sostanze caustiche. Se si utilizza una pasta caustica bisogna prestare attenzione che non coli sulla faccia o che non sia leccata da altri animali.” (EFSA 2012c; 10(5):2669; 3.5.1. Mutilations; Raccomandazione 4). Anche l’OIE si è espresso in proposito: “Procedure potenzialmente in grado di causare dolore sono routinariamente praticate sui bovini per ragioni di efficienza produttiva, salute e benessere dell’animale e sicurezza per gli addetti. Queste procedure dovrebbero essere svolte in modo da minimizzare dolore e stress per l’animale. Queste procedure dovrebbero essere effettuate il più precocemente possibile rispetto all’età dell’animale o usando anestesia o analgesia secondo le raccomandazioni e sotto la supervisione di un veterinario […] Esempi di queste procedure includono: castrazione, decornazione, ovariectomia (sterilizzazione), taglio della coda, identificazione.” (OIE 2014 – Terrestrial Animal Health Code – Versione 7 – Capitolo 7.9. “Animal welfare and beef cattle production systems”). Oltre a queste raccomandazioni esiste una normativa ben specifica, ovvero il D. Lgs. 146/2001 allegato, che al punto 19 prevede che “la cauterizzazione dell’abbozzo corneale è ammessa al di sotto delle tre settimane di vita, riducendo al minimo ogni sofferenza per gli animali, ed effettuata sotto il controllo del medico veterinario dell’azienda”. Oltre alle modalità anche la tempistica quindi è particolarmente importante.

Infatti, come indicato dall’OIE “I bovini dovrebbero essere decornati mentre lo sviluppo delle corna è ancora a livello di abbozzo, o alla prima opportunità disponibile dopo questa età. In questo modo la procedura sarà meno traumatica, dal momento che quando lo sviluppo delle corna è ancora in fase di abbozzo, non vi è ancora l’attacco del corno al cranio dell’animale. Metodi di decornazione, quando lo sviluppo delle corna è già cominciato, coinvolgono la rimozione delle corna mediante taglio alla base delle corna vicino al cranio. Gli allevatori dovrebbero rivolgersi ad un veterinario per conoscere i metodi di analgesia e anestesia disponibili e consigliati, gli operatori che svolgono la decornazione dovrebbero essere formati e competenti ed essere capaci di riconoscere eventuali segni di complicazioni.” (OIE 2014 – Terrestrial Animal Health Code – Versione 7 – Capitolo 7.9. “Animal welfare and beef cattle production systems”). Traducendo in pratica quanto detto sopra, ricordiamo che se la decornazione viene effettuata dall’allevatore, i vitelli devono essere decornati tra la 2^ e la 6^ settimana di vita secondo la legge sul benessere degli animali. Se i vitelli hanno già più di 6 settimane, la procedura può essere effettuata solo da un veterinario professionista.

LA DECORNAZIONE In particolare, secondo quanto prevede il sistema Classyfarm. “La decornazione prevede un protocollo che coinvolge obbligatoriamente il medico veterinario. Per facilitare il maneggiamento dell’animale è opportuno procedere a sedazione (es. xylazine). Mentre per ridurre il dolore e l’infiammazione sono necessari l’utilizzo di anestesia locale (blocco del nervo cornuale con es. procaina o lidocaina, 10 minuti prima dell’intervento) e di analgesia con l’utilizzo di antinfiammatori non steroidei (FANS) somministrati per via parenterale (es. flunixin meglumine, ketoprofene e meloxicam). L’analgesia dovrebbe essere condotta sia prima dell’intervento sia fino a qualche giorno dopo. Come buona regola, tutti i trattamenti, che prevedono operazioni cruente, devono essere eseguiti con materiali sterili o a perdere ed espletati in modo da evitare all’animale dolore o sofferenza prolungata o non necessaria.
LA DEGEMMAZIONE La degemmazione, pratica come detto da preferire, deve essere eseguita il più precocemente possibile, cioè appena la gemma cornuale è facilmente visibile e palpabile, cosa che normalmente avviene dalla seconda settimana di vita. Il vantaggio di eseguire la degemmazione precocemente è che la ferita formatasi è più piccola e si cicatrizza quindi più rapidamente. Inoltre, poiché tale pratica non prevede la somministrazione di antibiotici, gli animali sono protetti meglio dalle infezioni grazie agli anticorpi materni presenti nel colostro. La rimozione strato di cute che dà origine al corno molle alla base del corno stesso dello deve essere completa, in modo da evitare lo sviluppo di un corno deforme. La pratica più sicura e meno cruenta è l’utilizzo di apposita pomata a 7-10 giorni di vita, da preferire rispetto ad altre metodiche quali cauterizzazione o utilizzo di sostanze caustiche. Soprattutto queste ultime sono maggiormente a rischio di provocare effetti collateriali, poiché un eccesso di prodotto può causare estese causticazioni della testa e degli occhi; nonché causticazioni della bocca e della lingua per contatto reciproco qualora la pratica non sia eseguita su vitelli alloggiati singolarmente. Qualsiasi sia la pratica scelta rimane senza dubbio un’esperienza dolorosa per il vitello, sia durante l’esecuzione che nei giorni successivi. Occorre quindi prestare particolare attenzione ad evitare di suscitare negli animali reazioni di stress e paura, che acuiscono la loro percezione del dolore, inoltre un’anestesia praticata correttamente elimina la percezione del dolore durante l’intervento e l’analgesia riduce il dolore nella fase che segue l’intervento. L’anestesia pre-decornazione consiste nel blocco del nervo cornuale iniettando 10 minuti prima dell’intervento 1-2 ml di procaina nel tessuto della fossa temporale sotto la cresta frontale alla base della gemma cornuale.
Nuovi requisiti per la biosicurezza suina

Nuovi requisiti per la biosicurezza suina

di Daniele Maspes

Tra le misure per fronteggiare l’emergenza della PSA, il Decreto-legge del 17 febbraio 2022 aveva previsto la definizione di nuovi requisiti di biosicurezza per gli allevamenti suinicoli. Il 26 luglio 2022 è stato poi pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 173 il nuovo Decreto. Di questo e di molto altro si è parlato in Comazoo, che ha organizzato un incontro formativo e divulgativo in collaborazione con Wisium, coinvolgendo un gran numero di allevatori di suini soci e non della cooperativa. I relatori dell’incontro sono stati il dr. Enrico Giacomini del gruppo Team Vet, noto veterinario libero professionista specialista in suinicoltura ed il dr. Ludovico Renda, veterinario collaboratore di Wisium. A sorpresa, abbiamo avuto anche la presenza del dr. Giovanni Loris Alborali, veterinario Dirigente della Sezione di Diagnostica dell’Istituto Zooprofilattico di Brescia, la cui partecipazione ha aumentato l’importanza dell’evento in oggetto, contribuendo ad implementare l’ufficialità dell’incontro.

Il dr. Giacomini si è preso cura di presentare e spigare alla folta platea il nuovo Decreto Legge, iniziando con una semplice e didattica distinzione fra “Biosicurezza esterna” e Biosicurezza interna”, argomento ormai da tempo noto ma che merita sempre un richiamo, in quanto la base per la comprensione e la successiva attuazione delle norme contenute nel Decreto. Il Decreto del 28 giugno 2022 del Ministero della Salute è stato pubblicato di concerto con il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali ed il Ministero della Transizione Ecologica e riporta i “Requisiti di biosicurezza degli stabilimenti che detengono suini”. Il Decreto precisa che le misure di biosicurezza consistono in:

• Misure di protezione strutturali, come barriere (recinzioni, cancelli, muri di cinta o barriere naturali), accorgimenti per i locali di stabulazione dove sono detenuti gli animali, che devono permettere una efficace pulizia e disinfezione degli stessi., parcheggi e piazzole, accesso attraverso la zona filtro (per il personale ed i visitatori), strutture per il carico, attrezzature per il lavaggio e la disinfezione (mezzi), sistemi e strutture di stoccaggio, ecc;

• Misure di gestione, che devono essere descritte in un piano di biosicurezza aziendale e che comprendono procedure di ingresso e uscita dallo stabilimento, appropriate misure igienico-sanitarie in allevamento (cambio indumenti e calzature in entrata e in uscita dall’azienda, applicazione di adeguate procedure di disinfezione in corrispondenza dell’ingresso in azienda e nei locali di stabulazione), divieto di ingresso in azienda di persone/veicoli non autorizzati, compresi quelli non funzionali all’attività dell’allevamento e il divieto di contatto con i suini in allevamento nelle 48 ore successive alla attività venatoria, procedure per l’uso delle attrezzature, condizioni per i movimenti basate sui rischi, condizioni per l’introduzione di animali, mangimi, ecc., misure di quarantena e isolamento, procedure di disinfestazione e derattizzazione, ecc. Nel definire le misure di biosicurezza, il decreto tiene conto dell’orientamento produttivo, delle modalità di allevamento, della capacità massima dell’allevamento e turnover degli animali al suo interno, nonché del rischio di contatto con selvatici, in particolare della specie suina. I requisiti di biosicurezza variano anche a seconda che si tratti di allevamenti familiari (autoconsumo), allevamenti commerciali e stalle di sosta. Nell’Allegato del Decreto Ministeriale sono riportate nel dettaglio le misure di biosicurezza che ciascuno stabilimento dovrà adottare in base alla seguente suddivisione:
a) allevamenti familiari;
b) allevamenti commerciali, distinti in allevamenti stabulati ad elevata capacità (sono ad elevata capacità gli allevamenti commerciali con capacità massima superiore a 300 suini) e allevamenti stabulati a bassa capacità;
c) allevamenti semibradi ad elevata capacità e a bassa capacità;
d) stalle di transito;
e) trasportatori di suini.

Le Aziende Sanitarie Locali territorialmente competenti effettueranno le verifiche del rispetto dei requisiti di biosicurezza utilizzando le check list e le funzionalità del sistema Classyfarm. La verifica può essere svolta anche nell’ambito delle attività previste dai programmi di sorveglianza ed eradicazione delle malattie del suino. L’individuazione del campione di allevamenti viene effettuata attraverso il sistema ClassyFarm.it, anche in base al livello di biosicurezza ottenuto, dando precedenza agli allevamenti che non hanno un livello di biosicurezza caricato nel sistema. Fra gli ulteriori criteri potrà essere considerato anche il livello di consumo dei farmaci veterinari in azienda rispetto alla media regionale. Al fine di agevolare la raccolta e l’elaborazione dei dati acquisiti durante la verifica dei suddetti requisiti, “la sezione biosicurezza suini” del sistema informativo Classyfarm.it è stata riorganizzata con la predisposizione di n. 4 check list, ognuna delle quali si riferisce ad una delle tipologie di allevamento previste dal Decreto in oggetto (allevamento stabulato e allevamento semibrado, ciascuno ulteriormente suddiviso a seconda che la capacità massima superi o meno il numero di 300 capi)”. A conclusione della sua presentazione, il dr. Giacomini ha portato alcuni esempi pratici in cui ha evidenziato come, migliorando ed implementando le misure di biosicurezza interna ed esterna, in allevamenti da lui seguiti in qualità di Veterinario Aziendale, siamo di molto aumentate le condizioni sanitarie delle mandrie allevate e di conseguenza le performances produttive. La parola è poi passata al dr. Renda, il quale ha riportato come il rispetto e la corretta applicazione delle misure di biosicurezza contribuiscono ad aumentare lo stato sanitario degli animali e quindi permettono di ridurre in modo considerevole l’utilizzo di antibiotici, soprattutto per terapie di massa. Ha presentato inoltre una serie di prodotti che Wisium propone, da utilizzare nella dieta dei suini, specifici per le varie fasi di allevamento e indicati nella prevenzione di diverse problematiche sanitarie, prodotti il cui uso permette di ridurre notevolmente l’utilizzo di antibiotici.

Numerose le domande ai relatori ed al dr. Alborali e numerosi anche gli interventi degli allevatori e dei tecnici presenti, il che ha fatto sì che l‘interesse suscitato da questa riunione abbia raggiunto l’obiettivo degli organizzatori; informare ed aggiornare in modo semplice ed intuitivo il maggior numero di allevatori. Dulcis in fundo, la Cooperativa F.C.S. (Filiera Cooperativa Suinicoltori) ha organizzato in modo esemplare, per opera del suo “mentore” Mario Delporto, un momento ludico e di aggregazione servendo ai partecipanti una, come la definisce lui, “verticale di salumi”, frutto del compimento del percorso di filiera intrapreso da F.C.S. ormai da più di 10 anni.

Da incontri di questo genere si capisce sempre di più in che direzione sta andando l’allevamento di suini ed in generale tutti gli allevamenti di animali destinati all’alimentazione umana, siano essi intensivi che non. Avremo allevamenti sempre più controllati e sicuri, in grado di permettere agli animali di godere del massimo benessere in condizioni sanitarie migliori grazie ad un uso maggiore e più mirato di vaccini ed all’utilizzo di prodotti non antibiotici, contribuendo così in modo significativo alla riduzione al problema dell’antibiotico-resistenza.