Assemlee di bilangio 2019 Come partecipare, dove e quando

Assemlee di bilangio 2019 Come partecipare, dove e quando

10 semplici passaggi per l’assemblee virtuali

1. Accedere su internet ed inserire il link della registrazione bit.ly/Iscrizione_assemblee2020 2. Iscriversi alle assemblee alle quali si intende partecipare 3. Inserire tutti i campi richiesti e selezionare a quale assemblea si vuole partecipare 4. Confermare la registrazione premendo sul pulsante
5. Dopo la registrazione comparirà questa comunicazione
6. Il giorno che precede l’Assemblea ogni iscritto riceverà una mail da ELIGO VOTING con scritto “Eligo Voting – Credenziali di …” dove saranno indicate le credenziali per accedere alla piattaforma di voto Eligo che gestirà le votazioni
7. Per accedere all’assemblea basterà cliccare sul link presente nella mail ed inserire NOME UTENTE e PASSWORD che sono stati assegnati. IMPORTANTE: Mantenete la pagina web attiva per tutta la durata dell’assemblea 8. All’interno del portale ELIGO verrà visualizzato l’ordine del giorno e in alto sarà disponibile il link per seguire i lavori in videoconferenza tramite WEBEX. 9. L’accesso alla videoconferenza WEBEX potrà avvenire con diverse modalità: • dal proprio pc, scaricando l’applicazione Cisco Webex Meetings (in alternativa accedendo direttamente da un browser Internet come Chrome, Edge, ecc.)
• da dispositivo mobile o tablet, scaricando l’applicazione Cisco Webex Meetings da APP STORE o PLAY STORE 10. Prima di accedere alla videoconferenza verrà chiesto di inserire il nome visualizzato (ossia il nome che appare nel pannello Partecipanti della riunione) e l’indirizzo e-mail: inserire quindi correttamente il proprio Nome e Cognome per una corretta visualizzazione del nominativo da parte degli altri partecipanti.

Parole strane di oggi

Parole strane di oggi

I giovani le spiegano

Benvenuti nella nuova puntata del format chiamato “Parole Strane”. Come avete potuto vedere, non si tratta di parole impronunciabili o che non esistono; sono semplicemente una serie di parole inglesi che spesso sentite utilizzare intorno a voi ma di cui non siete davvero sicuri di conoscere il significato.

L’ultima volta ci siamo lasciati con una sfida, scoprire cosa significa la parola “LIVE”. Se non ci siete riusciti, non preoccupatevi, ecco la soluzione: Si può dire che l’utilizzo di questa parola abbia origine nell’ambito radiotelevisivo e significa che le immagini trasmesse non sono registrate in anticipo, ma quello che succede viene trasmesso in tempo reale, mentre sta accadendo. Col passare degli anni internet ha permesso a chiunque, tramite smartphone e altri dispositivi, di fare live in qualsiasi momento, per interagire con altre persone sui social, o come strumento di lavoro. Ora, senza perdere altro tempo, passiamo ad una lista di vocaboli, scelti tra quelli più utilizzati in questo periodo:

Multitasking: parola tipicamente associata al mondo della programmazione software, letteralmente significa svolgere più di un’attività contemporaneamente. In ambito lavorativo viene usata praticamente con lo stesso significato, ma riferendosi alle persone, anzichè alle macchine. Tuttavia è giusto precisare che il multitasking è stato vittima di diverse fake-news (vedi lo scorso articolo) sulla sua efficacia e che il nostro cervello non è esattamente preposto a quest’attività quanto vorremmo.

Remote Working: il remote working è un metodo di lavoro che è diventato molto comune quest’anno, anche se spesso è stato confuso con la sua evoluzione, lo smart-working. Il remote working letteralmente significa lavorare da remoto, quindi a distanza, senza la necessità di avere un ufficio o un luogo di incontro fisico. Inutile precisare che internet è la colonna portante di questo tipo di lavoro.

Debunking: ad oggi è praticamente un termine tecnico, ma nasce da una derivazione del lessico comune inglese (Es. “take the bunk out of things”), che significa togliere le falsità, assurdità o fandonie dalle affermazioni di qualcuno. Oggi è comunemente usato per indicare l’attività di qualcuno che impedisce la diffusione delle fake-news

Web: il terzo componente del famosissimo “trio” conosciuto come WWW il prefisso di ogni pagina di internet che visitate (Es. www. cisintercoop.eu ) e letteralmente significa “rete”, quella dei ragni ad esempio. Tecnicamente è la parte di internet che tutti usiamo per “navigare” con i nostri browser.

Smartphone: Uno smartphone è in realtà un qualsiasi dispositivo in grado di combinare le funzioni di un telefono e con quelle di un computer e che allo stesso tempo ci consente di essere connessi ad internet.

Call: tradotto come verbo significa “chiamare”. Proprio per questo motivo in Italia si è diffuso come termine improprio per indicare una telefonata o una qualsiasi riunione tramite internet, ed è un’espressione tipica dei manager che adorano utilizzare le parole inglesi.

User: traducendo letteralmente, il significato è colui che utilizza (“use”+”er”) il corrispettivo italiano è “utente” o “utilizzatore”.

Username: nato dall’unione delle parole “user” (utente) e “name” (nome), in italiano di si traduce in, appunto, “nome utente”. Quindi quando su internet vi verrà chiesto di inserire il vostro “Username” vi si sta chiedendo semplicemente di inserire il vostro nome, o il nome che avete scelto per un vostro account su un sito.

Waterproof: anche in questo caso, la parola è composta da due elementi “water” e “proof ” ovvero “acqua” e “prova”. Uno dei modi migliori per tradurre e spiegare il significato di questo termine è “a prova di acqua” ovvero, molto semplicemente, “impermeabile”.

Upload: parola che significa “caricare”. Non è un termine da utilizzare in maniera generica, perché si riferisce ad un processo informatico di invio o trasmissione di un file come un documento, una foto o un video; o più genericamente di un flusso finito di dati o informazioni tramite internet. Ed è formata dalle parole “up” (“su” o “verso l’alto”) e “load” (caricare), ovvero “caricare su”. Concludiamo con la nostra immancabile sfida: cosa significa la parola “account”? Vi diamo un piccolo aiuto, ha significati completamente differenti a seconda del contesto ma non preoccupatevi, a noi interessa la definizione più legata al mondo di internet.

Dolore e paura nel bovino

Dolore e paura nel bovino

Oltre la descrizione dei 5 sensi, l’analisi di due emozioni importanti per una corretta gestione dei bovini in allevamento

di Sujen Santini

Il processo evolutivo degli animali erbivori li ha selezionati per non mostrare apertamente segni di sofferenza, una dinamica funzionale alla sopravvivenza dai loro predatori il cui successo nella caccia dipendeva dalla loro ricerca di individui malati e deboli. A causa di questo, esistono animali che esteriormente possono sembrare in salute, ma che in realtà stanno soffrendo, persino terribilmente, in silenzio. Ciò può significare che, soprattutto i comportamenti dolorosi più sottili, siano di difficile identificazione. I bovini sono infatti spesso descritti come animali stoici [dal latino “stoicus” che accetta ciò che accade senza lamentarsi o mostrare emozioni], ma in quanto esseri senzienti ricevono e reagiscono agli stimoli in maniera cosciente, percependoli con la propria interiorità: come noi, possono trarre beneficio da un’esperienza positiva e essere danneggiati da una negativa, producendo comportamenti di grande complessità necessari alla sopravvivenza e perpetuazione di specie. Emozioni e cognizione sono spesso intimamente legate in una complessa interazione che può modulare la risposta individuale a vari stimoli suggerendo che cambiamenti fisiologici e comportamentali forniscono importanti indicazioni dei loro stati emotivi interni.

DOLORE
Parametri fisiologici Quando l’animale prova una sensazione di dolore, il suo organismo reagisce mettendo in atto tutta una serie di strategie neuro-endocrine volte a permettergli di affrontare la situazione avversa. La Tabella 1 riassume le principali modifiche fisiologiche osservabili in corso di dolore.

Parametri comportamentali
È probabile che i bovini che soffrono abbiano priorità comportamentali diverse rispetto a quelli sani. Le risposte comportamentali conseguenti al dolore possono essere classificate in quattro categorie in funzione della loro finalità:
1. Comportamenti automatici, che permettono all’animale di allontanarsi dalla fonte di dolore (attivazione dell’arco riflesso);
2. Comportamenti di sottrazione, ovvero che consentono all’animale di proteggere la zona dolente (immobilità, posture antalgiche…);
3. Comportamenti di segnalazione (es. vocalizzazioni, isolamento, stato di vigilanza, aggressività), mediante i quali l’animale comunica il proprio stato di dolore;
4. Comportamenti che facilitano l’apprendimento e, di conseguenza, permettono all’animale di evitare in futuro una ulteriore stimolazione nocicettiva.

Bovini in preda a dolore spesso appaiono depressi e pigri, mantengono la testa in posizione declive e mostrano uno scarso interesse in ciò che li circonda. È quindi possibile riscontrare una riduzione delle comuni attività dell’animale e l’isolamento dai membri del gruppo (ad esempio si alimentano quando la mangiatoia è poco affollata). I bovini sono generalmente animali curiosi e in un contesto sereno è probabile che gli individui adulti si avvicinino per un contatto. Quando soffrono reagiscono però all’avvicinamento in modo diverso. Possono restare immobili mantenendo la testa bassa evitando il contatto visivo, o possono fuggire prima che la persona sia vicina.

Anche alla manipolazione, possono reagire con comportamenti automatici di retrazione o, al contrario, adottare una postura rigida per cercare di immobilizzare la zona dolente. Le vocalizzazioni vengono spesso impiegate per identificare il dolore: quando questo è particolarmente intenso l’animale, infatti, muggisce ripetutamente o presenta gemiti spontanei. Un dolore localizzato può essere associato ad un continuo leccamento o grattamento della parte lesa. La figura 1 descrive la scala di valutazione del dolore messa a punto per essere usata in modo facile e veloce nella pratica quotidiana e focalizzata sui segnali meno evidenti e quindi meno considerati. La scala consiste in 7 comportamenti, valutati da 0 a 2 e combinati in una scala del dolore complessiva, dove 5 rappresenta il valore soglia che identifica un animale in stato di sofferenza dolorosa.

I 7 comportamenti sono:
• Attenzione all’ambiente circostante: se una vacca ha dolore tende a concentrarsi meno su ciò che la circonda.
• Posizione della testa — lo stato di dolore è spesso accompagnata dalla pozione bassa della testa. Questo comportamento può avere diverse spiegazioni, quali ad esempio l’induzione del dolore a cambiare completamente la naturale postura, oppure per evitare le interazioni sociali.
• Posizione delle orecchie — tengono le orecchie dirite all’indietro oppure molto basse
• Espressione della faccia — quando sono in uno stato di sofferenza assumono una espressione tipicamente detta faccia sofferente
• Risposta all’approccio — una vacca sofferente a meno interesse alle interazioni sociali e quindi tenderà ad evitare anche quelle con l’uomo
• Posizione del dorso — dolore agli arti o all’addome le porta ad assumere una posizione arcuata del dorso.
• Zoppia — indica una condizione dolorosa ad uno o più arti. (Gleerup et al., 2015)

Parametri zootecnici
È noto che animali in preda a dolore presentano ripercussioni sulle loro capacità produttive e riproduttive, ma questi non possono essere considerate parametri diagnostici poiché sopraggiungono solo se le condizioni che le hanno determinate si protraggono per periodi prolungati tali da determinare una riduzione nell’assunzione di alimento e di acqua o modificazioni ormonali indotte dallo stress.

PAURA

Eliminare il dolore non basta: la cosa peggiore che si possa fare a un animale è spaventarlo. Gli animali in preda a dolori terribili possono ancora presentare un comportamento funzionale, un animale nel panico perde tale capacità. Riguardo a paura e dolore gli animali non umani si trovano in condizioni opposte a noi: hanno una capacità maggiore di controllare il dolore ma molto minore di controllare la paura. Ne consegue che per loro la paura può essere peggio del dolore. In quanto animali predati hanno sviluppato un sistema di allerta: sono costantemente vigili e quando avvertono un pericolo lo manifestano con segnali forti in modo da trasmettere il messaggio a tutta la mandria. È quindi importante non associare interazioni con l’uomo e l’ambiente a emozioni di paura e creare consuetudini che creino un vissuto tranquillo e rassicurante in una relazione sinergica di etologia collaborativa. Il bovino ha una zona di comfort che è lo spazio personale dell’animale, e necessita di una zona di fuga (fig. 3). La zona di comfort aumenta quando l’approccio è frontale o l’animale è agitato/ impaurito, diminuisce quando gli animali si trovano a loro agio in un ambiente familiare e confortevole. Una inopportuna invasione della zona di comfort può causare comportamenti imprevedibili e potenzialmente pericolosi. La zona di fuga è determinata dal temperamento e personalità dell’animale, dalla corretta gestione degli spazi e dei gruppi nelle interazioni sociali e dalla quantità e qualità di contatti con l’uomo. Parlando dei sistemi sensoriali del bovino, sono già emersi numerosi esempi di come agevolare l’interazione nelle operazioni quotidiane impostata su un rapporto di fiducia e conoscenza reciproca. La cosa importante è sapere e ricordare che gli animali hanno paura anche di piccoli dettagli, quali ad esempio:

• Riflessi di luce sulle pozzanghere • Riflessi su superfici metalliche lisce • Catene che dondolano • Parti metalliche che urtano o sbattono • Suoni acuti • Sibili prodotti dall’aria o dal vento • Correnti d’aria dirette verso gli animali in movimento • Abiti appesi sugli steccati oggetti di plastica in movimento • Movimento lento delle pale dei ventilatori • Persone in movimento davanti agli animali • Piccoli oggetti sul pavimento • Cambiamenti di pavimentazione e di superfici • Griglie di drenaggio sul pavimento • Bruschi cambiamenti di colori delle attrezzature • Ingresso in un corridoio troppo buio • Luci intense, come il sole accecante
• Cancelli a senso unico o antiarretramento

Progetto Bio.Manger Estratto dal manuale di best practices

Progetto Bio.Manger Estratto dal manuale di best practices

di Sujen Santini, Tommaso Pucci, Luca Fontanini, Angelo Frascarelli, Stefano Ciliberti

IL BIOLOGICO
Secondo il Reg. Ue n. 2018/848, la produzione biologica è un sistema globale di gestione dell’azienda agricola e di produzione alimentare, basato sull’interazione tra le migliori prassi in materia di ambiente ed azione per il clima, un alto livello di biodiversità, la salvaguardia delle risorse naturali e l’applicazione di criteri rigorosi in materia di benessere degli animali e norme rigorose di produzione confacenti alle preferenze di un numero crescente di consumatori per prodotti ottenuti con sostanze e procedimenti naturali. La produzione biologica esplica pertanto una duplice funzione sociale, provvedendo, da un lato, a un mercato specifico che risponde alla domanda di prodotti biologici da parte dei consumatori e, dall’altro, fornendo al pubblico beni che contribuiscono alla tutela dell’ambiente, al benessere degli animali e allo sviluppo rurale.

I PRINCIPALI ASPETTI GESTIONALI E GLI IMPATTI DELLA CONVERSIONE AL BIOLOGICO

Un imprenditore agricolo che affronta la conversione al metodo biologico deve essere consapevole che questa è la fase più delicata perché i costi prevalgono sui vantaggi economici. Richiede pertanto un’elevata capacità di pianificazione delle attività e di valutazione dei possibili impatti sulla gestione e sulla redditività aziendale. Un’attenta valutazione nella giusta prospettiva costituisce il presupposto per impostare un sistema produttivo sostenibile nel tempo. Facciamo qualche esempio, considerando che l’incidenza di ciascun fattore dipende sempre dalla specifica situazione iniziale che è propria di ogni azienda. I primi investimenti da considerare sono quelli che riguardano la campagna, principalmente legati ai cambiamenti nelle rotazioni in campo. In presenza di un allevamento – situazione tipica nell’areale di influenza del progetto Bio.manager – tali scelte sono ancor più decisive poiché da esse dipende l’approvvigionamento delle materie prime. Ne discende che l’imprenditore deve effettuare delle scelte ponderate sulla scorta delle condizioni pedoclimatiche caratteristiche della propria azienda e della convenienza economica delle coltivazioni. Esempio. La superficie agricola utilizzata (SAU) da un’azienda della Pianura Padana convenzionale è investita per circa il 70% a monocoltura di mais per la produzione di insilato, pastone e granella; tale azienda arriva alla fase di conversione dopo anni di monocoltura e quindi è a forte rischio di prevalenza di infestanti e povero di sostanza organica. In tale situazione, la SAU utilizzabile a mais è circa il 10%, poiché si rende necessario dedicare un’ampia superficie a colture in rotazione più adatte all’abbandono della chimica (diserbi e fertilizzanti). Questo comporta un’iniziale riduzione delle UFL prodotte ad ettaro, con un potenziale calo anche del 30-40% del valore economico della produzione in campo. Nello scenario attuale, l’imprenditore-tipo ha trovato maggiore convenienza nella coltivazione di foraggere (medica e prati stabili), orzo, pisello e favino, destinando a tali colture gran parte della propria superficie coltivata. Queste coltivazioni sono inoltre funzionali alla gestione aziendale sia da un punto di vista della composizione della razione alimentare che per il contenimento degli altrimenti crescenti costi di approvvigionamento per le colture proteiche (soia) ed energetiche (mais) tradizionali. Pertanto, impostando razioni con alimenti “nuovi” e autoprodotti le aziende riescono in parte a contenere i costi della razione. La programmazione di un piano di rotazione quinquennale, anche in accordo con altri produttori del comprensorio, dovrà essere pianificato coerentemente alle esigenze nutrizionali della mandria, mirando attraverso la diversificazione produttiva, a raggiungere il massimo autoaprovvigonamento della sostanza secca necessaria. In questo modo si riduce la necessità di acquisto e quindi l’esposizione ad eventuali fluttuazioni di mercato che possono condizionare fortemente i costi alimentari. Esempio. Il costo di una razione convenzionale per Grana Padano con insilati è di circa € 0,22 kg/SS, mentre di una razione per Grana Padano conforme al biologico, necessariamente a secco (poiché è vietato l’uso di lisozima), è pari a circa € 0,33 kg/SS.

Tenendo conto che verosimilmente l’indice di conversione passa da circa 1,5 a circa 1,2 risulta che con € 0,22kg/SS si producono 1,5 kg di latte convenzionale, mentre occorrono € 0,33 kg/SS per produrre 1,2 kg di latte biologico. Se ne desume, pertanto, che il costo alimentare per litro di latte aumenta dell’80%, passando da € 0,16 del convenzionale ai € 0,27 del biologico. In definitiva, per una gestione ideale di un’azienda biologica con allevamento, la strategia consigliata da perseguire riguarda pertanto la definizione di un equilibro dinamico tra il rapporto UBA/Ha (indice di densità dell’allevamento) e le scelte di rotazione colturale, al fine di raggiungere l’obiettivo dell’autoapprovvigionamento del 70% della sostanza secca dell’intera mandria. Esempio. In questo contesto si introduce anche l’importanza del rapporto funzionale tra UBA/Ha che presuppone il metodo biologico.

Le mandrie di pianura sono in rapporto di circa 3 UBA/Ha, mentre il biologico prevede una riduzione del carico di animali a circa 2 UBA/Ha (nel rispetto dei 170 kg/Ha di N). Diventa però strategico considerare la composizione delle UBA che si stanno allevando. Nell’allevamento convenzionale, circa il 40-50% delle UBA presenti in stalla sono rappresentate da animali in accrescimento (e quindi improduttivi) per rispondere alla necessità di rimonta dopo circa 2 lattazioni di media. La conduzione con metodo biologico presuppone dei requisiti di benessere che promuovono la longevità della mandria, il cui obiettivo deve tendere a raggiungere almeno il 70% di composizione di animali produttivi sulle UBA totali (ovvero una longevità di circa 5 lattazioni). L’aumento di longevità si riflette anche nella riduzione delle tecnopatie e quindi sui conseguenti costi dei farmaci, con significativi risparmi già a partire dal primo anno. Esempio. La minor spinta produttiva si traduce in un possibile calo di produzione di latte del 15-20% (dato che dipende fortemente dai valori di partenza), conseguente principalmente a razioni più fibrose e quindi meno energetiche. Anche questo dato deve essere visto in un orizzonte temporale superiore alla singola lattazione: anziché misurare l’efficienza degli animali come produzione per lattazione, deve essere considerata la produzione per vita dell’animale. Inoltre, la minor necessità di animali destinati alla rimonta, apre alla possibilità di valorizzarli nella filiera carne. Le considerazioni fin qui fatte guidano quindi ai vantaggi concreti di cui potrà beneficiare l’azienda agricola nell’arco temporale di qualche anno dalla conversione a metodo biologico.

Best practice: azienda Motella Bassa

L’Azienda agricola Motella Bassa, nasce negli anni ’60 dai fratelli Bruno e Silvano Cauzzi. L’azienda si trova a Cavriana, comune della parte settentrionale della provincia di Mantova e prende il nome dalla località in cui è sita (figura 1). Nel corso dei decenni l’azienda si è sviluppata in estensione dei terreni e in numero di vacche in lattazione. Inoltre notevoli innovazioni sono state introdotte con riferimento al metodo di stabulazione, passando da 40 capi in mungitura a stabulazione fissa (fino al 1985) a circa 80 capi con stabulazione con lettiera fino al 2004, e infine optando per la stabulazione su cuccette, arrivando agli attuali 110 capi in mungitura. Inoltre, prima del passaggio a biologico, l’azienda gestiva circa 3000 mq di superficie coperta e 66 Ha di superficie agricola. Nel 2015, l’azienda ha poi effettuato la conversione al metodo di produzione biologico. Tale decisione è stata presa dai due cugini Fabio e Matteo Cauzzi (figli dei capostipiti Bruno e Silvano) perché ritenuta in linea con il loro modo di concepire l’allevamento, più attento alla dimensione etica dell’attività, con un occhio anche alla sostenibilità economica. Tale decisione ha ovviamente contribuito a rinnovare l’orientamento della gestione aziendale.
Ad oggi, l’azienda fornisce latte per una produzione DOP della Pianura Padana e si avvale di 4000 mq di superficie coperta destinata alla stalla e di 80 Ha di terreno coltivati per la produzione di mangimi per il bestiame. La SAU funzionale alla gestione dell’allevamento in biologico è suddivisa come segue:
• 30 Ha erba medica;
• 10 Ha prato stabile;
• 40 Ha suddivisi equamente per la produzione di pisello proteico, loietto e orzo, susseguiti da rotazione colturale di soia, sorgo e mais.

La mandria è composta da 250 capi, di cui:
• 110 vacche in lattazione;
• 15 vacche in asciutta;
• 35 vitelle utilizzate come rimonta naturale;
• 90 vitelli, maschi e femmine, venduti nella filiera carne. La razza bovina utilizzata è la frisona (figura 2),

ma nell’ottica di rinforzare la resistenza della mandria è stato introdotto il ricorso all’incrocio con la Rossa Norvegese. L’azienda possiede un impianto di ossigenazione dei liquami in modo da abbassare il carico di nitrati del 15%. In tal modo vengono rispettate le normative del trattamento dei reflui zootecnici e si garantisce, dimostrato dal PUAS, di non superare i 170kg/ Ha di azoto, come previsto dalla normativa vigente in materia di biologico. Attualmente l’indirizzo produttivo principale dell’azienda è la produzione di latte per la caseificazione a Grana Padano Bio.

Si sottolineano i seguenti dati e parametri in conseguenza della conversione al metodo biologico:
• l’incidenza dei costi del medicinale, che era di circa 0,01 euro per litro di latte col metodo convenzionale, si è ridotto e non è più dovuto all’uso del farmaco allopatico a scopo terapeutico ma principalmente all’implementazioni della profilassi vaccinale;
• l’azienda può valutare il percorso di certificazione National Organic Program (NOP), che esclude l’uso di farmaci ma consente di aprire le porte verso nuovi canali di mercato Oltreoceano al fine di collocare e valorizzare i propri prodotti, dal momento che essa risulta necessaria per l’esportazione in America;
• l’aumento della longevità degli animali ha portato ad una riduzione della riforma involontaria e ha consentito all’azienda di valorizzare i nati “in eccesso” con incroci da carne diversificando il reddito aziendale.
L’analisi dei dati relativi alla produzione e alla redditività aziendale rivela che, nonostante l’incremento dei capi, l’introduzione del metodo di allevamento biologico ha generato una riduzione del quantitativo di latte prodotto pari a circa il 17,5%. D’altro canto, è possibile notare come il prezzo del latte venduto è aumentato passando da 0,43 €/kg del latte convenzionale a 0,60 €/kg del latte biologico (+35%). Questo divario di prezzo è sicuramente dovuto alle dinamiche di mercato, ma è soprattutto legato al riconoscimento della maggiore qualità del latte biologico, espressa come percentuale di grassi e proteine nonché come minor numero di cellule somatiche. Nel complesso, il confronto fra attività e passività dell’azienda Motella Bassa, nel passaggio dal metodo di allevamento convenzionale a quello biologico, ha determinato un aumento dei ricavi dell’attività di vendita del latte, capace di far fronte ai maggiori costi per fattori di produzione a logorio totale (materie prime, in particolare). Ciò ha determinato un aumento del reddito netto aziendale, a testimonianza della lungimiranza della scelta imprenditoriale e di una spiccata capacità di gestione nel passaggio dalla produzione convenzionale a quella biologica, in grado di esaltare e valorizzare le prerogative produttive dell’azienda e del territorio in cui essa opera In conclusione, la valutazione offerta dal progetto Bio.manager ha permesso di identificare l’azienda Motella Bassa come una best practice, rappresentativa della realtà della Pianura Padana, nell’ambito della produzione di latte biologico. Per questo motivo l’azienda Motella Bassa può rappresentare un punto di riferimento per le realtà imprenditoriali di questo areale. L’azienda infatti incarna il modello perseguito dal progetto Bio. manager, dove il biologico si sviluppa a seguito della conversione da un sistema produttivo fondato su paradigmi di zootecnia intensiva – basato sulla valutazione dell’efficienza di breve periodo – affermandosi come un sistema produttivo vitale nel lungo periodo, sia in termini di redditività sia di sostenibilità sociale e ambientale.

L’azienda La Nuova Colombara Soc. Agr. S.S. ha partecipato alle rilevazioni eseguite nell’ambito del progetto Bio.manager mediante la distribuzione di un questionario volto a valutare la capacità aziendale di adattamento al metodo di produzione biologico. Il questionario raccoglie informazioni su diversi aspetti relativi alle caratteristiche strutturali dell’azienda e alla sua gestione (con riferimento all’attività di coltivazione e/o allevamento). Sulla base dei dati forniti, vengono elaborati alcuni parametri (tabella 4)

che consentono di valutare l’attitudine aziendale alla gestione del biologico, fornendo all’imprenditore un interessante riscontro circa la propria conduzione aziendale (in caso di azienda già convertita) o circa le possibilità di adeguamento a tale metodo di produzione. In base alla compilazione del questionario l’azienda La Nuova Colombara Soc. Agr. S.S. ha ottenuto un punteggio pari a 84.5/100 (rappresentato su un tachimetro di facile lettura) relativamente alla gestione del metodo biologico (figura 3).

Tale rilevazione ha consentito di valutare opportunamente i notevoli punti di forza dell’azienda, tra i quali spiccano:
• La presenza di un impianto di biogas gestito esclusivamente con reflui aziendali che permette la valorizzazione del fertilizzante organico, nonchè la produzione di energia rinnovabile; • La presenza di un impianto fotovoltaico per la produzione di energia rinnovabile connessa all’allevamento;
• Il rispetto dei limiti imposti dalla Direttiva nitrati;
• La presenza di prati stabili;
• La produzione di reflui in forma solida che incrementa e preserva il contenuto di sostanza organica nel suolo;
• Razione senza uso di insilati;
• Presenza di strumenti di zootecnia di precisione volti ad un migliore controllo dell’allevamento.

La valutazione generale emersa grazie al questionario Bio.manager ha permesso di identificare l’azienda La Nuova Colombara Soc. Agr. S.S. come un’azienda predisposta alla conversione al metodo biologico, rendendo disponibili i dati preliminari necessari ad una successiva valutazione tecnico/economica specifica di fattibilità.

“Febbre Q” nel bovinoBozza automatica

“Febbre Q” nel bovinoBozza automatica

Una zoonosi da conoscere

di Mario Comba

La Febbre Q (Q Fever) è una patologia descritta per la prima volta nel 1935 in Australia in un gruppo di macellatori colpiti da una febbre mai vista prima, da cui il nome Query (punto interrogativo) fever. È una malattia infettiva contagiosa causata dalla rickettsia Coxiella burnetii, zoonosi importante nell’uomo, che si ammala dopo contagio respiratorio (polvere o areosol), orale (consumo di latte crudo) o percutaneo (ferite durante l’assistenza al parto) (Stober M. 2004). Diffusa in tutto il mondo, è considerata una patologia emergente. C. burnetii è in grado d’infettare un ampio numero di ospiti, e le specie animali sensibili alla malattia includono mammiferi domestici e selvatici, uccelli selvatici, rettili e anche zecche (Raoult et al., 2005). Il più importante serbatoio d’infezione è rappresentato dai ruminanti domestici da cui il microrganismo può passare all’uomo nelle modalità sopra descritte. Nei bovini l’infezione è spesso asintomatica, in alcuni casi possono manifestarsi aborti tardivi, natimortalità o altre patologie dell’apparato riproduttore, come ritenzioni placentari, metriti, riassorbimenti (Arricau-Bouvery e Rodolakis, 2005). La disseminazione di C. burnetii nell’ambiente avviene di solito dopo il parto o l’aborto, ma il patogeno viene eliminato, con cariche batteriche più basse, anche nel latte, nelle feci e nell’urina (An¬gelakis E. e Raoult D., 2010). Cause Gli animali ed anche l’uomo acquisiscono normalmente l’infezione inalando l’aerosol contaminato da forme extracellulari di C. burnetii eliminate dai soggetti infetti (Tissot- Dupont e Raoult, 1992; Porter et al., 2011; Piñero et al., 2013), ma nei bovini è considerata come via d’infezione anche quella orale (McQuiston e Childs, 2002). Dopo una prima replicazione nei linfonodi regionali prossimi alla porta d’ingresso dell’infezione, si ha una batteriemia che dura da 7 a 21 giorni a seguito della quale l’organismo si localizza nella ghiandola mammaria e nella placenta degli animali infetti (Forland et al., 2010). Nei bovini solitamente l’infezione si propaga ad animali recettivi tramite l’ambiente contaminato da un animale infetto che spesso elimina il microrganismo al momento del parto: i nuovi infetti sviluppano l’infezione primaria con pochi o nulli sintomi clinici ma il batterio, dopo l’iniziale fase acuta, può persistere nell’organismo dando luogo ad un’infezione cronica, ed essere eliminato in grandi quantità nell’ambiente quando la bovina, persistentemente infetta, partorisce. Al termine della gravidanza la placenta consente al microrganismo di replicarsi fino ad alti titoli e al parto esso viene escreto nell’ambiente tramite il liquido amniotico e gli altri fluidi fetali (Harris et al., 2000). Grandi quantità di batteri sono escreti in forma di aerosol contaminando l’ambiente e il livello di anticorpi, in particolare le IgG, aumentano di concentrazione nel sangue. Nelle gravidanze successive la bovina ha una escrezione più bassa o addirittura nulla di batteri al parto, ma può continuare ad eliminare il microrganismo nel latte per un lungo periodo di tempo (Woldehiwet, 2004).

Sintomi

Spesso la Febbre Q nel bovino presenta un decorso asintomatico; risulta quindi difficile emettere una diagnosi sulla base di segni clinici evidenti. Si verificano infezioni latenti della mammella e dell’apparato genitale e, in alcuni casi, aborto dopo il sesto mese di gravidanza. Si possono riscontrare anche natimortalità, ritenzione di placenta, metriti e sintomi respiratori (Stober M. 2004).

Diagnosi

La diagnosi della malattia può essere eseguita solo attraverso il ricorso al laboratorio e, purtroppo, negli animali le metodologie non sono ancora pienamente standardizzate come nell’uomo, per cui l’individuazione degli allevamenti e dei soggetti infetti resta un punto critico per il controllo di questa patologia. Numerose tecniche diagnostiche sono disponibili, sia di tipo diretto, con l’identificazione dell’agente eziologico, che indiretto con la determinazione degli anticorpi anti C. burnetii. Purtroppo nessuna di queste metodiche è stata riconosciuta come test ufficiale dall’OIE, per cui la diagnosi della malattia deve prevedere l’impiego combinato di più metodologie su più soggetti, ed i risultati diagnostici vanno valutati a livello aziendale più che a livello individuale (Barberio A. e Natale A. IzsTreVe 2017). Dopo il parto C.Burnetii viene eliminata nel muco vaginale per un periodo di 14 giorni, e per questo il prelievo delle secrezioni vaginali per la diagnosi diretta deve essere effettuato entro 7 giorni dal parto stesso (Sidi-Boumedine et al.2010). Negli allevamenti infetti alcune vacche possono eliminare a lungo e persistentemente il microrganismo nel latte anche in carica abbastanza elevata. Questi soggetti probabilmente hanno una risposta immunitaria alterata nei confronti di C. burnetii, analogamente a quanto avviene nell’uomo, e sono importanti dal punto di vista epidemiologico in quanto mantengono la presenza dell’infezione in allevamento (Guatteo et al, 2007). La maggior parte delle vacche eliminatrici croniche ha un livello elevato di anticorpi che determina elevata sieropositività al test ELISA (Guatteo et al.,2007). L’elevata frequenza di escrezione di C. burnetii nel latte delle vacche pone il problema del possibile ruolo di questo alimento nella trasmissione dell’infezione all’uomo. Il consumo di latte e suoi derivati, contenenti C. burnetii, può determinare la comparsa di sieroconversione nell’uomo, mentre non vi sono chiare evidenze che possa indurre la comparsa della forma clinica di Febbre Q. Inoltre, il consumo di latte crudo o prodotti derivati al latte crudo costituisce un rischio di esposizione a C. burnetii relativamente più elevato rispetto al consumo di prodotti che abbiano subito un trattamento termico appropriato (Barberio A. e Natale A. IzsTreVe 2017). I materiali più idonei per la diagnosi diretta di Febbre Q nei bovini sono: il muco vaginale, la placenta, i tessuti fetali. Questi campioni devono essere prelevati dai feti abortiti, placente e scoli vaginali al più presto dopo l’aborto (Barberio A. e Natale A. IzsTreVe 2017). Il latte, il colostro e le feci possono essere impiegati per la ricerca dell’agente eziologico ma la diagnosi di malattia a partire da questi materiali biologici è meno affidabile (Sidi-Boumedine et al.2010). L’ELISA é la tecnica maggiormente impiegata per la diagnosi sierologica di Febbre Q nei ruminanti per la semplicità d’uso, vista la disponibilità di kit commerciali, per l’elevata sensibilità e specificità del metodo, la maggiore uniformità dei risultati ed anche per il costo contenuto dei reattivi. Il test ELISA può essere effettuato su siero o su latte di massa o di singolo animale ed è quindi raccomandato per l’esecuzione delle analisi sierologiche di routine nei bovini (OIE, 2015). La diagnosi di infezione in allevamento può essere eseguita attraverso un controllo sierologico eseguito su animali adulti. Sono sufficienti 10 campioni di sangue prelevati da bovine adulte pluripare, includendo anche animali con recenti problemi riproduttivi (metriti, infertilità, mancati secondamenti, aborti) (Sidi-Boumedine et al., 2010).

Fattori di rischio in allevamento

I due principali fattori di rischio per la diffusione dell’infezione sono l’acquisto di nuovi capi e la dimensione dell’allevamento (McCaughey et al.,2010; EFSA, 2010). Gli altri fattori di rischio individuati sono relativi alla pulizia ed igiene dei box parto (Taurelet al., 2011), alla presenza di ovicaprini (van Engelen et al., 2014), e alla mancata applicazione della quarantena agli animali acquistati Paul et al.(2012).
Per evitare l’entrata e diffusione dell’infezione vanno pertanto applicate le seguenti misure:
• Ridurre il numero di animali acquistati programmando in modo adeguato la produzione di una rimonta interna sufficiente;
• Applicare a tutti gli animali acquistati un periodo di quarantena: nel caso di animali gravidi questi vanno tenuti separati anche per il periodo peripartale (7 giorni prima e 7 giorni dopo il parto), in modo da evitare il periodo di massima escrezione del microrganismo;
• Usare per il parto dei box individuali che devono essere accuratamente puliti dopo il parto;
• Rimuovere immediatamente dai box parto, singoli o collettivi, gli aborti, le placente e la lettiera contaminata dai liquidi escreti durante il parto;
• Prevedere, per il personale esterno che viene a contatto con gli animali (es. veterinario) l’uso di calzari e vestiario mantenuto nell’azienda o disinfettato prima dell’accesso nella stessa;
• Evitare il contatto dei bovini con altri animali presenti in allevamento, in particolare ovicaprini;
• Evitare l’uso di pascoli promiscui con ovicaprini;
• Prevedere adeguati tempi di maturazione delle deiezioni prima di effettuare lo spandimento nei campi ed eventualmente ricorrere alla neutralizzazione di C. burnetii mediante trattamento con calcio cyannamide al 0,4% (Barberio A. e Natale A. IzsTreVe 2017).

Vaccinazione

È disponibile un solo vaccino registrato per la specie bovina, il Coxevac®, prodotto da CEVA salute Animale.
Nei bovini la vaccinazione con Coxevac® protegge gli animali dall’infezione o in ogni caso, riduce l’eliminazione di C. burnetii. In particolare le bovine non infette e non gravide quando vaccinate hanno una probabilità 5 volte più bassa di diventare eliminatrici di C. burnetii rispetto alle bovine non vaccinate (Guatteo et al., 2008). Al contrario, le vacche vaccinate durante la gravidanza mantengono inalterata la probabilità di diventare eliminatrici se infettate da C. burnetii (Guatteo et al., 2008).

Contratti di coltivazione

Contratti di coltivazione

Le Cooperative Comab e Comazoo propongono contratti di coltivazione FILBIO.IT, ritiro e acquisto di produzioni biologiche e in conversione di semina autunnale e primaverile, con destinazione alimentare oppure zootecnica.

 

SEMINE AUTUNNALI

MERCE A DESTINAZIONE ALIMENTARE:

  • Grano duro nazionale varietà consigliate LEVANTE, ACHILLE, ETTORE
  • Grano tenero nazionale Varietà consigliata ILARIA
  • Orzo nazionale Varietà consigliata COMETA

MERCE A DESTINAZIONE ZOOTECNICA:

  • Orzo nazionale
  • Pisello Proteico nazionale a baccello verde
  • Favino nazionale a baccello bianco

SEMINE PRIMAVERILI

MERCE A DESTINAZIONE ALIMENTARE:

  • Miglio varietà consigliate: SUNRISE
  • Gano saraceno varietà consigliata: LILEJA

MERCE A DESTINAZIONE ZOOTECNICA:

  • Mais nazionale
  • Soia seme nazionale
  • Sorgo da granella bianco

Nell’intento di promuovere e sostenere la conversione al metodo biologico FILBIO.IT si propone di condividere i piani di rotazione colturale già dal primo anno della conversione, offrendo la possibilità di ritiro della produzione convenzionale del primo anno dalla semina e valorizzando il prodotto in conversione del secondo anno dalla semina.

Scopri tutti i nostri contratti di coltivazione

Favino bianco bio 2020
Grano duro bio 2020
Grano tenero bio 2020
Mais granella bio 2020
Orzo bio 2020
Orzo bio alimentare 2020
Pisello proteico bio 2020
Seme soia bio 2020
Sorgo granella bio 2020