Prodotti a base di lieviti nell’alimentazione dei ruminanti

Prodotti a base di lieviti nell’alimentazione dei ruminanti

di Maurizio Cartapati

L’effetto positivo dei lieviti sulla microflora ruminale è noto fin dagli anni ’40 del secolo scorso. I nutrizionisti in determinate fasi critiche della vita dei ruminanti ricorrono spesso al loro impiego per migliorare la salute dell’animale e l’efficienza della razione. Il loro utilizzo è comunque ancora molto dibattuto.

Con il termine lieviti si intendono funghi unicellulari, da sempre presenti negli alimenti consumati dall’uomo (come pane, vino, birra, ecc.) ed anche nel rumine degli animali. Hanno bisogno di ossigeno per vivere ma possono sopravvivere per breve tempo anche senza (come avviene nel rumine dove c’è pochissimo ossigeno, 0,5-1%). Nei ruminanti si impiega di solito il Saccharomyces cerevisiae, denominato impropriamente lievito di birra, sia vivo sia spento; vivo significa utilizzare microrganismi, classificati come additivi, in grado di riprodursi o moltiplicarsi nel rumine mentre spento o inattivato sono cellule di lievito “morte”, cioè private della vitalità e non in grado quindi di svolgere le loro attività metaboliche tipiche. A differenza del vivo vengono classificati come materia prima.

PRODOTTI DISPONIBILI IN COMMERCIO LIEVITO VIVO. Cellule vive e vitali, in grado di moltiplicarsi,anche se la loro replicazione nel rumine non è ancora stata dimostrata; per poter essere impiegati in alimentazione animale questi ceppi fungini devono essere registrati in un apposito e aggiornato registro della Comunità Europea in relazione alla presentazione di un preciso e circostanziato dossier. Attualmente solo cinque ceppi sono registrati con una concentrazione minima di cellule vive espressa come Unità Formanti Colonia (UFC) per grammo di additivo e con una indicazione di dose minima d’impiego. Come già detto il lievito vivo agisce direttamente nel rumine favorendo in questo modo i batteri cellulosolitici che degradano la fibra più velocemente ed intensamente, aumentando allo stesso modo l’ingestione di sostanza secca. L’azione fermentativa del lievito sugli zuccheri, in competizione con i microrganismi produttori di lattato, porta ad una riduzione di acido lattico responsabile del rischio di acidosi subclinica e clinica. Inoltre la capacità del lievito vivo di riprodursi porta alla produzione di nutrienti utili alla flora ruminale, soprattutto ai batteri che utilizzano l’acido lattico. I lieviti sono in grado di stimolare la crescita dei funghi e la loro capacità di rompere il legame tra la cellulosa e lignina, permettendo così ai batteri cellulosolitici di avere una maggior quantità di nutrienti da degradare. Alcuni ceppi di lieviti stimolano la crescita dei protozoi in grado di inglobare per fagocitosi i granuli di amido.

LIEVITO SPENTO O INATTIVATO. Si possono utilizzare sia le cellule denaturate apportanti solo i principi nutritivi tipici della materia prima con una concentrazione proteica elevata (> 40%), enzimi, lipidi e soprattutto una grande quantità di vitamine del gruppo B (B1, B2, B6, PP e Acido Pantotenico) sia le colture di lievito in cui viene inattivato il microrganismo assieme al terreno di coltura contenente quantità variabili (in relazione al ceppo) di enzimi, vitamine del gruppo B ed anche metaboliti essenziali all’attività della popolazione ruminale. L’uso di queste colture determina quindi una fermentazione anaerobia (senza ossigeno) dovuta ad enzimi e metaboliti apportati dal prodotto. È opportuno ricordare che le vitamine del gruppo B del lievito sono più stabili delle vitamine sintetiche in relazione alla protezione naturale alla degradazione offerta dalla parete cellulare.

integratori-per-ruminanti-a-base-di-lievitiASPERGILLUS ORYZAE. In questi ultimi anni altri miceti sono stati proposti e impiegati in alimentazione animale, in particolare i prodotti della fermentazione dell’ Aspergillus oryzae, un fungo parassita del riso; in alimentazione umana viene impiegato da migliaia d’anni nella preparazione di bevande, salse, ecc. Stiamo parlando quindi di prodotti naturali ottenuti dalla fermentazione di selezionati ceppi fungini, composti da metaboliti nutritivi quali proteine, enzimi, aminoacidi, oligoelementi, ecc. analizzati e titolati prima di essere messi sul substrato vegetale. Gli aspergilli sono dotati di un’ottima adattabilità al substrato in cui vengono messi in coltura per cui gli enzimi prodotti sono in relazione al terreno: se amidaceo prevarranno gli enzimi per la digestione dell’amido se fibrosi saranno maggiormente rappresentati gli enzimi fibrolitici. Utilizzando questi estratti assieme a cellule di Saccharomyces cerevisiae otteniamo una maggiore efficacia del lievito grazie ad un incremento della loro azione. Infatti questi metaboliti e soprattutto gli enzimi favoriscono la crescita dei funghi naturalmente presenti nel rumine attraverso la rottura dei legami tra la lignina e le emicellulose, liberando più velocemente i carboidrati della parete cellulare e quindi lo sviluppo in numero e attività della popolazione batterica cellulosolitica.

MOS (MANNANI OLIGOSACCARIDI) E BETA GLUCANI. Si tratta di molecole glucidiche ottenute per via enzimatica dalla parete del lievito Saccharomyces cerevisiae. Composti molto concentrati e attivi in alcune funzioni di grande importanza per gli animali. Le due molecole sono chimicamente degli oligosaccaridi, mannani e glucani, che presentano diversi effetti soprattutto a carico del sistema immunitario e della salute in genere mediante un complesso meccanismo d’azione sull’interazione tra l’animale e alcuni batteri patogeni. In particolare i MOS stimolano la crescita di batteri utili come i Lactobacillus e il Bifidobacterium mentre inibiscono alcuni batteri patogeni, quali l’Escherichia coli e la Salmonella. I Beta Glucani potenziano il sistema immunitario e hanno la capacità di legare alcune micotossine, quali zearalenone e ocratossina. Si possono quindi utilizzare da soli o in associazione con altri composti detossificanti per beneficiare di un diverso meccanismo d’azione. Altri carboidrati funzionali (galattosamine) della parete cellulare sono capaci di prevenire l’attaccamento di alcuni protozoi (Coccidi e Cryptosporidi) alle cellule intestinali dell’animale ospite.

EFFETTI DERIVANTI DALL’IMPIEGO DEI LIEVITI Non è facile dare indicazioni precise dell’efficacia di questi prodotti a base di lieviti in quanto le molte ricerche effettuate hanno dato risposte diverse in relazione alla natura e quantità del ceppo di lievito, alla razione e agli animali oggetti delle prove. Il Saccharomyces cerevisiae assieme al proprio terreno di coltura presenta l’effetto di aumentare il tasso di crescita della popolazione microbica soprattutto cellulosolitica attraverso la riduzione dell’acido lattico. Viene quindi “tamponato” il rumine in maniera diversa rispetto al bicarbonato di sodio ma sempre favorendo la popolazione microbica che porterà in ultima analisi ad un aumento della produzione di proteina metabolizzabile ruminale (e quindi aminoacidi essenziali). Potremo quindi avere una maggiore produzione in quantità e a volte qualità (proteine) del latte, una diminuzione di urea contenuta sempre nel latte e dovuta ad una riduzione dell’ammoniaca in ambito ruminale per l’aumento della quantità e dell’efficienza dei batteri che fermentano la fibra e che utilizzano proprio l’ammoniaca quale fonte azotata. È comunque giusto ricordare che l’aumento di produzione lattea (normalmente si aggira attorno al 2-7%) è in parte dovuto alla maggiore efficienza delle fermentazioni ruminali ed in parte all’aumento di ingestione di alimento (anche in questo caso i valori variano dal 2 al 5% circa) sempre in relazione alla aumentata velocità di svuotamento del rumine per una maggiore digeribilità degli alimenti soprattutto fibrosi.

UTILIZZO DEI LIEVITI NELLE DIVERSE FASI DI ALLEVAMENTO VITELLI: l’uso di mangimi addizionati con Saccharomyces cerevisiae può presentare effetti positivi sull’ingestione, sul pH ruminale, sulla digeribilità dei nutrienti anche attraverso lo stimolo alla crescita dei batteri cellulosolitici. In questo modo avremo vitelli più sani (meno stati infiammatori, febbre e diarree).

BOVINE IN TRANSIZIONE: il periodo compreso tra i 21-28 giorni prima e dopo il parto rappresenta uno dei momenti più stressanti nella vita delle bovine da latte, per cui l’impiego dei lieviti è molto utile. In vari studi si è osservato un aumento volontario dell’ingestione di alimento, minori mastiti e quindi cellule somatiche, una migliorata attività ovarica, un’azione benefica sullo stato immunitario, un miglior equilibrio minerale con ripercussioni anche sull’ipocalcemia.

BOVINE FRESCHE: anche in questo periodo vari studi hanno dimostrato l’effetto benefico dei lieviti soprattutto nel primo mese di lattazione sulla produzione e sulla qualità (tenore proteico) del latte, sfruttando comunque l’azione del lievito in asciutta e transizione.

STRESS DA CALDO: nei periodi di massimo calore le bovine da latte, specialmente le più produttive, sono soggette a notevoli problemi metabolici che possono essere mitigati, anche se non completamente annullati, dai lieviti specie se integrati con estratti di fermentazione dell’Aspergillus oryzae. Recentissime ricerche hanno evidenziato un aumento dell’ingestione di sostanza secca, dell’efficienza alimentare e una diminuzione del rischio di acidosi.

LIEVITI E REGOLAMENTI DEI FORMAGGI DOP GRANA PADANO: il regolamento alla voce prodotti e sottoprodotti della fermentazione di microrganismi le cui cellule sono state inattivate o uccise consente l’utilizzo di lieviti e prodotti simili (lievito di birra) o parti di essi ottenuti da Saccharomyces cerevisiae, S. carlsbergiensis, Kluyveromyces lactis, K. Fragilis, Torulospora delbrueckii, Candida utilis/Pichia jadinii, S. uvarum, S. ludwigii o Brettanomyces ssp. su substarti per lo più di origini vegetali quali melasse, sciroppi di zucchero, alcoli, residui di distilleria, cereali e prodotti a base di amido, succhi di frutta, siero di latte, acido lattico, zucchero, fibre vegetali idrolizzate e nutrienti della fermentazione quali ammonio o sali minerali.

PARMIGIANO-REGGIANO: il disciplinare di produzione del latte vieta espressamente l’impiego di lieviti umidi (art. 5) e dei terreni di fermentazione (art. 8) e quindi consente l’utilizzo dei lieviti essiccati sia vivi sia spenti ed anche estratti degli stessi come ad esempio gli oligosaccaridi dalla parete cellulare.

 

La malattia respiratoria dei vitelli (brd)

La malattia respiratoria dei vitelli (brd)

di Mario Comba

Le odierne condizioni di allevamento del giovane bestiame impongono sempre maggior attenzione alla salute dei vitelli nei loro primi sei mesi di vita. Tra le patologie più frequenti che si verificano in questo periodo assumono un peso fondamentale le forme respiratorie. La mortalità nel periodo pre e post svezzamento rappresenta una perdita importante che incide pesantemente sulla gestione economica dell’allevamento. Ma anche nell’ipotesi di “salvare il vitello”, i giorni di malattia compromettono l’accrescimento e, conseguentemente, la futura carriera riproduttiva e produttiva delle manze. Il mancato accrescimento di animali che hanno superato forme respiratorie e sono ancora presenti in stalla può raggiungere i 10 Kg di peso in meno a tre mesi di vita, ed arrivare fino ad un perdita di 30 kg nel periodo della prima fecondazione (13-14 mesi). L’età al primo parto viene così ritardata di almeno due settimane ed infine la produzione di latte di una primipara subisce una riduzione valutabile attorno al 2%. È necessario quindi affrontare con anticipo il problema prestando attenzione ai segni di riconoscimento precoci della malattia. La malattia respiratoria è provocata nella maggior parte dei casi dall’azione concomitante di agenti causali diversi. È’ infatti nota come BRD (Bovine Respiratory Disease) e coinvolge l’azione di virus e batteri. I principali virus sono: Parainfluenza 3 (PI3), Virus Respiratorio Sinciziale (BRSV), Coronavirus (BoCV) ed il Virus della Rinotracheite Infettiva (IBR).

punteggio_stato_respTra i batteri vanno considerati il Mycoplasma Bovis, la Pasteurella multocida, la Mannehimia haemolitica e l’Histophilus somni. Dall’azione combinata di questi microrganismi spesso esitano forme respiratorie complesse, per questo definite “Sindromi respiratorie”. L’attenzione dell’allevatore dovrà essere quindi volta a diminuire, anche drasticamente, il rischio di esposizione a questi agenti infettanti. Prevenzione fondamentale quindi è la corretta colostratura con colostro sano, di buona qualità e somministrato con modalità, tempistiche e dosaggi ottimali. I vitelli colostrati in maniera scorretta saranno esposti al rischio di insufficiente trasferimento di anticorpi colostrali materni e quindi meno protetti. Anche la corretta alimentazione gioca un ruolo fondamentale: assolutamente da evitare il latte di scarto, soprattutto se non pastorizzato. I vitelli neonati devono essere tenuti in ambiente pulito, caldo (lampade a raggi IR)e asciutto. E’necessaria una buona ventilazione, mentre rischiosissima é l’esposizione alle correnti d’aria. Nella fase pre svezzamento sono ideali le situazioni con gabbiette singole, ben coibentate e posizionate nelle zone dell’allevamento con minore escursione termica tra giorno e la notte. Nella fase successiva di rimescolamento in box multipli, il rischio di contrarre una malattia respiratoria aumenta per tutto il gruppo. E’ indispensabile quindi evitare il sovraffollamento disponendo quindi di una superficie minima di 3 mq per capo con non più di 10 soggetti per box. La terapia delle forme respiratorie dei vitelli deve sempre essere impostata ed eseguita con la stretta collaborazione del veterinario aziendale. Come, peraltro, in quasi tutte le forme patologiche, l’intervento precoce aumenta sensibilmente le possibilità di guarigione. Per questo è utile quindi controllare frequentemente lo stato di salute degli animali. Nella figura seguente si mostra un sistema di valutazione a punteggio approntato dai veterinari ricercatori della Winsconsin University US). Il modello in questione, molto intuitivo , permette di valutare lo stato sanitario respiratorio dei vitelli sommando i valori osservati in ognuno dei quattro punti di attenzione: scolo nasale, scolo oculare, posizione dei padiglioni auricolari e tosse. Sommando i punteggi osservati per i quattro parametri di valutazione si ottiene un punteggio totale che aiuta nella scelta delle strategie di intervento: ad un punteggio compreso tra 5 ed 8 i vitelli devono essere sottoposti a sorveglianza frequente per escludere che non siano nella fase di incubazione della malattia, mentre per valori compresi tra 9 ed 11 sarà necessario intraprendere le terapie necessarie, con buone probabilità di guarigione. Oltre il punteggio 11 la prognosi sarà meno favorevole. Le terapie antibiotiche, antinfiammatorie e di sostegno assumono comunque un ruolo fondamentale e vanno intraprese sulla base di una diagnosi il più possibile corretta e suffragata da mirate indagini cliniche e laboratoristiche. Riguardo alla prevenzione della malattia respiratoria del vitello assume un ruolo determinante l’intervento vaccinale. In Italia sono al momento disponibili vaccini di varia natura utilizzabili per la profilassi delle forme virali e batteriche più frequenti (IBR / BVD / BRSV / PI3/ M.haemolitica / P. multocida). Lo scopo della vaccinazione è quello di creare una barriera immunitaria nei confronti degli agenti microbici e di ridurre le forme cliniche in caso di infezione. Da ricordare che il vitello esaurisce la protezione immunitaria data dal colostro materno in tempi brevi (addirittura entro le tre settimane di vita per i virus BRSV e PI3). Questo comporta l’aumento del rischio di contrarre infezioni nei primi due /tre mesi di vita e cioè fino a quando il suo sistema immunitario non diventa competente e quindi autonomo. I protocolli vaccinali dovranno quindi essere stabiliti dal veterinario aziendale, sulla base della conoscenza di ogni singolo allevamento e degli eventuali esami sierologici atti ad accertare la presenza/ assenza dei suddetti microrganismi a livello dell’allevamento stesso. Lo sviluppo di nuovi vaccini ed il continuo miglioramento delle loro modalità di utilizzo si sposa sempre più con le future limitazioni nell’uso di antibiotici in forma di chemioprofilassi, ad oggi ancora largamente utilizzati negli allevamenti intensivi. Concludendo, la certezza che la vitellaia sia “a posto” impone un lavoro quotidiano di alto profilo sia dal punto di vista gestionale che da quello tecnico. Allevare vitelli sani non è facile, ed il rischio di posporre o demandare la risoluzione di un problema è abbastanza frequente. Senza contare che, spesso il risultato dello sforzo profuso in questa attività non è soddisfacente e spesso frustrante. Solo dall’attenzione, dal lavoro organizzato e metodico e dalla prevenzione si potranno ottenere risultati nel settore dell’allevamento che di più “si gioca” tutti i giorni il proprio futuro.

Unica via per l’italia: distintività, qualità, filiere tracciate

Unica via per l’italia: distintività, qualità, filiere tracciate

di Angelo Frascarelli  

“Il mercato ci dà ragione, ma serve organizzazione per portare in modo efficiente il prodotto dal campo alla tavola. E innovazione e diffusione delle tecnologie digitali.” Il Professor Angelo Frascarelli è Docente di Economia e Politica Agraria presso il Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali dell’Università di Perugia. Collabora con FILBIO in qualità di consulente scientifico per l’analisi dei fabbisogni e del modello di governance. Nelle economie sviluppate, oggi, gli alimenti sono in eccesso. E i prezzi sono bassi. Cosa deve fare l’agricoltura italiana di fronte a questa situazione? Inseguire il modello Usa, verso una maggiore competitività basata sui prezzi? No, saremmo sempre perdenti, non copiamo gli Usa. Allora bisogna chiedere dazi e protezionismo? Questa direzione, è attualmente molto di moda in Italia, alimentata dalla tesi del sovranismo. Il protezionismo è una via fallimentare. L’agricoltura italiana è vocata all’esportazione. L’unica strada: l’agroalimentare italiano deve orientarsi alla distintività, alla qualità e alle filiere tracciate e organizzate. Il mercato ci dà ragione. Infatti, se è vero che nelle economie sviluppate, oggi, gli alimenti sono in eccesso, contestualmente la nuova economia attribuisce ai prodotti alimentari sempre meno un valore d’uso e sempre più un valore emozionale. In questo senso, il made in Italy ha una grande forza e consente il passaggio dei nostri prodotti agricoli e alimentari da commodity a speciality. L’Italia è leader mondiale per numero di prodotti certificati e l’italianità è sempre più determinante nella scelta di alcune categorie di prodotto. Il 72% degli italiani vuole sapere tutto ciò che è contenuto nel cibo; il 71% apprezza le aziende trasparenti su origini e modalità di produzione, allevamento e coltivazione dei prodotti (Fonte: Nielsen, 2017). L’italianità premia, con crescite dei consumi più elevate rispetto al resto del comparto food. Ad esempio nel settore del latte, il consumo dei prodotti senza origine segna un -4,9%, mentre il latte italiano è sostanzialmente stabile (-0,4%) e quello regionale o locale (sardo, toscano, piemontese, atesino) segna un +1,6%. La distintività è preferita dal consumatore, ma non basta! Le normative sull’obbligo dell’indicazione dell’origine, come quella della pasta, sono utili, ma non bastano. Occorrono gli altri attributi della qualità (gusto, facilità d’uso ecc.); ad esempio, non basta la carne italiana, occorre l’innovazione d’uso: il taglio della Chianina più venduto è oggi l’hamburger, non è la fiorentina. Il mercato vuole continuamente innovazione, anche nei prodotti tradizionali. Il consumatore, poi, chiede sempre più informazioni e vuole la certezza dell’origine, per cui le filiere devono essere tracciate. Affinché questo si avveri, in agricoltura, occorrono consapevolezza, unitarietà e saper fare gruppo. Serve organizzazione per portare in modo efficiente il prodotto dal campo alla tavola; da questo punto di vista in Italia il sistema agroalimentare è molto indietro. Negli ultimi anni, il nostro Paese è evoluto verso imprese che producono molto bene, ma altrettanto importante è vendere bene. Un’impresa che non ha in mano la variabile “prezzo” non ha futuro. E per di più deve investire in comunicazione. Gli imprenditori agricoli italiani devono risolvere la frammentazione, con una cooperazione efficiente, fare economie di scala, logistica e avere la proprietà della marca. Non occorre solo integrazione orizzontale, ma soprattutto integrazione verticale. Occorre l’unitarietà dell’offerta agricola e creare accordi e reti tra imprese agricole e industria alimentare di reciproco interesse economico. Altro punto importante sono le tecnologie digitali, necessarie per distintività, qualità, tracciabilità e organizzazione. Le tecnologie digitali sono una straordinaria opportunità per aumentare l’efficacia del modello agroalimentare italiano, soprattutto per le piccole e medie imprese. Lasciamo ad americani e argentini il compito di produrre per sfamare il mondo. Noi italiani facciamo cereali per le filiere tracciate, altrimenti è meglio smettere di fare cereali. Bisogna essere consapevoli che per noi non esiste una strada diversa dalla distintività, qualità, tracciabilità e organizzazione.

Una corretta nutrizione per una fertilità migliore

Una corretta nutrizione per una fertilità migliore

La fertilità delle vacche da latte è in cima alle priorità degli allevatori che lavorano per avere una stalla efficiente con una omogenea distribuzione dei parti per tutto l’anno. La nutrizione ha sulla fertilità un ruolo molto importante, anche se non è l’unico fattore…
di Sonia Rumi

LA NUTRIZIONE PROTEICA

La prima cosa da tenere in considerazione è che la fisiologia della super selezionata Frisona da la priorità alla produzione di latte e dei suoi costituenti e mette solo al secondo posto la riproduzione, almeno fino a quando la bovina non è di nuovo gravida. Inoltre, la vacca è un ruminante e come tale utilizza prevalentemente gli aminoacidi, derivanti dalla proteina microbica ruminale e dagli alimenti che sfuggono alle degradazioni ruminali, per produrre glucosio e quindi energia e lattosio. Infine, un dato che bisogna tenere sempre all’attenzione è il consumo massiccio degli aminoacidi stoccati nel tessuto muscolare durante le fasi di bilancio energetico negativo; secondo alcuni studi, durante il periodo che va da 2 settimane prima del parto a 5 settimane dopo, le bovine possono arrivare a mobilizzare fino a 21 kg di proteine “muscolari” (che corrispondono a circa 119 kg di tessuto muscolare!). Alla luce di tutto ciò, si rende necessario definire dei piani alimentari calcolati sui fabbisogni reali della bovina, pena un grave calo della fertilità, alcune malattie metaboliche gravi, come lipidosi epatica e chetosi metabolica e una non piena efficienza del sistema immunitario. Anche l’eccesso azotato può portare a degli effetti negativi sulla fertilità, provocando una riduzione del pH uterino, l’alterazione della qualità dei follicoli e la sottrazione di energia. Per questo motivo, da tempo si è posta molta attenzione nel misurare negli allevamenti la concentrazione di urea nel latte. Per avere, però, delle corrette indicazioni, la misurazione di questo parametro deve essere fatta su latte individuale di bovine nelle prime settimane di lattazione, ossia quando esse devono esprimere quasi contemporaneamente il picco di lattazione e una nuova gravidanza in un periodo di fisiologico bilancio energetico negativo. La determinazione su latte di massa può solo darci indicazioni sull’efficienza di utilizzazione dell’azoto della razione. Al fine di predisporre diete più corrette è utile quantificare attraverso i controlli funzionali, quante sono le bovine con una proteina del latte < 3%, quante quelle con un urea < 20 mg/dl e quante quelle con urea > 35 mg/dl. Se le prevalenze sono maggiori del 10-15 % è necessario adeguare i piani alimentari, altrimenti è utile intervenire sulle singole bovine con gli strumenti offerti dalla clinica d’allevamento e dalla nutrizione clinica.

LA NUTRIZIONE ENERGETICA

E’ innegabile che esista una correlazione positiva tra bilancio energetico e fertilità, ma va vista alla luce delle modalità con cui una bovina produce l’energia necessaria per avere follicoli, corpi lutei, ovociti ed embrioni di qualità. Nei ruminanti, infatti, buona parte del glucosio deriva dall’acido propionico prodotto dalle fermentazioni ruminali, dagli aminoacidi derivanti dalla flora microbica ruminale e dai grassi corporei. Molto spesso, quando si viene sollecitati a calcolare una razione più energetica, inevitabilmente si riduce la quota di foraggi della razione e la componente proteica, per fare spazio ad amido e grassi; questo non fa altro che portare alla riduzione del pH ruminale, letale per la flora microbica ruminale, con liberazione di endotossine. Una razione ideale è quella assunta in grandi quantità e che quindi apporta molta fibra ruminabile, amido e proteine, anche se la concentrazione di questi nutrienti è apparentemente modesta. La presenza nella dieta di emicellulose e cellulose molto digeribili permette alla flora microbica di fermentare in maniera molto efficiente e quindi di produrre significative quantità di proteina batterica. La proteina batterica apporta alla bovina una quantità significativa di amminoacidi fondamentali anche per la produzione di energia chimica. Per mantenere il pH ruminale costantemente intorno a 6 sono necessarie grandi quantità di saliva che veicolano sostanze tampone. A tale scopo, di grande importanza sono i foraggi di qualità, ossia quelli con un’alta la quota di NDF digeribile ed una bassa quota di quello indigeribile. Per avere un elevato tasso di crescita microbica ruminale, l’apporto proteico della razione deve essere adeguato soprattutto nella sua componente solubile. E’ inoltre necessario un “uso prudente” dei grassi, specialmente di quelli non rumino-protetti, proprio per l’effetto tossico che hanno gli oli liberi nel rumine nei confronti della flora microbica.

L’INTEGRAZIONE VITAMINICA E MINERALE

Questa parte della nutrizione rappresenta una voce di costo rilevante nel razionamento della bovina ed ha un impatto sensibile sulla produttività e fertilità delle bovine. Allo stesso modo, risulta la più difficile da gestire con precisione e con cognizione di causa. Per questo periodicamente vengono prodotte delle tabelle di riferimento. Quando si voglia analizzare attentamente se le nostre bovine ricevono abbastanza minerali si deve tenere conto dei macro-minerali come il calcio, il fosforo, il sodio, il potassio, lo zolfo e il cloro, che sono presenti negli alimenti e che possono turbare la salute degli animali sia per un loro eccesso che per un loro difetto. Una puntualizzazione va fatta per i cosi detti antiossidanti ossia la vitamina A, la vitamina E, il rame, lo zinco, il manganese ed il selenio che costituiscono i punti fondamentali del sistema antiossidante dell’organismo molto importante per bovina da latte ad alta produzione (BLAP). Sono ormai noti i danni gravi alla salute derivanti dallo stress ossidativo sia in transizione che nelle prime fasi di lattazione. In linea generale, le razioni dovrebbero essere formulate considerando dei “livelli di sicurezza” per ridurre i rischi di somministrazione di quantità insufficienti di minerali e vitamina biodisponibili. Questi livelli non devono cadere nell’eccesso, evitando, così, costi alimentari eccessivi, ricadute negative sugli animali e impatto sull’ambiente.

Autunno stagione di vacche stanche

Autunno stagione di vacche stanche

a cura di Sonia Rumi

Il problema della bassa produzione di latte in autunno rappresenta uno se non il principale fattore che impedisce il pieno espletamento del potenziale genetico delle nostre vacche. Avendo una origine multi – fattoriale, si rende necessario affrontare questo problema con un approccio a 360°, prendendo una serie di accorgimenti utili a mitigare l’effetto delle cause che lo determinano…

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